
INT-133
26.10.2026
Negli ultimi anni, il cinema norvegese ha conosciuto una trasformazione significativa, passando da una posizione relativamente marginale nel panorama europeo a diventare una delle realtà più vivaci e interessanti del cinema contemporaneo. Accanto al successo internazionale di Joachim Trier, meritano di essere citati la trilogia Sex, Dreams, Love (2024) di Dag Johan Haugerud, Armand (2024) di Halfdan Ullmann Tøndel e Loveable (2024) di Lilja Ingolfsdottir: opere diverse tra loro, ma accomunate da uno sguardo attento alle relazioni umane, alle fragilità individuali e alle contraddizioni della vita contemporanea. A inserirsi in questo panorama è anche Eivind Landsvik, che con Low Expectations, il suo lungometraggio d’esordio, è approdato alla Quinzaine des Cinéastes del Festival di Cannes 2026, prima di arrivare alla Festa del cinema di Roma, dove il film è stato presentato nelle sezione Alice nella Città.
Al centro di Low Expectations c’è Maja (Marie Ulven, meglio conosciuta come Girl in Red), una musicista che, dopo anni trascorsi a lavorare in studio, andare in tournée e inseguire il successo, arriva a un punto di rottura. La carriera su cui ha investito tutto sembra improvvisamente perdere significato e, rimasta senza soldi e incapace di proseguire lungo la strada che si era costruita, Maja è costretta a mettere in pausa la propria attività e a tornare a vivere con la madre Astrid (Tone Beate Mostraum). È proprio quest’ultima a trovarle un impiego temporaneo come assistente nella scuola superiore in cui insegna, un lavoro lontanissimo dalla vita a cui Maja era abituata, che la mette a confronto con una quotidianità fatta di piccoli compiti, colleghi e adolescenti alle prese con le proprie aspirazioni.
Tra questi c’è Aida (Embla Bernsten), una giovane fan che riconosce in lei l’artista che ha sempre ammirato, mentre Johannes (Anders Danielsen Lie), un collega più maturo, cerca di avvicinarla e di offrirle un punto di vista diverso sul mondo. Ma per Maja, alle prese con la depressione e con la sensazione di aver fallito proprio nel momento in cui avrebbe dovuto realizzare i propri sogni, trovare un posto in questa nuova realtà non è affatto semplice. Lontana dai riflettori e da un’identità che per anni è coincisa con la sua carriera musicale, dovrà confrontarsi con una domanda più difficile di quella sul successo: chi è, adesso, al di fuori di ciò che sperava di diventare?
È nel divario tra le aspettative e la realtà che Low Expectations trova il suo centro emotivo. Più che raccontare il fallimento di una carriera, Eivind Landsvik esplora il vuoto che si apre quando un sogno, diventato parte integrante della propria identità, sembra ormai irraggiungibile. Ne emerge un ritratto intimo e disilluso, che riflette sulla difficoltà di accettare una vita diversa da quella che avevamo immaginato per noi stessi.
Low Expectations arriverà prossimamente nelle sale italiane distribuito da Wanted Cinema. Abbiamo avuto il piacere di incontrare Eivind Landsvik, che ci ha raccontato della genesi del film, della costruzione del personaggio di Maja e della collaborazione con la cantante Marie Ulven. Nel corso della conversazione, abbiamo approfondito anche la dimensione personale dell’opera e le principali influenze cinematografiche che hanno contribuito a darle forma.

Maja (Marie Ulven) in Low Expectations (2026)
Vorrei iniziare chiedendoti come fosse nata questa storia legata alla crisi d’identità di un artista.
Ero arrivato a un punto in cui avevo così tanti dubbi sulla possibilità di riuscire a realizzare un lungometraggio. Era qualcosa che avevo cercato di ottenere per tutta la mia vita adulta. Non credo sia una difficoltà che riguarda soltanto me. Voglio dire, alcune persone che lavorano nell'industria creativa e nel mondo dell'arte riescono a farcela molto in fretta, ma penso che per la maggior parte delle persone ci voglia tempo. In quel periodo mi trovavo spesso ad aiutare un amico, che era insegnante, andando ad assistere agli esami perché non aveva nessun altro a disposizione. Sapeva che non avevo niente da fare e mi diceva: «Dai, a te piace lavorare, ma ti piacciono anche i film, i videoclip e i cortometraggi. Stare con tutti questi ragazzi sarà una fonte d'ispirazione». Avevo i miei dubbi, ma accettai. Dopo averlo fatto un paio di volte, mi resi abbastanza presto conto che aveva ragione. Dovevo mettere via il telefono, sedermi in quell'aula silenziosa e osservare. Per me era un'esperienza molto cinematografica, perché vedevo le persone, osservavo gli esseri umani sottoposti a una forte pressione e alle prese con il tentativo di gestirla. E quando non hai niente da fare, sei costretto a pensare e a riflettere. Cominciai a pormi delle domande su quelle persone in aula, su quali fossero le loro aspirazioni personali. E iniziai a riflettere sugli ultimi dieci o quindici anni della mia vita, su quello che avevo fatto e su cosa avrei fatto se le cose non avessero funzionato. È così che è nata l'idea.
Da questa esperienza sei poi passato a una riflessione più ampia sulla vita degli artisti e su ciò che si nasconde dietro la loro carriera. Come è nata l'idea di raccontare questa dimensione attraverso il personaggio di Maja?
Cominciai a pensare che, se tutto questo era difficile per me, che aspiravo a diventare regista, chissà quanto lo fosse per un'artista, per una musicista. Un'artista è molto più esposta ai media, ai social network e a tutto il resto. Se pensiamo a tutti gli artisti che incontriamo nel corso della nostra vita, la maggior parte di loro non ha una carriera lunga, sai? Di molti senti parlare in un determinato momento, magari non sono nemmeno tra i più grandi, e tu ti godi la loro musica. Poi, dopo un po', tutto si fa silenzioso, e te ne dimentichi completamente. Ero curioso di realizzare un film su un essere umano, piuttosto che su un'artista e sulla sua carriera. Volevo guardare a quello che succede dietro le quinte, nella vita reale.
Trovo interessante che tu abbia scelto di raccontare la storia di una musicista senza mostrarla quasi mai mentre canta o si esibisce. La vediamo suonare il pianoforte e assistiamo ad alcuni flashback del suo tour, ma la sua dimensione artistica rimane sempre sullo sfondo. Come mai hai scelto questo approccio?
Quando realizzo videoclip, cortometraggi e cose del genere, lavoro spesso con attori non professionisti. Perciò ero aperto all'idea di invitare persone molto diverse a fare un provino per questo ruolo. A un certo punto, mi è venuta la curiosità di far provare anche ad artisti veri. Marie, in realtà, non era stata tra le prime persone a cui pensavo, perché è una persona molto diversa e la sua carriera è a un livello decisamente più alto rispetto a quella di Maja. Credo semplicemente di aver pensato che fosse troppo importante e troppo impegnata. Ma, dopo un po', mi resi conto che non riuscivo davvero a trovare quello che stavo cercando. A un certo punto mi sono chiesto: ma che cosa sto cercando, esattamente? Non lo so. E allora mi è venuta l'idea di chiedere a lei. Tanto probabilmente avrebbe detto di no. Che cosa avevo da perdere? L'abbiamo contattata e credo che, all'inizio, fosse un po' scettica all'idea di interpretare un'artista. Poi ha letto la sceneggiatura e mi ha detto: «In realtà, non parla proprio di musica». E io le ho risposto: «No, infatti, non parla di musica». È proprio questo che l'ha incuriosita e l'ha convinta ad accettare il ruolo.
Quali sono state le sfide principali per entrambi, sia per te sia per lei, nella realizzazione del film e nella costruzione di questo personaggio?
Come succede con gli altri attori, è una lotta contro il tempo. Voglio dire, pensavo tra me e me che probabilmente fosse proprio questo lavorare con un attore da regista, sai? Hai un tempo limitato a disposizione. Così ho deciso di cercare di passare con lei più tempo possibile prima delle riprese, non soltanto per provare, ma anche per conoscerla, fare in modo che si fidasse di me e, allo stesso tempo, imparare a fidarmi di lei. Credo che sentirsi a proprio agio l'uno con l'altra e avere fiducia reciproca sia fondamentale per riuscire a fare un film. Perché, per tutte le persone coinvolte, a un certo punto diventa qualcosa di personale. Ci sono così tante cose che non puoi controllare. Gli attori, quando recitano, usano il proprio corpo. Che lo vogliano o meno, credo che portino con sé la vita che hanno vissuto e che, se sono coinvolti personalmente in quello che fanno, abbiano qualcosa da offrire. E questo fa parte del processo. Mi capita spesso di ricevere domande del tipo: «Che cosa c'è stato di diverso nel lavorare con Marie, considerando che è un'artista e tutto il resto?». Capisco perché me lo chiedano, ma la verità è che ha ottenuto la parte grazie alla sua recitazione. Mi ha sorpreso moltissimo fin dalla prima volta. Quindi, credo che la sfida principale fosse semplicemente riuscire a trovare abbastanza tempo per capire come aiutarla a essere la migliore attrice possibile.

Maja (Marie Ulven) e Aida (Embla Bernsten) in una sequenza del film
Vorrei concentrarmi ora su alcune delle relazioni di Maja nel film, a cominciare da quella con la giovane Aida, che ho trovato particolarmente interessante. In alcuni momenti, infatti, sembra che la storia venga raccontata proprio attraverso il suo punto di vista, mentre la vediamo alle prese con la sua vita da adolescente. Che cosa volevi raccontare attraverso questo personaggio e il suo modo di guardare a Maja?
È interessante, perché io e Marie abbiamo effettivamente visto il film insieme e alcune persone che l'hanno visto sono rimaste un po' frustrate dal personaggio di Aida. A loro piace, ma credo che molti vorrebbero che lei e Maja si incontrassero alla fine, o qualcosa del genere. Quando ci sono persone che conosci di vista, ma che in realtà non conosci personalmente, sai chi sono e che cosa fanno, ma non sai davvero chi siano. Fin dall'inizio, sapevo di voler presentare Maja attraverso gli occhi di qualcun altro, e di voler mostrare le difficoltà che si incontrano quando si è una persona che gli altri conoscono, senza però sapere a propria volta le persone che la conoscono. E durante la proiezione a Roma, mentre guardavo il film, ho pensato che quello che cercavo di ottenere attraverso questo personaggio fosse anche mostrare quanto l'arte sia importante nella vita dei giovani. Aida costruisce davvero la propria identità attraverso ciò che le piace, e il fatto di essere una fan di Maja è una parte importante della sua identità. Soprattutto perché frequenta una scuola in cui non è particolarmente apprezzata. Penso che tra loro ci sia un parallelismo interessante, perché Aida si trova nella fase della vita in cui Maja si trovava un tempo. Anche lei sta cercando di costruirsi una carriera nell'arte, ma attraverso la danza, non la musica. Credo che Aida pensi che Maja abbia tutto quello che lei sogna di avere. E, in un certo senso, Maja guarda Aida allo stesso modo, perché ha ancora tutta la vita davanti a sé.
Allo stesso tempo, c'è un'altra relazione molto importante per Maja, quella con sua madre. Trovo che le ultime scene che condividono siano molto naturali e anche particolarmente emozionanti, perché la madre sembra essere l'unica persona capace di capire davvero sua figlia. Come hai lavorato sulla loro relazione per renderla così autentica?
Per quanto riguarda la mia esperienza personale, quando parlo con mio padre, la conversazione è più o meno questa: «Come va?». «Bene». «Ok». Con mia madre, invece, la stessa conversazione è molto diversa. E questo può essere davvero frustrante. Maja si nasconde da sua madre perché sa che è proprio la persona che la ama di più e che tiene maggiormente a lei, ma non è ancora pronta a condividere quello che sta vivendo. Credo che avere una casa in cui poter tornare quando sei al verde, depresso e ti senti completamente solo sia davvero un privilegio. Ma la vergogna che Maja prova per essere un'artista fallita, che secondo me non è vera, ma è così che lei si sente, finisce per ostacolare il rapporto con sua madre e rende le cose più complicate. E, nelle scene a cui ti riferisci, soprattutto nella penultima, durante il casting abbiamo provato soltanto un’attrice per il ruolo della madre, Tone Beate Mostraum, perché aveva fin da subito questo modo straordinario di comunicare, ma anche di comunicare senza dire nulla. Fin dal primo incontro, ho avuto una sensazione molto forte, difficile da spiegare. Credo che entrambe abbiano semplicemente capito. Mi sono sentito capito da loro, sai? Facevano le domande giuste e portavano molto al progetto.

Maja (Marie Ulven) e la madre Astrid (Tone Beate Mostraum)
Il tuo film affronta temi come la crisi d'identità e la depressione. Ci sono alcune sequenze in cui mi ha colpito il modo in cui alterni la macchina da presa fissa alle riprese a mano, soprattutto nei primi piani. Penso, per esempio, alla scena con Johannes nella seconda metà del film: quando inquadri lui, la macchina da presa è ferma, mentre quando l'inquadratura si sposta su Maja comincia a muoversi. Come hai lavorato, dal punto di vista visivo, per tradurre in immagini il suo stato d'animo?
Credo che per me sia un po' difficile spiegare molte di queste cose, perché gran parte del processo è intuitivo. Ma, visto che mi chiedi nello specifico della macchina da presa, del suo essere a volte fissa e a volte a mano, avevo, per esempio, un'idea precisa per l'inizio del film. Pensa alla scena in aula, la macchina da presa è sempre fissa perché volevo creare un senso di costrizione, e trasmettere la sensazione che lei si senta intrappolata in quell'aula. Deve essere lì, ha bisogno di quei soldi e non c'è modo di scappare. Credo che, più avanti, la macchina da presa a mano abbia introdotto una certa sensibilità. Per me, non so, in qualche modo ci avvicinava di più a lei, man mano che comincia ad aprirsi. Quindi, nel corso del film, penso che tu abbia ragione: la macchina da presa diventa sempre più mobile, perché anche lei comincia gradualmente a lasciarsi andare.
Vorrei tornare un momento sulla scena con Johannes, perché c'è uno scambio di battute che ho trovato particolarmente significativo. Maja dice che ultimamente ci sono stati più momenti negativi che positivi, e lui le risponde che ci sono ancora momenti positivi. È un dialogo molto efficace, perché Maja sta cercando di esprimere il proprio malessere, la sua insicurezza e il momento difficile che sta attraversando, mentre Johannes cerca di rassicurarla ricordandole che ci sono ancora cose positive. Ma così facendo, in un certo senso, non coglie davvero ciò che lei sta cercando di comunicargli.
Anch'io, negli ultimi anni, ho attraversato un periodo davvero brutto. Ero frustrato con tutti, e tutti facevano così. Mi sono reso conto che volevo inserire questa dinamica nel film, perché cercare di confortare una persona depressa è quasi un'impresa impossibile. Ricordo che le persone mi dicevano: «No, no, passerà. Le cose miglioreranno». Ma quelle parole per me non significavano nulla. Arrivavo quasi a pensare che i miei amici e la mia famiglia, quando mi dicevano quelle cose, fossero stupidi, sai? Ho cercato di mostrare questa dinamica anche nella conversazione tra Maja e Johannes. In realtà, questa è una conversazione che lei dovrebbe avere con sua madre, ma è troppo difficile. Perché con le persone che ami hai una responsabilità per quello che dici, capisci? Devi preoccuparti di come reagirà tua madre se le dici che hai pensieri suicidi, per esempio. E poi devi anche preoccuparti del fatto che lei si preoccuperà per te. È troppo difficile. Maja torna davvero a casa di Johannes per chiedergli scusa, ma allo stesso tempo gli riversa addosso una quantità enorme di disprezzo per se stessa e di depressione. Credo che lo faccia perché è più facile parlare con una persona che non conosci così bene. Io, Anders e Marie ne abbiamo discusso, perché non volevamo semplicemente romanticizzare la depressione. Volevo anche mostrare quanto si possa diventare poco comprensivi, persino sgradevoli, quando si sta così. Il modo in cui lei tratta dall'alto in basso l'idea di fare l'insegnante a casa di un insegnante... E poi, quando lui si apre con lei, lei si addormenta. Questa cosa ci faceva ridere, perché lei è davvero... Insomma, è così.

Maja (Marie Ulven) e Johannes (Anders Danielsen Lie)
Quali sono state le tue principali ispirazioni cinematografiche per questo film? Immagino che alcuni registi norvegesi abbiano avuto un ruolo importante, ma ho percepito anche una certa influenza del cinema francese, in particolare di Éric Rohmer. È una suggestione che ti ritrovi?
Éric Rohmer è stato davvero importante per me. Quando, da giovane cinefilo, ho scoperto il suo cinema, è cambiato molto nel mio modo di vedere le cose. Ha un modo di raccontare la vita quotidiana che trovo sempre interessante. Riguardo i suoi film ancora e ancora, perché mi piace moltissimo immergermi in quell'universo cinematografico. È quindi una fonte d'ispirazione costante per me. Per quanto riguarda i registi nordici, non ho problemi a dire che sono un grande fan di Joachim Trier. Lo conosco anche personalmente ed è stato un grande sostegno per me. Quando uscì Reprise (2006), vent'anni fa, credo di averlo visto sei volte al cinema, perché mi aveva ispirato moltissimo. Era la prima volta che, nel cinema norvegese, sentivo che veniva rappresentata una realtà che conoscevo. Molti citano anche Oslo, August 31st (2011) quando parlano delle aspettative nei confronti del mio film e di quelle che, secondo loro, potrebbero essere state le mie fonti d'ispirazione. E, naturalmente, anche quello è probabilmente un riferimento, è un capolavoro e lo adoro. È sicuramente una delle pellicole che mi hanno ispirato, ma Reprise è stato davvero ciò a cui sentivo di fare riferimento, perché racconta di due giovani che cercano di diventare scrittori. Inoltre, volevo intenzionalmente richiamarmi al cinema norvegese, perché sento che finalmente siamo arrivati a un punto in cui possiamo citare i film norvegesi all'interno di altri film norvegesi senza farlo in modo ironico. Quindi Joachim Trier è sicuramente una fonte d'ispirazione, anche se, a parte Reprise, non è qualcosa a cui ho pensato così tanto durante il lavoro. Poi c'è Sofia Coppola. Ho visto Lost in Translation (2003) da adolescente e spero che abbia avuto su di me lo stesso impatto che ha avuto su tante altre persone. Mi colpì perché era un film così essenziale e, allo stesso tempo, così ricco dal punto di vista emotivo. Dopo averlo visto per la prima volta in DVD, credo di averlo riguardato il giorno dopo, e poi ancora il giorno successivo, e quello dopo ancora. Anche Somewhere (2010), sempre di Sofia Coppola, è un film che considero sottovalutato e che amo molto. Affronta anche alcuni dei temi presenti nel mio film. Sono molto ispirato anche dal cinema di Mia Hansen-Løve e di Hirokazu Kore-eda, che considero un maestro nel raccontare la vita quotidiana. Nei suoi film, inoltre, la famiglia è un tema fondamentale. Come puoi percepire, sono un vero appassionato di cinema. E, sotto certi aspetti, penso che Low Expectations sia ispirato anche al sottogenere dei cosiddetti hangout movie, quei film in cui seguiamo i personaggi mentre trascorrono del tempo insieme. Breakfast Club (1985), naturalmente, è uno di questi, e faccio anche riferimento a quel film. Come anche i film di Richard Linklater. Poi Elephant (2003) di Gus Van Sant, così come Paranoid Park (2007), e persino Will Hunting - Genio ribelle (1997). Sono film che, dal punto di vista tematico, credo di aver riguardato mentre lavoravo al film. Per quanto riguarda la forma, Elephant è stata una fonte d'ispirazione enorme. Penso al modo in cui utilizza la steadicam nelle scene di dialogo, riprendendo i personaggi da dietro. Anche l'arco narrativo del personaggio di Aida, che entra ed esce dalla storia, è stato ispirato da Elephant e dal modo in cui il film fa questo con tanta naturalezza all'interno della scuola.
Per quanto riguarda Heat (1995) di Michael Mann? (Il film viene citato all’inizio di Low Expectations in una conversazione tra Johanne e il tecnico informatico della scuola, n.d.r.)
Qualcuno ha fatto notare il rapporto tra Aida e Maja e le somiglianze con quello tra i personaggi di Al Pacino e Robert De Niro in Heat, soprattutto perché Aida e Maja non condividono molte scene. Seguiamo entrambe, ma non interagiscono poi così tanto. Eppure, sanno l'una dell'altra. Qualcuno mi ha detto che è proprio come nel film di Mann e come costruisce i due protagonisti. E penso che sia vero. Ciò che rende Heat un film così straordinario, e il motivo per cui lo guardo ogni anno, è che è anche un dramma esistenziale. Racconta di uomini intrappolati nelle proprie abitudini, che vorrebbero davvero fare qualcosa di diverso, ma che, in fondo, si sentono persi. Quindi sì, sicuramente è una fonte d'ispirazione. Voglio dire, i due film appartengono a universi completamente diversi, ma il legame tra loro va oltre la conversazione su Heat che c'è nel film.
Il trailer del film
INT-133
26.10.2026
Negli ultimi anni, il cinema norvegese ha conosciuto una trasformazione significativa, passando da una posizione relativamente marginale nel panorama europeo a diventare una delle realtà più vivaci e interessanti del cinema contemporaneo. Accanto al successo internazionale di Joachim Trier, meritano di essere citati la trilogia Sex, Dreams, Love (2024) di Dag Johan Haugerud, Armand (2024) di Halfdan Ullmann Tøndel e Loveable (2024) di Lilja Ingolfsdottir: opere diverse tra loro, ma accomunate da uno sguardo attento alle relazioni umane, alle fragilità individuali e alle contraddizioni della vita contemporanea. A inserirsi in questo panorama è anche Eivind Landsvik, che con Low Expectations, il suo lungometraggio d’esordio, è approdato alla Quinzaine des Cinéastes del Festival di Cannes 2026, prima di arrivare alla Festa del cinema di Roma, dove il film è stato presentato nelle sezione Alice nella Città.
Al centro di Low Expectations c’è Maja (Marie Ulven, meglio conosciuta come Girl in Red), una musicista che, dopo anni trascorsi a lavorare in studio, andare in tournée e inseguire il successo, arriva a un punto di rottura. La carriera su cui ha investito tutto sembra improvvisamente perdere significato e, rimasta senza soldi e incapace di proseguire lungo la strada che si era costruita, Maja è costretta a mettere in pausa la propria attività e a tornare a vivere con la madre Astrid (Tone Beate Mostraum). È proprio quest’ultima a trovarle un impiego temporaneo come assistente nella scuola superiore in cui insegna, un lavoro lontanissimo dalla vita a cui Maja era abituata, che la mette a confronto con una quotidianità fatta di piccoli compiti, colleghi e adolescenti alle prese con le proprie aspirazioni.
Tra questi c’è Aida (Embla Bernsten), una giovane fan che riconosce in lei l’artista che ha sempre ammirato, mentre Johannes (Anders Danielsen Lie), un collega più maturo, cerca di avvicinarla e di offrirle un punto di vista diverso sul mondo. Ma per Maja, alle prese con la depressione e con la sensazione di aver fallito proprio nel momento in cui avrebbe dovuto realizzare i propri sogni, trovare un posto in questa nuova realtà non è affatto semplice. Lontana dai riflettori e da un’identità che per anni è coincisa con la sua carriera musicale, dovrà confrontarsi con una domanda più difficile di quella sul successo: chi è, adesso, al di fuori di ciò che sperava di diventare?
È nel divario tra le aspettative e la realtà che Low Expectations trova il suo centro emotivo. Più che raccontare il fallimento di una carriera, Eivind Landsvik esplora il vuoto che si apre quando un sogno, diventato parte integrante della propria identità, sembra ormai irraggiungibile. Ne emerge un ritratto intimo e disilluso, che riflette sulla difficoltà di accettare una vita diversa da quella che avevamo immaginato per noi stessi.
Low Expectations arriverà prossimamente nelle sale italiane distribuito da Wanted Cinema. Abbiamo avuto il piacere di incontrare Eivind Landsvik, che ci ha raccontato della genesi del film, della costruzione del personaggio di Maja e della collaborazione con la cantante Marie Ulven. Nel corso della conversazione, abbiamo approfondito anche la dimensione personale dell’opera e le principali influenze cinematografiche che hanno contribuito a darle forma.

Maja (Marie Ulven) in Low Expectations (2026)
Vorrei iniziare chiedendoti come fosse nata questa storia legata alla crisi d’identità di un artista.
Ero arrivato a un punto in cui avevo così tanti dubbi sulla possibilità di riuscire a realizzare un lungometraggio. Era qualcosa che avevo cercato di ottenere per tutta la mia vita adulta. Non credo sia una difficoltà che riguarda soltanto me. Voglio dire, alcune persone che lavorano nell'industria creativa e nel mondo dell'arte riescono a farcela molto in fretta, ma penso che per la maggior parte delle persone ci voglia tempo. In quel periodo mi trovavo spesso ad aiutare un amico, che era insegnante, andando ad assistere agli esami perché non aveva nessun altro a disposizione. Sapeva che non avevo niente da fare e mi diceva: «Dai, a te piace lavorare, ma ti piacciono anche i film, i videoclip e i cortometraggi. Stare con tutti questi ragazzi sarà una fonte d'ispirazione». Avevo i miei dubbi, ma accettai. Dopo averlo fatto un paio di volte, mi resi abbastanza presto conto che aveva ragione. Dovevo mettere via il telefono, sedermi in quell'aula silenziosa e osservare. Per me era un'esperienza molto cinematografica, perché vedevo le persone, osservavo gli esseri umani sottoposti a una forte pressione e alle prese con il tentativo di gestirla. E quando non hai niente da fare, sei costretto a pensare e a riflettere. Cominciai a pormi delle domande su quelle persone in aula, su quali fossero le loro aspirazioni personali. E iniziai a riflettere sugli ultimi dieci o quindici anni della mia vita, su quello che avevo fatto e su cosa avrei fatto se le cose non avessero funzionato. È così che è nata l'idea.
Da questa esperienza sei poi passato a una riflessione più ampia sulla vita degli artisti e su ciò che si nasconde dietro la loro carriera. Come è nata l'idea di raccontare questa dimensione attraverso il personaggio di Maja?
Cominciai a pensare che, se tutto questo era difficile per me, che aspiravo a diventare regista, chissà quanto lo fosse per un'artista, per una musicista. Un'artista è molto più esposta ai media, ai social network e a tutto il resto. Se pensiamo a tutti gli artisti che incontriamo nel corso della nostra vita, la maggior parte di loro non ha una carriera lunga, sai? Di molti senti parlare in un determinato momento, magari non sono nemmeno tra i più grandi, e tu ti godi la loro musica. Poi, dopo un po', tutto si fa silenzioso, e te ne dimentichi completamente. Ero curioso di realizzare un film su un essere umano, piuttosto che su un'artista e sulla sua carriera. Volevo guardare a quello che succede dietro le quinte, nella vita reale.
Trovo interessante che tu abbia scelto di raccontare la storia di una musicista senza mostrarla quasi mai mentre canta o si esibisce. La vediamo suonare il pianoforte e assistiamo ad alcuni flashback del suo tour, ma la sua dimensione artistica rimane sempre sullo sfondo. Come mai hai scelto questo approccio?
Quando realizzo videoclip, cortometraggi e cose del genere, lavoro spesso con attori non professionisti. Perciò ero aperto all'idea di invitare persone molto diverse a fare un provino per questo ruolo. A un certo punto, mi è venuta la curiosità di far provare anche ad artisti veri. Marie, in realtà, non era stata tra le prime persone a cui pensavo, perché è una persona molto diversa e la sua carriera è a un livello decisamente più alto rispetto a quella di Maja. Credo semplicemente di aver pensato che fosse troppo importante e troppo impegnata. Ma, dopo un po', mi resi conto che non riuscivo davvero a trovare quello che stavo cercando. A un certo punto mi sono chiesto: ma che cosa sto cercando, esattamente? Non lo so. E allora mi è venuta l'idea di chiedere a lei. Tanto probabilmente avrebbe detto di no. Che cosa avevo da perdere? L'abbiamo contattata e credo che, all'inizio, fosse un po' scettica all'idea di interpretare un'artista. Poi ha letto la sceneggiatura e mi ha detto: «In realtà, non parla proprio di musica». E io le ho risposto: «No, infatti, non parla di musica». È proprio questo che l'ha incuriosita e l'ha convinta ad accettare il ruolo.
Quali sono state le sfide principali per entrambi, sia per te sia per lei, nella realizzazione del film e nella costruzione di questo personaggio?
Come succede con gli altri attori, è una lotta contro il tempo. Voglio dire, pensavo tra me e me che probabilmente fosse proprio questo lavorare con un attore da regista, sai? Hai un tempo limitato a disposizione. Così ho deciso di cercare di passare con lei più tempo possibile prima delle riprese, non soltanto per provare, ma anche per conoscerla, fare in modo che si fidasse di me e, allo stesso tempo, imparare a fidarmi di lei. Credo che sentirsi a proprio agio l'uno con l'altra e avere fiducia reciproca sia fondamentale per riuscire a fare un film. Perché, per tutte le persone coinvolte, a un certo punto diventa qualcosa di personale. Ci sono così tante cose che non puoi controllare. Gli attori, quando recitano, usano il proprio corpo. Che lo vogliano o meno, credo che portino con sé la vita che hanno vissuto e che, se sono coinvolti personalmente in quello che fanno, abbiano qualcosa da offrire. E questo fa parte del processo. Mi capita spesso di ricevere domande del tipo: «Che cosa c'è stato di diverso nel lavorare con Marie, considerando che è un'artista e tutto il resto?». Capisco perché me lo chiedano, ma la verità è che ha ottenuto la parte grazie alla sua recitazione. Mi ha sorpreso moltissimo fin dalla prima volta. Quindi, credo che la sfida principale fosse semplicemente riuscire a trovare abbastanza tempo per capire come aiutarla a essere la migliore attrice possibile.

Maja (Marie Ulven) e Aida (Embla Bernsten) in una sequenza del film
Vorrei concentrarmi ora su alcune delle relazioni di Maja nel film, a cominciare da quella con la giovane Aida, che ho trovato particolarmente interessante. In alcuni momenti, infatti, sembra che la storia venga raccontata proprio attraverso il suo punto di vista, mentre la vediamo alle prese con la sua vita da adolescente. Che cosa volevi raccontare attraverso questo personaggio e il suo modo di guardare a Maja?
È interessante, perché io e Marie abbiamo effettivamente visto il film insieme e alcune persone che l'hanno visto sono rimaste un po' frustrate dal personaggio di Aida. A loro piace, ma credo che molti vorrebbero che lei e Maja si incontrassero alla fine, o qualcosa del genere. Quando ci sono persone che conosci di vista, ma che in realtà non conosci personalmente, sai chi sono e che cosa fanno, ma non sai davvero chi siano. Fin dall'inizio, sapevo di voler presentare Maja attraverso gli occhi di qualcun altro, e di voler mostrare le difficoltà che si incontrano quando si è una persona che gli altri conoscono, senza però sapere a propria volta le persone che la conoscono. E durante la proiezione a Roma, mentre guardavo il film, ho pensato che quello che cercavo di ottenere attraverso questo personaggio fosse anche mostrare quanto l'arte sia importante nella vita dei giovani. Aida costruisce davvero la propria identità attraverso ciò che le piace, e il fatto di essere una fan di Maja è una parte importante della sua identità. Soprattutto perché frequenta una scuola in cui non è particolarmente apprezzata. Penso che tra loro ci sia un parallelismo interessante, perché Aida si trova nella fase della vita in cui Maja si trovava un tempo. Anche lei sta cercando di costruirsi una carriera nell'arte, ma attraverso la danza, non la musica. Credo che Aida pensi che Maja abbia tutto quello che lei sogna di avere. E, in un certo senso, Maja guarda Aida allo stesso modo, perché ha ancora tutta la vita davanti a sé.
Allo stesso tempo, c'è un'altra relazione molto importante per Maja, quella con sua madre. Trovo che le ultime scene che condividono siano molto naturali e anche particolarmente emozionanti, perché la madre sembra essere l'unica persona capace di capire davvero sua figlia. Come hai lavorato sulla loro relazione per renderla così autentica?
Per quanto riguarda la mia esperienza personale, quando parlo con mio padre, la conversazione è più o meno questa: «Come va?». «Bene». «Ok». Con mia madre, invece, la stessa conversazione è molto diversa. E questo può essere davvero frustrante. Maja si nasconde da sua madre perché sa che è proprio la persona che la ama di più e che tiene maggiormente a lei, ma non è ancora pronta a condividere quello che sta vivendo. Credo che avere una casa in cui poter tornare quando sei al verde, depresso e ti senti completamente solo sia davvero un privilegio. Ma la vergogna che Maja prova per essere un'artista fallita, che secondo me non è vera, ma è così che lei si sente, finisce per ostacolare il rapporto con sua madre e rende le cose più complicate. E, nelle scene a cui ti riferisci, soprattutto nella penultima, durante il casting abbiamo provato soltanto un’attrice per il ruolo della madre, Tone Beate Mostraum, perché aveva fin da subito questo modo straordinario di comunicare, ma anche di comunicare senza dire nulla. Fin dal primo incontro, ho avuto una sensazione molto forte, difficile da spiegare. Credo che entrambe abbiano semplicemente capito. Mi sono sentito capito da loro, sai? Facevano le domande giuste e portavano molto al progetto.

Maja (Marie Ulven) e la madre Astrid (Tone Beate Mostraum)
Il tuo film affronta temi come la crisi d'identità e la depressione. Ci sono alcune sequenze in cui mi ha colpito il modo in cui alterni la macchina da presa fissa alle riprese a mano, soprattutto nei primi piani. Penso, per esempio, alla scena con Johannes nella seconda metà del film: quando inquadri lui, la macchina da presa è ferma, mentre quando l'inquadratura si sposta su Maja comincia a muoversi. Come hai lavorato, dal punto di vista visivo, per tradurre in immagini il suo stato d'animo?
Credo che per me sia un po' difficile spiegare molte di queste cose, perché gran parte del processo è intuitivo. Ma, visto che mi chiedi nello specifico della macchina da presa, del suo essere a volte fissa e a volte a mano, avevo, per esempio, un'idea precisa per l'inizio del film. Pensa alla scena in aula, la macchina da presa è sempre fissa perché volevo creare un senso di costrizione, e trasmettere la sensazione che lei si senta intrappolata in quell'aula. Deve essere lì, ha bisogno di quei soldi e non c'è modo di scappare. Credo che, più avanti, la macchina da presa a mano abbia introdotto una certa sensibilità. Per me, non so, in qualche modo ci avvicinava di più a lei, man mano che comincia ad aprirsi. Quindi, nel corso del film, penso che tu abbia ragione: la macchina da presa diventa sempre più mobile, perché anche lei comincia gradualmente a lasciarsi andare.
Vorrei tornare un momento sulla scena con Johannes, perché c'è uno scambio di battute che ho trovato particolarmente significativo. Maja dice che ultimamente ci sono stati più momenti negativi che positivi, e lui le risponde che ci sono ancora momenti positivi. È un dialogo molto efficace, perché Maja sta cercando di esprimere il proprio malessere, la sua insicurezza e il momento difficile che sta attraversando, mentre Johannes cerca di rassicurarla ricordandole che ci sono ancora cose positive. Ma così facendo, in un certo senso, non coglie davvero ciò che lei sta cercando di comunicargli.
Anch'io, negli ultimi anni, ho attraversato un periodo davvero brutto. Ero frustrato con tutti, e tutti facevano così. Mi sono reso conto che volevo inserire questa dinamica nel film, perché cercare di confortare una persona depressa è quasi un'impresa impossibile. Ricordo che le persone mi dicevano: «No, no, passerà. Le cose miglioreranno». Ma quelle parole per me non significavano nulla. Arrivavo quasi a pensare che i miei amici e la mia famiglia, quando mi dicevano quelle cose, fossero stupidi, sai? Ho cercato di mostrare questa dinamica anche nella conversazione tra Maja e Johannes. In realtà, questa è una conversazione che lei dovrebbe avere con sua madre, ma è troppo difficile. Perché con le persone che ami hai una responsabilità per quello che dici, capisci? Devi preoccuparti di come reagirà tua madre se le dici che hai pensieri suicidi, per esempio. E poi devi anche preoccuparti del fatto che lei si preoccuperà per te. È troppo difficile. Maja torna davvero a casa di Johannes per chiedergli scusa, ma allo stesso tempo gli riversa addosso una quantità enorme di disprezzo per se stessa e di depressione. Credo che lo faccia perché è più facile parlare con una persona che non conosci così bene. Io, Anders e Marie ne abbiamo discusso, perché non volevamo semplicemente romanticizzare la depressione. Volevo anche mostrare quanto si possa diventare poco comprensivi, persino sgradevoli, quando si sta così. Il modo in cui lei tratta dall'alto in basso l'idea di fare l'insegnante a casa di un insegnante... E poi, quando lui si apre con lei, lei si addormenta. Questa cosa ci faceva ridere, perché lei è davvero... Insomma, è così.

Maja (Marie Ulven) e Johannes (Anders Danielsen Lie)
Quali sono state le tue principali ispirazioni cinematografiche per questo film? Immagino che alcuni registi norvegesi abbiano avuto un ruolo importante, ma ho percepito anche una certa influenza del cinema francese, in particolare di Éric Rohmer. È una suggestione che ti ritrovi?
Éric Rohmer è stato davvero importante per me. Quando, da giovane cinefilo, ho scoperto il suo cinema, è cambiato molto nel mio modo di vedere le cose. Ha un modo di raccontare la vita quotidiana che trovo sempre interessante. Riguardo i suoi film ancora e ancora, perché mi piace moltissimo immergermi in quell'universo cinematografico. È quindi una fonte d'ispirazione costante per me. Per quanto riguarda i registi nordici, non ho problemi a dire che sono un grande fan di Joachim Trier. Lo conosco anche personalmente ed è stato un grande sostegno per me. Quando uscì Reprise (2006), vent'anni fa, credo di averlo visto sei volte al cinema, perché mi aveva ispirato moltissimo. Era la prima volta che, nel cinema norvegese, sentivo che veniva rappresentata una realtà che conoscevo. Molti citano anche Oslo, August 31st (2011) quando parlano delle aspettative nei confronti del mio film e di quelle che, secondo loro, potrebbero essere state le mie fonti d'ispirazione. E, naturalmente, anche quello è probabilmente un riferimento, è un capolavoro e lo adoro. È sicuramente una delle pellicole che mi hanno ispirato, ma Reprise è stato davvero ciò a cui sentivo di fare riferimento, perché racconta di due giovani che cercano di diventare scrittori. Inoltre, volevo intenzionalmente richiamarmi al cinema norvegese, perché sento che finalmente siamo arrivati a un punto in cui possiamo citare i film norvegesi all'interno di altri film norvegesi senza farlo in modo ironico. Quindi Joachim Trier è sicuramente una fonte d'ispirazione, anche se, a parte Reprise, non è qualcosa a cui ho pensato così tanto durante il lavoro. Poi c'è Sofia Coppola. Ho visto Lost in Translation (2003) da adolescente e spero che abbia avuto su di me lo stesso impatto che ha avuto su tante altre persone. Mi colpì perché era un film così essenziale e, allo stesso tempo, così ricco dal punto di vista emotivo. Dopo averlo visto per la prima volta in DVD, credo di averlo riguardato il giorno dopo, e poi ancora il giorno successivo, e quello dopo ancora. Anche Somewhere (2010), sempre di Sofia Coppola, è un film che considero sottovalutato e che amo molto. Affronta anche alcuni dei temi presenti nel mio film. Sono molto ispirato anche dal cinema di Mia Hansen-Løve e di Hirokazu Kore-eda, che considero un maestro nel raccontare la vita quotidiana. Nei suoi film, inoltre, la famiglia è un tema fondamentale. Come puoi percepire, sono un vero appassionato di cinema. E, sotto certi aspetti, penso che Low Expectations sia ispirato anche al sottogenere dei cosiddetti hangout movie, quei film in cui seguiamo i personaggi mentre trascorrono del tempo insieme. Breakfast Club (1985), naturalmente, è uno di questi, e faccio anche riferimento a quel film. Come anche i film di Richard Linklater. Poi Elephant (2003) di Gus Van Sant, così come Paranoid Park (2007), e persino Will Hunting - Genio ribelle (1997). Sono film che, dal punto di vista tematico, credo di aver riguardato mentre lavoravo al film. Per quanto riguarda la forma, Elephant è stata una fonte d'ispirazione enorme. Penso al modo in cui utilizza la steadicam nelle scene di dialogo, riprendendo i personaggi da dietro. Anche l'arco narrativo del personaggio di Aida, che entra ed esce dalla storia, è stato ispirato da Elephant e dal modo in cui il film fa questo con tanta naturalezza all'interno della scuola.
Per quanto riguarda Heat (1995) di Michael Mann? (Il film viene citato all’inizio di Low Expectations in una conversazione tra Johanne e il tecnico informatico della scuola, n.d.r.)
Qualcuno ha fatto notare il rapporto tra Aida e Maja e le somiglianze con quello tra i personaggi di Al Pacino e Robert De Niro in Heat, soprattutto perché Aida e Maja non condividono molte scene. Seguiamo entrambe, ma non interagiscono poi così tanto. Eppure, sanno l'una dell'altra. Qualcuno mi ha detto che è proprio come nel film di Mann e come costruisce i due protagonisti. E penso che sia vero. Ciò che rende Heat un film così straordinario, e il motivo per cui lo guardo ogni anno, è che è anche un dramma esistenziale. Racconta di uomini intrappolati nelle proprie abitudini, che vorrebbero davvero fare qualcosa di diverso, ma che, in fondo, si sentono persi. Quindi sì, sicuramente è una fonte d'ispirazione. Voglio dire, i due film appartengono a universi completamente diversi, ma il legame tra loro va oltre la conversazione su Heat che c'è nel film.
Il trailer del film