
INT-122
17.06.2026
Una delle voci più sottovalutate del panorama indipendente britannico contemporaneo è quella di Clio Barnard, regista capace di raccontare le trasformazioni sociali del Regno Unito attraverso storie intime e personaggi in lotta con un contesto economico e culturale in continuo cambiamento. Con opere come The Selfish Giant (2013), intenso ritratto di due adolescenti nella periferia operaia dello Yorkshire, Dark River (2017) e Ali & Ava (2021), Barnard ha costruito un cinema in cui le esperienze individuali diventano il punto di partenza per osservare le fratture della società contemporanea: il declino delle comunità operaie, la precarietà economica, la perdita di un senso di appartenenza.
Durante l’ultima edizione del Festival di Cannes, il suo nuovo film, I See Buildings Fall Like Lightning, è stato presentato nella sezione Quinzaine des Cinéastes, dove si è aggiudicato il premio del pubblico. Adattato dall’omonimo romanzo di Keiran Goddard, il film racconta la storia di cinque amici d’infanzia, Patrick (Anthony Boyle), Shiv (Lola Petticrew), Rian (Joe Cole), Oli (Jay Lycurgo) e Conor (Daryl McCormack), che, arrivati alla soglia dei trent’anni, si trovano a fare i conti con la distanza tra le aspettative della giovinezza e una realtà segnata dalla precarietà. Sullo sfondo, la trasformazione urbana della loro città diventa il simbolo di una promessa collettiva venuta meno, dove la demolizione degli edifici non rappresenta soltanto il cambiamento di un paesaggio, ma il crollo di un’idea di futuro.
Abbiamo avuto il piacere di incontrare Clio Barnard, che ci ha raccontato cosa l’ha colpita del romanzo da cui è tratto il film, il legame costruito con i cinque protagonisti e il lavoro con il cast, oltre ad approfondire il rapporto tra cambiamento urbano e precarietà generazionale, riflettendo su ciò che resta quando a cadere non sono soltanto gli edifici, ma anche le promesse su cui una generazione è cresciuta.

Il team di I See Buildings Fall Like Lightning al Festival di Cannes, ©SusyLagrange
Cosa ti ha spinto a realizzare questo adattamento? È stato forse per il titolo così evocativo?
No, non è stato per quello (la regista ride, n.d.r.). Enda Walsh, lo sceneggiatore, lo aveva letto prima ancora che venisse pubblicato e mi aveva scritto chiedendomi di leggerlo con l’idea di farne insieme un film. L’ho letto e mi è piaciuto moltissimo. Amo il lavoro di Enda, e poi mi sono davvero innamorata del libro. Mi sono affezionata profondamente ai cinque personaggi e non volevo che finisse, volevo restare ancora con loro. Mi sono rimaste dentro, quelle persone. Ero anche molto curiosa di vedere come Enda avrebbe adattato il romanzo, perché il libro è composto da cinque monologhi interiori, uno per ciascun personaggio. Ho adorato quello che ha fatto con la sceneggiatura, l’ha scritta in tempi rapidissimi e trovo che il modo in cui ha risolto il problema sia stato davvero ingegnoso. In un lungometraggio è molto difficile raccontare cinque storie intrecciate, o anche semplicemente stare accanto a cinque persone ed entrare nelle loro teste.
Qual è, per te, il fascino particolare di questi personaggi ai quali ci siamo affezionati?
È una domanda molto bella, in realtà. Stranamente non ci ho riflettuto così tanto, perché semplicemente li ho amati, ciascuno per ragioni diverse. Penso che i personaggi siano molto forti; saltano fuori dalla pagina e spero che nel film saltino fuori dallo schermo, che rimangano con lo spettatore. Ho amato il carisma di Oli, credo, il suo entusiasmo, il suo umorismo e il fatto che riesca a dire cose che nessun altro ha il coraggio di dire. Ho trovato molto commovente il peso che Patrick porta sulle spalle, il modo in cui se lo assume, e anche una certa forma di ottimismo: la convinzione che le cose possano migliorare, pur rendendosi conto che forse stiamo sbagliando tutto. Mi piace molto anche la gioia che prova grazie a Shiv. Lei è un personaggio davvero straordinario, perché riesce in qualche modo a notare le piccole cose, a trovare gioia nei dettagli. È quasi una lezione di vita. Vorrei avere quella capacità. Penso sia un modo bellissimo di stare al mondo. E credo che sia questo il motivo per cui il rapporto tra lei e Patrick è così forte: lui trova conforto nel suo modo di essere una persona. Stavo per dire nella sua “filosofia”, ma non credo sia qualcosa di cui lei sia consapevole, non è che ragioni in questi termini. È semplicemente il suo modo di stare al mondo, ed è qualcosa di meraviglioso. Conor mi ha spezzato il cuore. Lo trovo davvero struggente, perché penso che stia cercando di fare tutte le cose che ci viene detto di fare per raggiungere una promessa che in realtà non esiste: avere un figlio, comprare una casa, trovare un lavoro, essere intraprendente… tutte quelle cose che dovrebbero garantirti una certa stabilità. E lui viene schiacciato da questa promessa mancata. L’ho trovato molto toccante. E poi c’è Rian, che è un’anima così smarrita. Mi fa molta tenerezza. È così solo, così scollegato dalla sua famiglia. Questi personaggi ti attirano dentro la loro vita e, attraverso di loro, c’è qualcosa che Keiran vuole dire, qualcosa di politico, certo, ma che secondo me nasce profondamente da queste persone. Parla del nostro bisogno di connessione e, in un certo senso, del fatto che sia questa la cosa più importante.
Puoi parlare del percorso di questi personaggi e di come questo sia legato all’urbanizzazione e al cambiamento della città? C’è una frase di Patrick bellissima che ho annotato: “We just didn't watch the buildings fall, we watched the idea fall”.
È bellissimo sentirlo dire. Sì, penso che Patrick sia una persona molto intelligente. Riesce a vedere il quadro generale e credo che capisca che ciò a cui abbiamo assistito è il crollo di un’idea: la promessa, o quello che si rivela essere una menzogna, su cosa significhi diventare adulti e su ciò che dovrebbe essere possibile per un giovane adulto. E lui vede che quella promessa non è vera. Credo ci sia molto di Keiran, lo scrittore, in tutti i personaggi. C’è molto di Patrick in Keiran. È una persona straordinaria: il suo modo di usare le parole e la sua capacità di comprendere il mondo in cui viviamo sono davvero eccezionali.
Com’è la situazione nella tua società, nel tuo Paese? Per le nuove generazioni di quell’età, la promessa del futuro è diventata più debole rispetto alla tua generazione, oppure è semplicemente cambiata?
Penso che sia cambiata. Nella mia generazione, per esempio, e forse è una risposta un po’ sciocca, c’era la possibilità di occupare una casa, di iniziare anche senza avere tutto già pronto. Questa oggi non è più un’opzione. Anche per la mia generazione, quando avevi vent’anni, iniziare era una difficoltà, certo, ma penso che oggi sia ancora più difficile, perché tutta l’economia è così legata alla questione abitativa, forse soprattutto nel Regno Unito. È diventato complicatissimo iniziare, trovare un posto dove vivere, avere un reddito stabile. È tutto molto precario.
Perché secondo te è così? È solo una questione politica?
Sì, penso di sì. Se guardi, per esempio, al Partito Verde e al Partito Laburista e alle loro politiche sulla casa, stanno cercando di affrontare il problema attraverso la costruzione di edilizia sociale e modificando le regole che riguardano i proprietari privati, per provare a cambiare le cose. Il problema è che tutta la ricchezza delle persone è legata alla proprietà immobiliare. È assurdo. Non sta funzionando. È evidente che non funziona. Ma come si fa a sciogliere questo nodo? Come si fa a smontare questo sistema e ricostruirlo in modo che le persone abbiano davvero una possibilità? È questo il punto.

Oli (Jay Lycurgo), Patrick (Anthony Boyle) e Shiv (Lola Petticrew) in una scena del film
Nel finale usi la canzone Turn the Page dei The Streets, che lascia emozioni contrastanti. L’ultimo incontro tra Patrick e Rian è una scena molto tenera, sembra quasi un nuovo inizio. Ma ci sarà davvero un nuovo inizio per queste persone? Riusciranno a superare quello che stanno vivendo?
È bello sentire che arriva in questo modo, perché spero proprio che il film apra questa domanda, invece di dirti semplicemente che andrà tutto bene. Non penso che sia così semplice. Credo sia più interessante lasciare che queste domande rimangano aperte.
Molti spettatori della generazione dei protagonisti potrebbero riconoscersi in quel senso di precarietà e in quel finale sospeso. Era una sensazione che volevi esplorare?
Penso che bisogna continuare a lottare, in qualche modo, per cercare di rendere le cose migliori. O almeno rendere le persone consapevoli di quanto sia difficile, di quanto sia precaria la situazione, soprattutto per chi ha meno di trent’anni.
Com’è stato lavorare con questo cast? Come hai costruito i personaggi insieme a loro?
Sono stati tutti fantastici. Davvero, meravigliosi. Abbiamo fatto molte prove e ci siamo un po’ stabiliti in questo social club, il Crown, dove abbiamo lavorato alle prove. C’è stato molto ballo, molto tempo passato insieme, molta costruzione del rapporto tra i cinque. Penso che Shaheen Baig, che ha curato il casting, stesse cercando persone disponibili a collaborare davvero tra loro, perché creare quel gruppo di amici era assolutamente il cuore del film. Era fondamentale. La chimica tra loro si percepisce sullo schermo. E anche questo social club è stato importante: all’inizio del film c’è questa bellissima sequenza nel club e poi iniziano le immagini.
E come hai immaginato questa sequenza fin dall’inizio?
Sapevo che scene di questo tipo sono difficili da realizzare, perché è molto complicato creare l’atmosfera di una festa alle dieci del mattino, quando nessuno ha bevuto nulla e spesso si lavora con comparse. Ma questo posto, il Crown, ci ha accolti e ci ha dato una grande disponibilità. Molte delle persone che si vedono nella folla in quella scena sono persone che frequentano davvero il pub. Anche la donna che interpreta la madre di Oli, quella che è al bancone, non è un’attrice, l’abbiamo conosciuta attraverso il social club, grazie al grande casting aperto che abbiamo fatto. Quindi c’è un misto di attori professionisti e non professionisti. Abbiamo usato molto playback,la squadra del suono è stata fantastica, così potevamo mettere la musica e lavorare sul ritmo della scena. Abbiamo provato molto. Serviva molta energia, e questa è stata un’altra cosa che il cast ha portato, un’energia incredibile. Anthony Boyle, tra l’altro, come persona è forse più Oli che Patrick, se capisci cosa intendo. Poi, lui e Lola si conoscevano fin da bambini. Quindi si sono buttati completamente. Sono entrati in quella realtà, hanno conosciuto le persone del quartiere, hanno conosciuto gli attori non professionisti con cui lavoravamo. Avevamo persino una persona che era davvero un muratore e faceva parte della squadra di costruzione del set. Si sono immersi completamente, ed è questo che ha reso possibile quella scena, dandole quell’energia.

La sequenza iniziale nel pub in I See Buildings Fall Like Lightning
Ho apprezzato molto la colonna sonora. Ha sempre questa qualità… inizia con un altro brano dei The Streets, Don’t Mug Yourself. È musica da festa, ma allo stesso tempo ha sempre una vena malinconica. Come hai scelto questi brani?
È stato un po’ un insieme di cose. Di solito, appena so che realizzerò qualcosa, oppure quando leggo una sceneggiatura o un trattamento, inizio a creare una playlist. Quindi ho fatto così anche questa volta. Poi chiedevo anche a Keiran di mandarmi dei brani. Ero consapevole di non appartenere alla generazione dei personaggi del film, quindi ho chiesto a lui, e anche ai miei figli. Ho lavorato con una straordinaria music supervisor, Connie Farr, che aveva lavorato anche a Ali & Ava (2021). Ci conosciamo bene e sappiamo come ci piace collaborare. Ho passato molto tempo nel social club ad ascoltare la musica che mettevano davvero lì, prendevo appunti e li mandavo a Connie; lei poi mi rimandava dei brani. Anche Maya Maffioli, la montatrice, è bravissima nel lavorare sulla musica. E, tornando alla scena iniziale, oltre all’energia delle persone presenti e del cast, devo citare anche Simon Tindall, il direttore della fotografia. Abbiamo deciso di usare un piccolo supporto mobile con ruote, molto leggero, per essere il più flessibili possibile e permettere agli attori di guidare la scena. Simon era praticamente lì dentro con loro, ballava insieme a loro. Questo ci ha permesso di essere molto fluidi, di seguirli e lasciare che facessero tutti i movimenti che volevano, sapendo di poterli catturare. E ci ha dato anche molta libertà negli spazi piccoli: per esempio l’appartamento di Shiv e Patrick è minuscolo, ma con questo sistema potevamo scendere le scale e muoverci facilmente. Ci ha dato moltissima flessibilità.
Hai un ricordo particolare legato a questo film a cui sei affezionata?
Ho amato davvero molto la scena di cui stavamo parlando, quella iniziale, perché è stata semplicemente molto divertente da girare. Ed è stato divertente anche montarla. Aveva qualcosa che mi faceva sorridere continuamente. E poi ce n’è un’altra, non so bene perché mi sia rimasta così impressa, ma è quella in cui Oli è a casa, guarda la televisione con il cane. Ho adorato quel cane. Poi Patrick arriva e gli dice: “Dai, devi uscire”. E lui soffia sul vetro della finestra. C’è qualcosa di estremamente giocoso in quella scena, qualcosa che è nato anche dall’improvvisazione. È un’altra di quelle scene che semplicemente mi fanno ridere.
Una clip dal film
INT-122
17.06.2026
Una delle voci più sottovalutate del panorama indipendente britannico contemporaneo è quella di Clio Barnard, regista capace di raccontare le trasformazioni sociali del Regno Unito attraverso storie intime e personaggi in lotta con un contesto economico e culturale in continuo cambiamento. Con opere come The Selfish Giant (2013), intenso ritratto di due adolescenti nella periferia operaia dello Yorkshire, Dark River (2017) e Ali & Ava (2021), Barnard ha costruito un cinema in cui le esperienze individuali diventano il punto di partenza per osservare le fratture della società contemporanea: il declino delle comunità operaie, la precarietà economica, la perdita di un senso di appartenenza.
Durante l’ultima edizione del Festival di Cannes, il suo nuovo film, I See Buildings Fall Like Lightning, è stato presentato nella sezione Quinzaine des Cinéastes, dove si è aggiudicato il premio del pubblico. Adattato dall’omonimo romanzo di Keiran Goddard, il film racconta la storia di cinque amici d’infanzia, Patrick (Anthony Boyle), Shiv (Lola Petticrew), Rian (Joe Cole), Oli (Jay Lycurgo) e Conor (Daryl McCormack), che, arrivati alla soglia dei trent’anni, si trovano a fare i conti con la distanza tra le aspettative della giovinezza e una realtà segnata dalla precarietà. Sullo sfondo, la trasformazione urbana della loro città diventa il simbolo di una promessa collettiva venuta meno, dove la demolizione degli edifici non rappresenta soltanto il cambiamento di un paesaggio, ma il crollo di un’idea di futuro.
Abbiamo avuto il piacere di incontrare Clio Barnard, che ci ha raccontato cosa l’ha colpita del romanzo da cui è tratto il film, il legame costruito con i cinque protagonisti e il lavoro con il cast, oltre ad approfondire il rapporto tra cambiamento urbano e precarietà generazionale, riflettendo su ciò che resta quando a cadere non sono soltanto gli edifici, ma anche le promesse su cui una generazione è cresciuta.

Il team di I See Buildings Fall Like Lightning al Festival di Cannes, ©SusyLagrange
Cosa ti ha spinto a realizzare questo adattamento? È stato forse per il titolo così evocativo?
No, non è stato per quello (la regista ride, n.d.r.). Enda Walsh, lo sceneggiatore, lo aveva letto prima ancora che venisse pubblicato e mi aveva scritto chiedendomi di leggerlo con l’idea di farne insieme un film. L’ho letto e mi è piaciuto moltissimo. Amo il lavoro di Enda, e poi mi sono davvero innamorata del libro. Mi sono affezionata profondamente ai cinque personaggi e non volevo che finisse, volevo restare ancora con loro. Mi sono rimaste dentro, quelle persone. Ero anche molto curiosa di vedere come Enda avrebbe adattato il romanzo, perché il libro è composto da cinque monologhi interiori, uno per ciascun personaggio. Ho adorato quello che ha fatto con la sceneggiatura, l’ha scritta in tempi rapidissimi e trovo che il modo in cui ha risolto il problema sia stato davvero ingegnoso. In un lungometraggio è molto difficile raccontare cinque storie intrecciate, o anche semplicemente stare accanto a cinque persone ed entrare nelle loro teste.
Qual è, per te, il fascino particolare di questi personaggi ai quali ci siamo affezionati?
È una domanda molto bella, in realtà. Stranamente non ci ho riflettuto così tanto, perché semplicemente li ho amati, ciascuno per ragioni diverse. Penso che i personaggi siano molto forti; saltano fuori dalla pagina e spero che nel film saltino fuori dallo schermo, che rimangano con lo spettatore. Ho amato il carisma di Oli, credo, il suo entusiasmo, il suo umorismo e il fatto che riesca a dire cose che nessun altro ha il coraggio di dire. Ho trovato molto commovente il peso che Patrick porta sulle spalle, il modo in cui se lo assume, e anche una certa forma di ottimismo: la convinzione che le cose possano migliorare, pur rendendosi conto che forse stiamo sbagliando tutto. Mi piace molto anche la gioia che prova grazie a Shiv. Lei è un personaggio davvero straordinario, perché riesce in qualche modo a notare le piccole cose, a trovare gioia nei dettagli. È quasi una lezione di vita. Vorrei avere quella capacità. Penso sia un modo bellissimo di stare al mondo. E credo che sia questo il motivo per cui il rapporto tra lei e Patrick è così forte: lui trova conforto nel suo modo di essere una persona. Stavo per dire nella sua “filosofia”, ma non credo sia qualcosa di cui lei sia consapevole, non è che ragioni in questi termini. È semplicemente il suo modo di stare al mondo, ed è qualcosa di meraviglioso. Conor mi ha spezzato il cuore. Lo trovo davvero struggente, perché penso che stia cercando di fare tutte le cose che ci viene detto di fare per raggiungere una promessa che in realtà non esiste: avere un figlio, comprare una casa, trovare un lavoro, essere intraprendente… tutte quelle cose che dovrebbero garantirti una certa stabilità. E lui viene schiacciato da questa promessa mancata. L’ho trovato molto toccante. E poi c’è Rian, che è un’anima così smarrita. Mi fa molta tenerezza. È così solo, così scollegato dalla sua famiglia. Questi personaggi ti attirano dentro la loro vita e, attraverso di loro, c’è qualcosa che Keiran vuole dire, qualcosa di politico, certo, ma che secondo me nasce profondamente da queste persone. Parla del nostro bisogno di connessione e, in un certo senso, del fatto che sia questa la cosa più importante.
Puoi parlare del percorso di questi personaggi e di come questo sia legato all’urbanizzazione e al cambiamento della città? C’è una frase di Patrick bellissima che ho annotato: “We just didn't watch the buildings fall, we watched the idea fall”.
È bellissimo sentirlo dire. Sì, penso che Patrick sia una persona molto intelligente. Riesce a vedere il quadro generale e credo che capisca che ciò a cui abbiamo assistito è il crollo di un’idea: la promessa, o quello che si rivela essere una menzogna, su cosa significhi diventare adulti e su ciò che dovrebbe essere possibile per un giovane adulto. E lui vede che quella promessa non è vera. Credo ci sia molto di Keiran, lo scrittore, in tutti i personaggi. C’è molto di Patrick in Keiran. È una persona straordinaria: il suo modo di usare le parole e la sua capacità di comprendere il mondo in cui viviamo sono davvero eccezionali.
Com’è la situazione nella tua società, nel tuo Paese? Per le nuove generazioni di quell’età, la promessa del futuro è diventata più debole rispetto alla tua generazione, oppure è semplicemente cambiata?
Penso che sia cambiata. Nella mia generazione, per esempio, e forse è una risposta un po’ sciocca, c’era la possibilità di occupare una casa, di iniziare anche senza avere tutto già pronto. Questa oggi non è più un’opzione. Anche per la mia generazione, quando avevi vent’anni, iniziare era una difficoltà, certo, ma penso che oggi sia ancora più difficile, perché tutta l’economia è così legata alla questione abitativa, forse soprattutto nel Regno Unito. È diventato complicatissimo iniziare, trovare un posto dove vivere, avere un reddito stabile. È tutto molto precario.
Perché secondo te è così? È solo una questione politica?
Sì, penso di sì. Se guardi, per esempio, al Partito Verde e al Partito Laburista e alle loro politiche sulla casa, stanno cercando di affrontare il problema attraverso la costruzione di edilizia sociale e modificando le regole che riguardano i proprietari privati, per provare a cambiare le cose. Il problema è che tutta la ricchezza delle persone è legata alla proprietà immobiliare. È assurdo. Non sta funzionando. È evidente che non funziona. Ma come si fa a sciogliere questo nodo? Come si fa a smontare questo sistema e ricostruirlo in modo che le persone abbiano davvero una possibilità? È questo il punto.

Oli (Jay Lycurgo), Patrick (Anthony Boyle) e Shiv (Lola Petticrew) in una scena del film
Nel finale usi la canzone Turn the Page dei The Streets, che lascia emozioni contrastanti. L’ultimo incontro tra Patrick e Rian è una scena molto tenera, sembra quasi un nuovo inizio. Ma ci sarà davvero un nuovo inizio per queste persone? Riusciranno a superare quello che stanno vivendo?
È bello sentire che arriva in questo modo, perché spero proprio che il film apra questa domanda, invece di dirti semplicemente che andrà tutto bene. Non penso che sia così semplice. Credo sia più interessante lasciare che queste domande rimangano aperte.
Molti spettatori della generazione dei protagonisti potrebbero riconoscersi in quel senso di precarietà e in quel finale sospeso. Era una sensazione che volevi esplorare?
Penso che bisogna continuare a lottare, in qualche modo, per cercare di rendere le cose migliori. O almeno rendere le persone consapevoli di quanto sia difficile, di quanto sia precaria la situazione, soprattutto per chi ha meno di trent’anni.
Com’è stato lavorare con questo cast? Come hai costruito i personaggi insieme a loro?
Sono stati tutti fantastici. Davvero, meravigliosi. Abbiamo fatto molte prove e ci siamo un po’ stabiliti in questo social club, il Crown, dove abbiamo lavorato alle prove. C’è stato molto ballo, molto tempo passato insieme, molta costruzione del rapporto tra i cinque. Penso che Shaheen Baig, che ha curato il casting, stesse cercando persone disponibili a collaborare davvero tra loro, perché creare quel gruppo di amici era assolutamente il cuore del film. Era fondamentale. La chimica tra loro si percepisce sullo schermo. E anche questo social club è stato importante: all’inizio del film c’è questa bellissima sequenza nel club e poi iniziano le immagini.
E come hai immaginato questa sequenza fin dall’inizio?
Sapevo che scene di questo tipo sono difficili da realizzare, perché è molto complicato creare l’atmosfera di una festa alle dieci del mattino, quando nessuno ha bevuto nulla e spesso si lavora con comparse. Ma questo posto, il Crown, ci ha accolti e ci ha dato una grande disponibilità. Molte delle persone che si vedono nella folla in quella scena sono persone che frequentano davvero il pub. Anche la donna che interpreta la madre di Oli, quella che è al bancone, non è un’attrice, l’abbiamo conosciuta attraverso il social club, grazie al grande casting aperto che abbiamo fatto. Quindi c’è un misto di attori professionisti e non professionisti. Abbiamo usato molto playback,la squadra del suono è stata fantastica, così potevamo mettere la musica e lavorare sul ritmo della scena. Abbiamo provato molto. Serviva molta energia, e questa è stata un’altra cosa che il cast ha portato, un’energia incredibile. Anthony Boyle, tra l’altro, come persona è forse più Oli che Patrick, se capisci cosa intendo. Poi, lui e Lola si conoscevano fin da bambini. Quindi si sono buttati completamente. Sono entrati in quella realtà, hanno conosciuto le persone del quartiere, hanno conosciuto gli attori non professionisti con cui lavoravamo. Avevamo persino una persona che era davvero un muratore e faceva parte della squadra di costruzione del set. Si sono immersi completamente, ed è questo che ha reso possibile quella scena, dandole quell’energia.

La sequenza iniziale nel pub in I See Buildings Fall Like Lightning
Ho apprezzato molto la colonna sonora. Ha sempre questa qualità… inizia con un altro brano dei The Streets, Don’t Mug Yourself. È musica da festa, ma allo stesso tempo ha sempre una vena malinconica. Come hai scelto questi brani?
È stato un po’ un insieme di cose. Di solito, appena so che realizzerò qualcosa, oppure quando leggo una sceneggiatura o un trattamento, inizio a creare una playlist. Quindi ho fatto così anche questa volta. Poi chiedevo anche a Keiran di mandarmi dei brani. Ero consapevole di non appartenere alla generazione dei personaggi del film, quindi ho chiesto a lui, e anche ai miei figli. Ho lavorato con una straordinaria music supervisor, Connie Farr, che aveva lavorato anche a Ali & Ava (2021). Ci conosciamo bene e sappiamo come ci piace collaborare. Ho passato molto tempo nel social club ad ascoltare la musica che mettevano davvero lì, prendevo appunti e li mandavo a Connie; lei poi mi rimandava dei brani. Anche Maya Maffioli, la montatrice, è bravissima nel lavorare sulla musica. E, tornando alla scena iniziale, oltre all’energia delle persone presenti e del cast, devo citare anche Simon Tindall, il direttore della fotografia. Abbiamo deciso di usare un piccolo supporto mobile con ruote, molto leggero, per essere il più flessibili possibile e permettere agli attori di guidare la scena. Simon era praticamente lì dentro con loro, ballava insieme a loro. Questo ci ha permesso di essere molto fluidi, di seguirli e lasciare che facessero tutti i movimenti che volevano, sapendo di poterli catturare. E ci ha dato anche molta libertà negli spazi piccoli: per esempio l’appartamento di Shiv e Patrick è minuscolo, ma con questo sistema potevamo scendere le scale e muoverci facilmente. Ci ha dato moltissima flessibilità.
Hai un ricordo particolare legato a questo film a cui sei affezionata?
Ho amato davvero molto la scena di cui stavamo parlando, quella iniziale, perché è stata semplicemente molto divertente da girare. Ed è stato divertente anche montarla. Aveva qualcosa che mi faceva sorridere continuamente. E poi ce n’è un’altra, non so bene perché mi sia rimasta così impressa, ma è quella in cui Oli è a casa, guarda la televisione con il cane. Ho adorato quel cane. Poi Patrick arriva e gli dice: “Dai, devi uscire”. E lui soffia sul vetro della finestra. C’è qualcosa di estremamente giocoso in quella scena, qualcosa che è nato anche dall’improvvisazione. È un’altra di quelle scene che semplicemente mi fanno ridere.
Una clip dal film