
di Agnese Tomassoli
NC-470
01.11.2026
Il calendario, di solito, si appende in cucina sotto l’orologio, come a creare un asse simmetrico e incrementale di scansione del tempo. I secondi diventano ore, che diventano giorni, che diventano settimane, fino a che le caselle si esauriscono, e bisogna comprarne uno nuovo. Oltre che dal meteo e dalla notte che si avvicina o si allontana, sui calendari i mesi vengono contraddistinti da un’immagine - un’ape che raccoglie il polline, un'aerea dell’Empire State Building, un quadro di Miró - che in un modo o nell’altro cerca di racchiudere l’essenza di questa particolare trentina di giorni.
Per questo Novembre, al posto della singola illustrazione a cui siamo abituati, ODG pubblicherà una selezione di dieci film da vedere durante il mese e appositamente scelti per marcare ricorrenze, anniversari e affinità umorali.
1 novembre. Coraline e la porta magica (2009) di Henry Selick

Ci faceva andare a letto con una sensazione di inquietudine inspiegabile da piccoli, ma ora che siamo adulti fa davvero paura. Nelle mani di Selick, Coraline diventa un’avventura dai toni gotici e disturbanti, in cui l’undicenne protagonista, sperando di scappare da una vita in cui si sente forse un po’ prigioniera e un po’ estranea, attraversa una piccola porticina verso l’altro mondo. Un universo apparentemente speculare al suo, ma dai colori più saturi e incredibilmente perfetto. Qui, giochi divertenti, piatti prelibati preparati dall’altra madre e canzoni scritte dall’altro padre la invitano a restare. Eppure, nelle melodie risuona una nota cupa e i piatti sono sempre troppo abbondanti. Quella vita è troppo perfetta. Nell’altro mondo, infatti, la morte si impone sulla vita con la sua lusinga della perfezione, si insinua nelle crepe di Coraline che, in fondo, è ancora una bambina che deve imparare a conoscere il mondo e a imporsi su coloro che, travestiti da magnifiche creature, sono costantemente pronti a tessere la tela attorno a lei. E forse è proprio ciò che il film (e prima ancora l'omonima opera di Neil Gaiman) avevano intenzione di fare: lasciare un monito al mondo ancora in tenera età. Assicurarsi che capissimo da subito la differenza tra chi a volte ci trascura o compie errori perché umano e chi, invece, dispensa perfezione e si approfitta dei nostri punti deboli, pronto a riscuotere il proprio pegno. Perché, in fondo, il mondo non è fatto di colori saturi. Sa essere anche grigio, con qualche macchia di colore a punteggiarlo, proprio come la realtà che Coraline abita. Ma ciò non significa che non sia casa.
Disponibile per l'acquisto o il noleggio digitale su Amazon Prime Video.
2 novembre. La sposa cadavere (2005) di Tim Burton

Con La sposa cadavere, Tim Burton intreccia la straordinaria forza visiva del proprio immaginario con la profondità dei temi e dei messaggi che intende veicolare, raggiungendo forse una delle espressioni più compiute del suo cinema. Liberamente ispirata a un’antica leggenda del folklore ebraico, la pellicola racconta una storia intrecciata tra due mondi. Burton ci conduce in un paradossale regno dei morti, sorprendentemente più ricco di colore del grigio, spento e piatto mondo dei vivi. Qui i defunti ballano, cantano e si abbandonano a un'allegria contagiosa e i loro corpi deformati, esaltati dai contrasti di ombre e luci, sembrano possedere una tridimensionalità e una vitalità che manca al mondo in superficie. Con un rovesciamento visivo e simbolico, Burton sovverte la tradizionale contrapposizione tra vita e morte: i colori vivaci e saturi suggeriscono che siano proprio i morti a possedere la più autentica espressione della vita, fatta di energia, libertà e passione, lontana dalle costrizioni sociali, dall’avidità, dalla corruzione dell’animo che dominano e attanagliano i vivi. Ed Emily, la sposa cadavere vittima di un amore tradito e di una morte violenta, incarna il messaggio più profondo del film. Ci ricorda che anche un cuore che ha smesso di battere può essere spezzato, ma che l'amore non finisce con la morte. Che forse l'atto più coraggioso che si possa compiere in amore, consista nella capacità di perdonare, rinunciare e lasciar andare. Solo così anche un cuore spezzato può trovare la forza di guarire, liberarsi dal dolore e tornare finalmente a volare libero.
Disponibile su HBO MAX e Prime Video.
3 novembre. Tre ciotole (2025) di Isabel Coixet

Tre ciotole è tratto dall’ultimo romanzo di Michela Murgia, articolato in dodici racconti che la regista spagnola Isabel Coixet e lo sceneggiatore Enrico Audenino condensano in un’unica narrazione cinematografica, dando un volto e un nome ai personaggi precedentemente anonimi: Marta (Alba Rohrwacher) e Antonio (Elio Germano).Quando la storia tra Marte e Antonio finisce, Marta resta in compagnia solo della delusione amorosa e della mancanza di appetito. Una visita medica rivela, però, che la sua condizione nasconde molto più di un semplice cuore spezzato. Presto Marta si ritrova a fare i conti con lo scorrere inesorabile del tempo, con la consapevolezza di una vita che procede indifferente ai desideri e alle aspettative di chi la abita. Eppure, anziché ricercare un perché capace di dare un senso a tutto ciò che l’ha condotta fino a quel momento, sceglie di riappropriarsi di ogni piccolo frammento della propria esistenza, di non sprecare il tempo interrogandosi su ciò che sarebbe potuto essere, ma di rivolgere lo sguardo a ciò che ancora può essere. Alle esperienze inattese, alla bellezza racchiusa nei gesti quotidiani, alle meraviglie nascoste di un mondo che, improvvisamente, acquista un sapore diverso. Tre ciotole è un film codificato sul “nonostante”: nonostante le rotture, nonostante il dolore, nonostante la malattia, la vita merita di essere vissuta. Nonostante l’impossibilità di trovare sempre una risposta o una motivazione, possiamo scegliere di rivolgere lo sguardo al futuro e a ciò che ha da offrirci. Nonostante «gli organismi più sofisticati sono più soggetti a errori», non possiamo rinunciare a vivere. Perché è accettando il rischio, l’imprevedibilità e la fragilità dell’esistenza che possiamo scoprirne le infinite possibilità. Imparare il coreano, cucinare ogni giorno un piatto diverso, lasciarci sorprendere da ciò che non conosciamo. E, soprattutto, continuare a vivere. Nonostante tutto.
Disponibile per la visione su NOW TV e per l'acquisto o il noleggio digitale su Amazon Prime Video.
9 novembre. Il cielo sopra Berlino (1987) di Wim Wenders

Il cielo sopra Berlino è più di una semplice trama da ascoltare: è un’esperienza che va vissuta. Bisogna camminare per le strade della caotica ma solitaria Berlino del 1987, che Wim Wenders aveva il bisogno di mostrare, accompagnando Damiel e Cassiel, i due angeli con il cappotto. Bisogna muoversi insieme alla stessa città, non semplice ambientazione sullo sfondo, ma protagonista che respira e a volte annaspa nella frammentazione della realtà che la circonda. Bisogna vagare insieme a Homer che, nel disperato tentativo di preservare l'identità della propria patria, canta le storie di una città ormai devastata dalla guerra e dalla divisione. Damiel e Cassiel vedono tutto: conoscono i pensieri degli uomini, ascoltano le voci più intime dell’umanità, ne osservano e condividono le sofferenze e le gioie, attraversano il tempo senza esserne toccati. Non giudicano, non puniscono; contemplano. Possiedono la conoscenza assoluta, la possibilità dell'eternità, eppure ciò che manca loro è ciò che rende umana l’esistenza: l'esperienza concreta. Vivono intrappolati in una realtà in bianco e nero che non ammette le sfumature della precarietà, del rischio, della vulnerabilità. Ed è questo che Damiel desidera: la vita a colori. Quella stessa vita che i bambini, figure ricorrenti nel cinema di Wenders (Alice nelle città, 1974; Paris, Texas, 1994), sembrano ancora capaci di cogliere nella sua pienezza. Sono loro a incarnare il motif dell’innocenza, ma soprattutto il privilegio di sapersi ancora meravigliare di fronte al mondo. Damiel desidera ciò di cui gli adulti della Berlino divisa, schiacciati dal peso della storia e dalle contraddizioni della modernità, sembrano aver dimenticato il valore: la possibilità di vivere e sentire pienamente, anche a costo di soffrire. Perché sono proprio i dubbi, le preoccupazioni, le paure, la caducità dell’esistenza e l’irripetibilità di ogni istante a rendere la vita preziosa e degna di essere assaporata.
Disponibile per la visione, per l'acquisto o il noleggio digitale su Amazon Prime Video.
13 novembre. The Life of Chuck (2024) di Mike Flanagan

«Contengo moltitudini». Questo è il mantra che attraversa The Life of Chuck, l’adattamento da Stephen King diretto da Mike Flanagan. Una storia narrata al contrario, a partire da un’apparente apocalisse. A sgretolarsi però non è l’universo, ma il mondo interiore di Chuck, in fin di vita: quel piccolo cosmo che racchiude tutto ciò che ha conosciuto, amato e sfiorato nel corso della sua esistenza, ogni luogo attraversato, ogni volto incontrato, ogni persona sulla quale ha lasciato un segno, per quanto impercettibile. La storia procede a ritroso, facendoci conoscere l’ombra della morte che incombe su di lui fin da bambino e con cui impara a convivere, fino ad accettare la finitezza della vita. Chuck sa di essere un uomo ordinario, eppure, è in questa ordinarietà che si ritrova la bellezza della vita: nei gesti semplici, negli incontri fugaci e negli amori quotidiani. Non occorre vivere una vita eccezionale per renderla straordinaria. Basta saperne cogliere la pienezza, imparare a ballare nel dolore e avere il coraggio di abbracciare il presente, nonostante la consapevolezza della sua inevitabile conclusione. Basta raccogliere dentro di sé tutte le moltitudini possibili, quel cosmo destinato a perire, ma fatto di meravigliose e irripetibili esperienze e percezioni. Ed è così che, scegliendo di raccontare la morte ancora prima della vita, Flanagan realizza una commovente e, per certi versi, quasi spensierata ode all’esistenza, al valore del presente e a ciò che è destinato a finire. Perché la consapevolezza della morte ci insegni che questa non priva la vita del suo significato, ma ci aiuta a riconoscerlo in ogni suo istante.
Disponibile su NOW TV e per l’acquisto su Amazon Prime Video.
15 novembre. Prima dell’alba (1995) di Richard Linklater

Spesso la vita ci regala incontri fugaci, brevi, ma che, per quanto effimeri, sono destinati a cambiarci irrimediabilmente. A volte il destino ci conduce sulla stessa strada di qualcun altro, in modo casuale, oppure ci fa salire sul suo stesso treno. Jesse e Céline si incontrano così, a bordo di un treno per Vienna, e quello che sembra essere un semplice momento di passaggio finisce per trasformarsi nell’incontro che lascerà un segno indelebile nelle loro vite. Con il primo film della Before trilogy, Linklater ci conduce in una dimensione intimistica fatta di dialoghi e passeggiate per le strade di una Vienna notturna, accompagnando i due giovani protagonisti mentre parlano e si raccontano, si conoscono e si mettono a nudo in un sapiente gioco di lunghe conversazioni dall’impronta filosofica. Sembra quasi di assistere a dei monologhi teatrali, ascoltando i botta e risposta di Jesse e Céline sull’amore, su Dio, sulla morte, sull’esistenza; eppure, nonostante la complessità dei loro discorsi, è proprio nel condividere i pensieri più intimi, le paure e le contraddizioni che emerge il loro essere profondamente veri. In un mondo in cui spesso le relazioni sono segnate da convenzioni e superficialità, i due ragazzi creano un luogo sospeso nel tempo e nello spazio, una parentesi sottratta alla quotidianità, in cui possono davvero essere sinceri e liberi. Ma la notte è destinata a finire e a lasciare lo spazio al giorno. Ed è proprio questa contingenza, la consapevolezza della fragilità del tempo e della precarietà dell’incontro, a renderlo ancora più profondo e intenso.
Disponibile per l’acquisto o il noleggio digitale su Amazon Prime Video.
22 novembre. Il castello errante di Howl (2004) di Hayao Miyazaki

Tra i capolavori di Hayao Miyazaki, Il castello errante di Howl non fa eccezione nel custodire significati di straordinaria profondità. Ritornano l’antibellicismo e l’amore per la natura, temi da sempre cari al maestro, ma i suoi personaggi hanno qualcosa di più intimo da raccontare. Howl e Sophie sono profondamente complessi, veri nelle loro contraddizioni. Lui è vanitoso, tracotante, in balia di continui sbalzi d’umore, spaventato da forti legami; è un esteta. Lei, invece, è intrappolata in una costante lotta per l’accettazione di sé. E in quel castello pericolante, improbabile, ma pieno di vita, i due imparano a venirsi incontro. Alla tendenza di Howl a fuggire Sophie risponde con cura e pazienza, mentre lui riesce a guardare la ragazza oltre la maledizione, riconoscendo una bellezza che lei stessa stenta a vedere. Il castello diventa così riflesso dei suoi abitanti: un insieme disordinato di fragilità, che però riesce a trovare un equilibrio. E tra distese di prati incantevoli e scene di guerra devastanti, Miyazaki ci consegna forse il suo messaggio più prezioso: la vera bellezza non risiede nella perfezione, ma nella capacità di accogliere ciò che è imperfetto, nella cura e nell’amore. Come dice Sophie, «il cuore è un fardello pesante». Amare significa esporsi, assumersi la responsabilità di un legame. Ma è questa vulnerabilità, apparentemente difficile da sostenere, a diventare la forza capace di spezzare le maledizioni, opporsi alla distruzione della guerra e renderci infinitamente umani.
Disponibile per la visione su Netflix.
25 novembre. C’è ancora domani (2023) di Paola Cortellesi

Paola Cortellesi debutta alla regia nel 2023 con C’è ancora domani e, attraverso il bianco e nero d’un Italia del dopoguerra che richiama il neorealismo, racconta una storia in realtà senza tempo. Racconta la storia di generazioni di donne costrette a «imparare a stare zitte», in un mondo cucito su misura per gli uomini. Una denuncia di meccanismi che, seppur narrati senza colori, sono più vividi e vicini a noi che mai: la svalutazione della donna, la violenza domestica, le disparità salariali, il privilegio maschile che permea ogni aspetto della vita quotidiana. Paola Cortellesi riesce a costruire un racconto originale, in cui la crudeltà di un Valerio Mastandrea spaventosamente credibile trova un contrappunto negli scambi comici tra lei ed Emanuela Fanelli. E quando la violenza irrompe nella quotidianità, l’insolita scelta di sostituirne i rumori con la musica non ne attenua la brutalità, ma la rende, paradossalmente, ancora più disturbante. Eppure, tra le mura soffocanti della casa di Delia, si intravede uno spiraglio di luce. Negli occhi della figlia Delia trova il coraggio di lottare, nella speranza di interrompere un eterno ciclo, perché sua figlia non debba sopportare ciò che lei ha sempre conosciuto. Il film si apre con uno schiaffo, ma si chiude su una folla, a ricordarci che, per quanto dure siano le battaglie che siamo chiamate ad affrontare ogni giorno, noi donne non siamo mai davvero sole.
Disponibile per la visione su Netflix, Amazon Prime Video, HBO MAX.
29 novembre. Tick, tick… boom! (2021) di Lin-Manuel Miranda

Tick tick…boom! è un’opera labirintica. Un tributo di un autore a un altro, da Lin-Manuel Miranda a Jonathan Larson, ma forse anche a se stesso; un musical che racchiude altri musical; un’ode malinconica sullo scorrere del tempo e al mondo che continua a cambiare. In un’epoca segnata dall’ombra dell’AIDS, dalla precarietà economica e da continue trasformazioni, Andrew Garfield nei panni di Jonathan Larson diventa la voce di chi vive in bilico. Il musical è per chi sente incombere su di sé la grandezza dei traguardi, senza avere la sensazione di aver davvero realizzato qualcosa di concreto. Per chi custodisce sogni che sembrano destinati a rimanere nei cassetti, non adatti al mondo che li circonda. Per chi avverte più di una semplice ambizione: la necessità di creare, di far sentire la propria voce, di lasciare il proprio segno sulla Terra. Questo musical è per chi vuole tenere vivo il ricordo di coloro che ingiustizie, guerre e malattie hanno portato via, per chi tenta di trovare un senso al tempo che scorre inesorabile, mentre il mondo sembra privare di significato persino i sogni. Tick, tick… boom! ci invita a perseverare, anche nel caos che sembra non fornire risposte. Forse alcune cose sono troppo grandi per essere accettate, troppo dolorose per essere comprese; ma anche quando tutto sembra andare in pezzi, continuare a creare, a credere e perseverare può diventare il più grande atto d’amore possibile. Verso noi stessi, verso chi amiamo e verso chi non ha più la possibilità di farlo.
Disponibile per la visione su Netflix.
30 novembre. Le cronache di Narnia - Il leone, la strega e l’armadio (2005) di Andrew Adamson

In vista del nuovo film di Greta Gerwig, Narnia: Il nipote del mago in uscita l’11 febbraio 2027, concludiamo il mese di novembre aprendo le ante dell’armadio più famoso della letteratura. Certe storie non smettono di scaldarci il cuore, indipendentemente da quante volte le abbiamo lette o viste, e C. S. Lewis ci ha lasciato in eredità uno degli universi più amati di sempre. Quando Lucy varca la soglia dell’armadio, facendosi strada tra pellicce e cappotti, non entra solo in un regno incantato, prigioniero di un inverno senza fine, ma intraprende un viaggio che la conduce oltre i confini del mondo conosciuto e, in qualche modo, anche di se stessa. Narnia diventa così molto più di un luogo di evasione: è la possibilità di mettere in discussione ciò che crediamo di sapere, di crescere, di esplorare ciò che non comprendiamo, di lottare per dei valori, di guardare la realtà da prospettive diverse dalla nostra. E’ lo stesso Lewis, del resto, a riconoscere nella fantasia e nella letteratura il potere di ampliare i confini della nostra esperienza, permettendoci di vedere il mondo attraverso occhi non nostri. E’ questa la magia di Narnia: farci aprire una porta sull’impossibile. Un mondo che abbiamo amato da bambini e che, difficilmente anche da adulti, fatichiamo a dimenticare.
Disponibile per la visione su Disney+ e per l'acquisto o il noleggio digitale su Amazon Prime Video.
di Agnese Tomassoli
NC-470
01.11.2026
Il calendario, di solito, si appende in cucina sotto l’orologio, come a creare un asse simmetrico e incrementale di scansione del tempo. I secondi diventano ore, che diventano giorni, che diventano settimane, fino a che le caselle si esauriscono, e bisogna comprarne uno nuovo. Oltre che dal meteo e dalla notte che si avvicina o si allontana, sui calendari i mesi vengono contraddistinti da un’immagine - un’ape che raccoglie il polline, un'aerea dell’Empire State Building, un quadro di Miró - che in un modo o nell’altro cerca di racchiudere l’essenza di questa particolare trentina di giorni.
Per questo Novembre, al posto della singola illustrazione a cui siamo abituati, ODG pubblicherà una selezione di dieci film da vedere durante il mese e appositamente scelti per marcare ricorrenze, anniversari e affinità umorali.
1 novembre. Coraline e la porta magica (2009) di Henry Selick

Ci faceva andare a letto con una sensazione di inquietudine inspiegabile da piccoli, ma ora che siamo adulti fa davvero paura. Nelle mani di Selick, Coraline diventa un’avventura dai toni gotici e disturbanti, in cui l’undicenne protagonista, sperando di scappare da una vita in cui si sente forse un po’ prigioniera e un po’ estranea, attraversa una piccola porticina verso l’altro mondo. Un universo apparentemente speculare al suo, ma dai colori più saturi e incredibilmente perfetto. Qui, giochi divertenti, piatti prelibati preparati dall’altra madre e canzoni scritte dall’altro padre la invitano a restare. Eppure, nelle melodie risuona una nota cupa e i piatti sono sempre troppo abbondanti. Quella vita è troppo perfetta. Nell’altro mondo, infatti, la morte si impone sulla vita con la sua lusinga della perfezione, si insinua nelle crepe di Coraline che, in fondo, è ancora una bambina che deve imparare a conoscere il mondo e a imporsi su coloro che, travestiti da magnifiche creature, sono costantemente pronti a tessere la tela attorno a lei. E forse è proprio ciò che il film (e prima ancora l'omonima opera di Neil Gaiman) avevano intenzione di fare: lasciare un monito al mondo ancora in tenera età. Assicurarsi che capissimo da subito la differenza tra chi a volte ci trascura o compie errori perché umano e chi, invece, dispensa perfezione e si approfitta dei nostri punti deboli, pronto a riscuotere il proprio pegno. Perché, in fondo, il mondo non è fatto di colori saturi. Sa essere anche grigio, con qualche macchia di colore a punteggiarlo, proprio come la realtà che Coraline abita. Ma ciò non significa che non sia casa.
Disponibile per l'acquisto o il noleggio digitale su Amazon Prime Video.
2 novembre. La sposa cadavere (2005) di Tim Burton

Con La sposa cadavere, Tim Burton intreccia la straordinaria forza visiva del proprio immaginario con la profondità dei temi e dei messaggi che intende veicolare, raggiungendo forse una delle espressioni più compiute del suo cinema. Liberamente ispirata a un’antica leggenda del folklore ebraico, la pellicola racconta una storia intrecciata tra due mondi. Burton ci conduce in un paradossale regno dei morti, sorprendentemente più ricco di colore del grigio, spento e piatto mondo dei vivi. Qui i defunti ballano, cantano e si abbandonano a un'allegria contagiosa e i loro corpi deformati, esaltati dai contrasti di ombre e luci, sembrano possedere una tridimensionalità e una vitalità che manca al mondo in superficie. Con un rovesciamento visivo e simbolico, Burton sovverte la tradizionale contrapposizione tra vita e morte: i colori vivaci e saturi suggeriscono che siano proprio i morti a possedere la più autentica espressione della vita, fatta di energia, libertà e passione, lontana dalle costrizioni sociali, dall’avidità, dalla corruzione dell’animo che dominano e attanagliano i vivi. Ed Emily, la sposa cadavere vittima di un amore tradito e di una morte violenta, incarna il messaggio più profondo del film. Ci ricorda che anche un cuore che ha smesso di battere può essere spezzato, ma che l'amore non finisce con la morte. Che forse l'atto più coraggioso che si possa compiere in amore, consista nella capacità di perdonare, rinunciare e lasciar andare. Solo così anche un cuore spezzato può trovare la forza di guarire, liberarsi dal dolore e tornare finalmente a volare libero.
Disponibile su HBO MAX e Prime Video.
3 novembre. Tre ciotole (2025) di Isabel Coixet

Tre ciotole è tratto dall’ultimo romanzo di Michela Murgia, articolato in dodici racconti che la regista spagnola Isabel Coixet e lo sceneggiatore Enrico Audenino condensano in un’unica narrazione cinematografica, dando un volto e un nome ai personaggi precedentemente anonimi: Marta (Alba Rohrwacher) e Antonio (Elio Germano).Quando la storia tra Marte e Antonio finisce, Marta resta in compagnia solo della delusione amorosa e della mancanza di appetito. Una visita medica rivela, però, che la sua condizione nasconde molto più di un semplice cuore spezzato. Presto Marta si ritrova a fare i conti con lo scorrere inesorabile del tempo, con la consapevolezza di una vita che procede indifferente ai desideri e alle aspettative di chi la abita. Eppure, anziché ricercare un perché capace di dare un senso a tutto ciò che l’ha condotta fino a quel momento, sceglie di riappropriarsi di ogni piccolo frammento della propria esistenza, di non sprecare il tempo interrogandosi su ciò che sarebbe potuto essere, ma di rivolgere lo sguardo a ciò che ancora può essere. Alle esperienze inattese, alla bellezza racchiusa nei gesti quotidiani, alle meraviglie nascoste di un mondo che, improvvisamente, acquista un sapore diverso. Tre ciotole è un film codificato sul “nonostante”: nonostante le rotture, nonostante il dolore, nonostante la malattia, la vita merita di essere vissuta. Nonostante l’impossibilità di trovare sempre una risposta o una motivazione, possiamo scegliere di rivolgere lo sguardo al futuro e a ciò che ha da offrirci. Nonostante «gli organismi più sofisticati sono più soggetti a errori», non possiamo rinunciare a vivere. Perché è accettando il rischio, l’imprevedibilità e la fragilità dell’esistenza che possiamo scoprirne le infinite possibilità. Imparare il coreano, cucinare ogni giorno un piatto diverso, lasciarci sorprendere da ciò che non conosciamo. E, soprattutto, continuare a vivere. Nonostante tutto.
Disponibile per la visione su NOW TV e per l'acquisto o il noleggio digitale su Amazon Prime Video.
9 novembre. Il cielo sopra Berlino (1987) di Wim Wenders

Il cielo sopra Berlino è più di una semplice trama da ascoltare: è un’esperienza che va vissuta. Bisogna camminare per le strade della caotica ma solitaria Berlino del 1987, che Wim Wenders aveva il bisogno di mostrare, accompagnando Damiel e Cassiel, i due angeli con il cappotto. Bisogna muoversi insieme alla stessa città, non semplice ambientazione sullo sfondo, ma protagonista che respira e a volte annaspa nella frammentazione della realtà che la circonda. Bisogna vagare insieme a Homer che, nel disperato tentativo di preservare l'identità della propria patria, canta le storie di una città ormai devastata dalla guerra e dalla divisione. Damiel e Cassiel vedono tutto: conoscono i pensieri degli uomini, ascoltano le voci più intime dell’umanità, ne osservano e condividono le sofferenze e le gioie, attraversano il tempo senza esserne toccati. Non giudicano, non puniscono; contemplano. Possiedono la conoscenza assoluta, la possibilità dell'eternità, eppure ciò che manca loro è ciò che rende umana l’esistenza: l'esperienza concreta. Vivono intrappolati in una realtà in bianco e nero che non ammette le sfumature della precarietà, del rischio, della vulnerabilità. Ed è questo che Damiel desidera: la vita a colori. Quella stessa vita che i bambini, figure ricorrenti nel cinema di Wenders (Alice nelle città, 1974; Paris, Texas, 1994), sembrano ancora capaci di cogliere nella sua pienezza. Sono loro a incarnare il motif dell’innocenza, ma soprattutto il privilegio di sapersi ancora meravigliare di fronte al mondo. Damiel desidera ciò di cui gli adulti della Berlino divisa, schiacciati dal peso della storia e dalle contraddizioni della modernità, sembrano aver dimenticato il valore: la possibilità di vivere e sentire pienamente, anche a costo di soffrire. Perché sono proprio i dubbi, le preoccupazioni, le paure, la caducità dell’esistenza e l’irripetibilità di ogni istante a rendere la vita preziosa e degna di essere assaporata.
Disponibile per la visione, per l'acquisto o il noleggio digitale su Amazon Prime Video.
13 novembre. The Life of Chuck (2024) di Mike Flanagan

«Contengo moltitudini». Questo è il mantra che attraversa The Life of Chuck, l’adattamento da Stephen King diretto da Mike Flanagan. Una storia narrata al contrario, a partire da un’apparente apocalisse. A sgretolarsi però non è l’universo, ma il mondo interiore di Chuck, in fin di vita: quel piccolo cosmo che racchiude tutto ciò che ha conosciuto, amato e sfiorato nel corso della sua esistenza, ogni luogo attraversato, ogni volto incontrato, ogni persona sulla quale ha lasciato un segno, per quanto impercettibile. La storia procede a ritroso, facendoci conoscere l’ombra della morte che incombe su di lui fin da bambino e con cui impara a convivere, fino ad accettare la finitezza della vita. Chuck sa di essere un uomo ordinario, eppure, è in questa ordinarietà che si ritrova la bellezza della vita: nei gesti semplici, negli incontri fugaci e negli amori quotidiani. Non occorre vivere una vita eccezionale per renderla straordinaria. Basta saperne cogliere la pienezza, imparare a ballare nel dolore e avere il coraggio di abbracciare il presente, nonostante la consapevolezza della sua inevitabile conclusione. Basta raccogliere dentro di sé tutte le moltitudini possibili, quel cosmo destinato a perire, ma fatto di meravigliose e irripetibili esperienze e percezioni. Ed è così che, scegliendo di raccontare la morte ancora prima della vita, Flanagan realizza una commovente e, per certi versi, quasi spensierata ode all’esistenza, al valore del presente e a ciò che è destinato a finire. Perché la consapevolezza della morte ci insegni che questa non priva la vita del suo significato, ma ci aiuta a riconoscerlo in ogni suo istante.
Disponibile su NOW TV e per l’acquisto su Amazon Prime Video.
15 novembre. Prima dell’alba (1995) di Richard Linklater

Spesso la vita ci regala incontri fugaci, brevi, ma che, per quanto effimeri, sono destinati a cambiarci irrimediabilmente. A volte il destino ci conduce sulla stessa strada di qualcun altro, in modo casuale, oppure ci fa salire sul suo stesso treno. Jesse e Céline si incontrano così, a bordo di un treno per Vienna, e quello che sembra essere un semplice momento di passaggio finisce per trasformarsi nell’incontro che lascerà un segno indelebile nelle loro vite. Con il primo film della Before trilogy, Linklater ci conduce in una dimensione intimistica fatta di dialoghi e passeggiate per le strade di una Vienna notturna, accompagnando i due giovani protagonisti mentre parlano e si raccontano, si conoscono e si mettono a nudo in un sapiente gioco di lunghe conversazioni dall’impronta filosofica. Sembra quasi di assistere a dei monologhi teatrali, ascoltando i botta e risposta di Jesse e Céline sull’amore, su Dio, sulla morte, sull’esistenza; eppure, nonostante la complessità dei loro discorsi, è proprio nel condividere i pensieri più intimi, le paure e le contraddizioni che emerge il loro essere profondamente veri. In un mondo in cui spesso le relazioni sono segnate da convenzioni e superficialità, i due ragazzi creano un luogo sospeso nel tempo e nello spazio, una parentesi sottratta alla quotidianità, in cui possono davvero essere sinceri e liberi. Ma la notte è destinata a finire e a lasciare lo spazio al giorno. Ed è proprio questa contingenza, la consapevolezza della fragilità del tempo e della precarietà dell’incontro, a renderlo ancora più profondo e intenso.
Disponibile per l’acquisto o il noleggio digitale su Amazon Prime Video.
22 novembre. Il castello errante di Howl (2004) di Hayao Miyazaki

Tra i capolavori di Hayao Miyazaki, Il castello errante di Howl non fa eccezione nel custodire significati di straordinaria profondità. Ritornano l’antibellicismo e l’amore per la natura, temi da sempre cari al maestro, ma i suoi personaggi hanno qualcosa di più intimo da raccontare. Howl e Sophie sono profondamente complessi, veri nelle loro contraddizioni. Lui è vanitoso, tracotante, in balia di continui sbalzi d’umore, spaventato da forti legami; è un esteta. Lei, invece, è intrappolata in una costante lotta per l’accettazione di sé. E in quel castello pericolante, improbabile, ma pieno di vita, i due imparano a venirsi incontro. Alla tendenza di Howl a fuggire Sophie risponde con cura e pazienza, mentre lui riesce a guardare la ragazza oltre la maledizione, riconoscendo una bellezza che lei stessa stenta a vedere. Il castello diventa così riflesso dei suoi abitanti: un insieme disordinato di fragilità, che però riesce a trovare un equilibrio. E tra distese di prati incantevoli e scene di guerra devastanti, Miyazaki ci consegna forse il suo messaggio più prezioso: la vera bellezza non risiede nella perfezione, ma nella capacità di accogliere ciò che è imperfetto, nella cura e nell’amore. Come dice Sophie, «il cuore è un fardello pesante». Amare significa esporsi, assumersi la responsabilità di un legame. Ma è questa vulnerabilità, apparentemente difficile da sostenere, a diventare la forza capace di spezzare le maledizioni, opporsi alla distruzione della guerra e renderci infinitamente umani.
Disponibile per la visione su Netflix.
25 novembre. C’è ancora domani (2023) di Paola Cortellesi

Paola Cortellesi debutta alla regia nel 2023 con C’è ancora domani e, attraverso il bianco e nero d’un Italia del dopoguerra che richiama il neorealismo, racconta una storia in realtà senza tempo. Racconta la storia di generazioni di donne costrette a «imparare a stare zitte», in un mondo cucito su misura per gli uomini. Una denuncia di meccanismi che, seppur narrati senza colori, sono più vividi e vicini a noi che mai: la svalutazione della donna, la violenza domestica, le disparità salariali, il privilegio maschile che permea ogni aspetto della vita quotidiana. Paola Cortellesi riesce a costruire un racconto originale, in cui la crudeltà di un Valerio Mastandrea spaventosamente credibile trova un contrappunto negli scambi comici tra lei ed Emanuela Fanelli. E quando la violenza irrompe nella quotidianità, l’insolita scelta di sostituirne i rumori con la musica non ne attenua la brutalità, ma la rende, paradossalmente, ancora più disturbante. Eppure, tra le mura soffocanti della casa di Delia, si intravede uno spiraglio di luce. Negli occhi della figlia Delia trova il coraggio di lottare, nella speranza di interrompere un eterno ciclo, perché sua figlia non debba sopportare ciò che lei ha sempre conosciuto. Il film si apre con uno schiaffo, ma si chiude su una folla, a ricordarci che, per quanto dure siano le battaglie che siamo chiamate ad affrontare ogni giorno, noi donne non siamo mai davvero sole.
Disponibile per la visione su Netflix, Amazon Prime Video, HBO MAX.
29 novembre. Tick, tick… boom! (2021) di Lin-Manuel Miranda

Tick tick…boom! è un’opera labirintica. Un tributo di un autore a un altro, da Lin-Manuel Miranda a Jonathan Larson, ma forse anche a se stesso; un musical che racchiude altri musical; un’ode malinconica sullo scorrere del tempo e al mondo che continua a cambiare. In un’epoca segnata dall’ombra dell’AIDS, dalla precarietà economica e da continue trasformazioni, Andrew Garfield nei panni di Jonathan Larson diventa la voce di chi vive in bilico. Il musical è per chi sente incombere su di sé la grandezza dei traguardi, senza avere la sensazione di aver davvero realizzato qualcosa di concreto. Per chi custodisce sogni che sembrano destinati a rimanere nei cassetti, non adatti al mondo che li circonda. Per chi avverte più di una semplice ambizione: la necessità di creare, di far sentire la propria voce, di lasciare il proprio segno sulla Terra. Questo musical è per chi vuole tenere vivo il ricordo di coloro che ingiustizie, guerre e malattie hanno portato via, per chi tenta di trovare un senso al tempo che scorre inesorabile, mentre il mondo sembra privare di significato persino i sogni. Tick, tick… boom! ci invita a perseverare, anche nel caos che sembra non fornire risposte. Forse alcune cose sono troppo grandi per essere accettate, troppo dolorose per essere comprese; ma anche quando tutto sembra andare in pezzi, continuare a creare, a credere e perseverare può diventare il più grande atto d’amore possibile. Verso noi stessi, verso chi amiamo e verso chi non ha più la possibilità di farlo.
Disponibile per la visione su Netflix.
30 novembre. Le cronache di Narnia - Il leone, la strega e l’armadio (2005) di Andrew Adamson

In vista del nuovo film di Greta Gerwig, Narnia: Il nipote del mago in uscita l’11 febbraio 2027, concludiamo il mese di novembre aprendo le ante dell’armadio più famoso della letteratura. Certe storie non smettono di scaldarci il cuore, indipendentemente da quante volte le abbiamo lette o viste, e C. S. Lewis ci ha lasciato in eredità uno degli universi più amati di sempre. Quando Lucy varca la soglia dell’armadio, facendosi strada tra pellicce e cappotti, non entra solo in un regno incantato, prigioniero di un inverno senza fine, ma intraprende un viaggio che la conduce oltre i confini del mondo conosciuto e, in qualche modo, anche di se stessa. Narnia diventa così molto più di un luogo di evasione: è la possibilità di mettere in discussione ciò che crediamo di sapere, di crescere, di esplorare ciò che non comprendiamo, di lottare per dei valori, di guardare la realtà da prospettive diverse dalla nostra. E’ lo stesso Lewis, del resto, a riconoscere nella fantasia e nella letteratura il potere di ampliare i confini della nostra esperienza, permettendoci di vedere il mondo attraverso occhi non nostri. E’ questa la magia di Narnia: farci aprire una porta sull’impossibile. Un mondo che abbiamo amato da bambini e che, difficilmente anche da adulti, fatichiamo a dimenticare.
Disponibile per la visione su Disney+ e per l'acquisto o il noleggio digitale su Amazon Prime Video.