

Un ritratto di Claude Chabrol,
l’implacabile osservatore delle ipocrisie quotidiane,
di Giulia Adami
TR-153
24.06.2026
In Nouvelle Vague, film del regista texano Richard Linklater, uscito nelle sale italiane a marzo 2026, vi è un momento d’apertura in cui vediamo un Jean-Luc Godard non ancora trentenne, interpretato dal semiesordiente Guillaume Marbeck, lamentarsi di essere l’unico tra i colleghi dei Cahiers du Cinéma a non aver ancora realizzato un film. Il ritardo pesa su di lui come un disonore, fonte di cruccio e di ansia, fino a quando non gli viene offerta l’occasione del debutto con quella che diventerà l’opera simbolo dell’intera Nouvelle Vague: À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro, 1960). Linklater costruisce una love letter al cinema, ma soprattutto una ricostruzione meticolosa della genesi del capolavoro godardiano. Girato in bianco e nero su pellicola in 4:3 e arricchito da un considerevole lavoro in post-produzione digitale per ricreare le atmosfere della Parigi del 1959, il film nasce, secondo le parole dello stesso regista, dalla volontà di rendere omaggio a quella che è stata la più grande rivoluzione nella storia del cinema e À bout de souffle era il perfetto punto di partenza.
Godard rimane tutt’oggi il nome-simbolo della Nouvelle Vague: cineasta ossessionato dall’idea di rivoluzione, dal cinema politico e dall’estetica dell’urgenza, fatto con pochi mezzi e con pochi soldi. Eppure, prima di Godard, c’erano stati gli esordi di François Truffaut, Jacques Rivette, Éric Rohmer e Claude Chabrol, tutti fondatori di un movimento che avrebbe riscritto le regole del linguaggio cinematografico. Ed è proprio a quest’ultimo, nel giorno della sua nascita, che vogliamo dedicare la giusta attenzione. Claude Chabrol, fondatore del movimento al pari dei colleghi, è stato spesso criticato per il suo approccio pragmatico e commerciale al cinema, un cinema troppo popolare e vicino allo spettatore. Non a caso, al momento della sua morte avvenuta nel 2010, un articolo pubblicato sui Cahiers du cinéma riassunse l’evento così: «Il suo status di grande regista non è consolidato come Godard, Rohmer, Rivette o Truffaut. Ci sono molte ragioni per questo: troppi film; troppi film importanti che sono invisibili; troppi film popolari che si è convinti di conoscere, e a torto. I vari complimenti hanno trasformato Chabrol troppo rapidamente in un piacevole vecchio zio, che ha una sola ricetta nel suo repertorio culinario. Quale ricetta? La rappresentazione della borghesia, servita o in aspic, fritto o come paté».
La percezione, da parte della critica, di Chabrol come di un regista non alla pari dei suoi colleghi della Nouvelle Vague – sia per il suo cinema di genere, sia per una produzione ritenuta troppo ampia e popolare – non restituisce al cineasta quella che ci sembra una rappresentazione più corretta: Chabrol anzitutto come auteur, e come artista o “artigiano” – termine che lui stesso preferiva – il quale, nel corso della sua lunga carriera, si è dimostrato un cineasta poliedrico, capace di spaziare tra generi e registri diversi, dal melodramma al film di guerra, con una carriera che conta oltre cinquanta opere, senza considerare le produzioni televisive.

Claude Chabrol e Isabelle Huppert, attrice che giocherà un ruolo fondamentale nella carriera del regista
Dal cineclub di provincia ai Cahiers du cinéma
Claude Chabrol nacque a Parigi il 24 giugno 1930, trascorse poi l’infanzia e l’adolescenza nel villaggio di Sardent, dove il padre esercitava la professione di farmacista. Fu proprio in quel contesto provinciale che, a soli tredici anni, fondò il primo cineclub del paese e maturò la passione per la letteratura poliziesca, in seguito raccontò: «Mi è sempre piaciuto il romanzo poliziesco. Penso che praticamente tutti i romanzi polizieschi abbiano un lato metafisico, al punto che c'è o un mistero con una M maiuscola o un cattivo che deve essere distrutto. Questa è pura metafisica. Interessa alle persone: aprire la porta del frigorifero e scoprire il corpo di una vecchia donna... Li interessa per un po'».
Dopo la guerra si trasferì a Parigi dove intraprese gli studi in Legge e in Farmacia, che abbandonò presto per conseguire la laurea in Lettere alla Sorbona. Nel frattempo, nella capitale, lavorò come addetto stampa per la sezione francese della 20th Century-Fox, esperienza che gli offrì un primo assaggio del mondo del cinema. Fu però il 1953 a segnare una svolta decisiva nella sua vita: quell’anno il giovane Claude approdò nella redazione dei Cahiers du cinéma, dove iniziò a lavorare al fianco di colleghi destinati a riscrivere la Storia del Cinema – Eric Rohmer, François Truffaut, Jacques Rivette e Jean-Luc Godard – tutti riuniti sotto l’egida di André Bazin, fondatore della rivista e figura intellettuale di riferimento per un'intera generazione.

I giovani Jean-Luc Godard (seduto sulla destra) e Claude Chabrol (in piedi, mentre legge il giornale, sulla sinistra) alla redazione dei Cahiers du cinéma
Accomunati da una frequentazione quasi ossessiva delle sale cinematografiche e, in particolare, della Cinémathèque Française, ben presto i giovani critici iniziarono a condividere la fede nella politique des auteurs, con la convinzione che il cinema fosse innanzitutto espressione di una visione individuale e riconoscibile, quella del regista inteso come vero artefice dell’opera. Grande ammiratore di Fritz Lang e di Alfred Hitchcock, Chabrol diede un contributo concreto alla politique des auteurs pubblicando nel 1957, insieme al collega Rohmer, una monografia dedicata al “maestro della suspense”, che si rivelò uno dei primi studi critici seri sul regista britannico e che rivendicava con forza la figura di Hitchcock come auteur, attributo che all’epoca non gli veniva ancora riconosciuto. Non si trattò di un omaggio isolato: Hitchcock sarebbe diventato un riferimento capitale nell’immaginario e nella poetica di Chabrol, un modello con cui confrontarsi lungo l’intero arco della sua carriera, dominata dal genere thriller.
Alla sua vicinanza con Hitchcock, Claude avrebbe però risposto: «Non considero Lang e Hitchcock dal punto di vista tematico. Li considero in termini di stile, e in questo sono molto più vicino a Lang che a Hitchcock. Hitchcock cerca di trasmettere una storia in modo soggettivo — tutto si basa sulla soggettività del personaggio — mentre Lang cerca l'opposto, oggettivare continuamente. Anch'io cerco di oggettivare. È caratteristico di Hitchcock che anche i titoli dei suoi film riflettano sempre la sua psicologia personale: Ombra del dubbio, Sospetto, Psyco... Dipendono tutti da stati individuali. In Lang è il desiderio umano — non è mai individuale. Intellettualmente, in termini di piacere derivato dalla visione, sono stato più influenzato da Hitchcock che da Lang». E questo sguardo oggettivo e distaccato costituirà l’estetica principale del regista parigino.

Le beau Serge (1958)
Le Beau Serge: l’alba di un movimento
«La Nouvelle Vague parlava di ragazzi che scrivevano per les Cahiers e iniziarono a fare film». Quando nel 1958 uscì Le beau Serge, si trattò di un semi-esperimento: Claude aveva fortunatamente ereditato dei soldi dalla prima moglie Agnès Goute, grazie ai quali fondò prima una società di produzione, la AJYM, e poi produsse il suo primo lungometraggio. Con Rivette aveva precedentemente confezionato il cortometraggio Le coup du berger (1956), ma fu proprio Le beau Serge a consacrare l’inizio della Nouvelle Vague. Il film narra di François, alter ego dell'autore, che fa ritorno da Parigi nella cittadina natale di provincia. Lì scopre che il vecchio amico Serge è sprofondato nell'alcolismo in seguito alla perdita di un figlio, vittima di una disperazione alimentata dalla realtà cinica che lo circonda e dall'immobilismo soffocante della vita provinciale.
Il tentativo di François di sottrarlo a quella deriva si scontra con la violenza e la chiusura ostinata dell'amico, in un percorso che non ammette redenzione. Le beau Serge fu l’opera più autobiografica del regista, che in seguito raccontò che in quegli stessi anni era tornato a vivere in provincia e aveva fatto i conti con la perdita della fede cattolica. Fu a quell’età, ventisette anni, che Chabrol iniziò a provare un senso di avversione per l'ipocrisia e la falsità che caratterizzavano la società benpensante francese del periodo. Poco dopo l’uscita di Le beau Serge scrisse: «Più piccolo è l'argomento, più può essere trattato con grande scelta. In verità, c'è solo la verità». In tal senso ricordiamo che quando nel 1981 si celebrò l’insediamento di Mitterrand, Chabrol si dichiarò deluso: vedere il neoeletto presidente camminare con una rosa rossa in mano verso il Panthéon gli sembrò un gesto troppo costruito, troppo consapevole di essere osservato. Fu questa capacità di decostruire la mise en scène della vita reale a guidarlo lungo la sua intera produzione cinematografica.

Les cousins (I cugini, 1959)
Con Le beau Serge Chabrol ottenne il premio alla regia al Festival di Locarno del 1958, a cui seguì poi l’Orso d’oro al Festival di Berlino per Les cousins (I cugini, 1959), storia incentrata sul rapporto ambivalente tra due cugini dall’indole contrapposta. Guardando Le beau Serge si riconoscono già i valori che la Nouvelle Vague avrebbe fatto propri, come l’utilizzo di mezzi ridotti, di attori non professionisti e delle riprese in esterno alla luce naturale adoperando una macchina da presa mobile per restituire il giusto tocco di realismo. La pellicola richiama il naturalismo e l’attenzione per il dettaglio propri del Neorealismo italiano – ma quello stesso naturalismo e quello squallore sarebbero stati progressivamente abbandonati nelle opere più note del regista, caratterizzate da produzioni più consistenti e da ambienti borghesi maggiormente patinati.
Eppure in Le beau Serge intravediamo già quello spirito che animerà l’intera filmografia del cineasta: la provincia come spazio chiuso, come teatro di sottotrame irrisolte e tensioni latenti e una MDP fredda e distaccata, che osserva i personaggi senza giudicarli. Chabrol descrisse la stagione della Nouvelle Vague come una «cooperazione»: animati dallo stesso amore per il cinema, dalla volontà di scardinare le regole del cinéma de papa e dal desiderio di esordire nel lungometraggio, i giovani critici lavorarono fianco a fianco, condividendo attori, risorse produttive e lavoro di scrittura. I proventi del successo di Le beau Serge e Les cousins permisero a Chabrol di sostenere finanziariamente i colleghi Rivette, Rohmer e Godard nei loro primi lavori.
Mentre però Godard esordiva trionfalmente in À bout de souffle (1960), Chabrol attraversava invece un periodo di relativa ombra. I guadagni ottenuti con i primi film gli consentirono sì di sostenere progetti più dispendiosi – compresa, nel 1959, la sua prima incursione nel genere thriller con À double tour (A doppia mandata) – ma le opere successive, come Les bonnes femmes (Donne facili, 1960), Les godelureaux (I bellimbusti, 1961) o Le tigre aime la chair fraiche (La tigre ama la carne fresca, 1964), pur portando il suo nome a una certa notorietà presso il grande pubblico non trovarono grande favore dalla critica. Ciononostante, nei primi anni Sessanta il cineasta si allontanò progressivamente dai principi della Nouvelle Vague, per avvicinarsi a un cinema più tradizionale e di impronta americana. Una scelta che finì per ridimensionare così il suo ruolo di auteur e critico dei Cahiers, a tutto vantaggio dei colleghi.

Les bonnes femmes (Donne facili, 1960)
Gli anni mirabili: Audran e l’Hélène cycle
«La borghesia è come il mostro nei miei film: né cattiva né buona. Mi fa ridere. Onestamente e oggettivamente, non è mai stata gentile al cento per cento. Perché ha paura di vivere. È questo che la rende come è. Teme la vita reale. Ed è questo che mi fa ridere», raccontò Chabrol nel 2009 al Festival di Berlino. II 1964 fu l’anno del divorzio dalla prima moglie, Agnès Goutes, per poi sposare nello stesso anno l’attrice Stéphane Audran, con cui aveva già collaborato ne Les bonnes femmes (1960). Il matrimonio segnò l’inizio di una lunga e prolifica collaborazione che avrebbe dato il via agli anni mirabili del cineasta, fino alla loro separazione definitiva avvenuta nel 1976. Audran fu protagonista anche del primo film che aprì la nuova stagione di Chabrol, Les Biches (Le cerbiatte, 1968), un dramma psicologico incentrato su un triangolo amoroso.
«Ciò che mi diverte è creare uno squilibrio in un universo che cerca con tutte le sue forze di stabilizzarsi. Ma è assurdo: non può esserci un equilibrio a trois, quindi è la soppressione di uno dei tre a causare lo squilibrio. In realtà, non sono particolarmente interessato ai triangoli, ma è proprio questo che la gente conosce di più», dichiarò in seguito. Les biches preannunciò un tema destinato a ricorrere nella produzione chabroliana: le coppie che si distruggono per la presenza di un terzo. Un tema che va a scardinare quell’illusione di stabilità che molti matrimoni si ostinano a proiettare. Pur non essendo il film più celebre del periodo, Les biches rappresentò per Chabrol «il primo film che ho fatto esattamente come desideravo», con il quale diede il via a una stagione cinematografica più matura.

Les Biches (Le cerbiatte, 1968)
Dopo il successo critico di Les biches, fu la volta di La femme infidèle (Stéphane, la moglie infedele, 1969), film che diede il via alla stagione nota come The Hélene cycle. L’indagine della borghesia si declina qui attraverso la figura della coppia, che diventa il luogo in cui si consuma la tragedia del quotidiano. Se in Les biches il racconto ruotava attorno a un triangolo amoroso in cui il legame tra due donne viene scompaginato dall’arrivo di un uomo, in questo caso Chabrol entra nelle dinamiche interne di una famiglia: la protagonista Hélène (Stéphane Audran) intreccia una relazione con Victor, celando il tradimento al marito Charles (Michel Bouquet). Il film inaugurò un ciclo di gran successo che comprese Que la bète meure (Ucciderò un uomo, 1969), Le boucher (Il tagliagole, 1970), La rupture (All’ombra del delitto, 1970) e Just avant la nuit (Sul far della notte, 1971), accomunati dalla presenza di tre personaggi ricorrenti - Hélène, Charles e Paul - figure intercambiabili che si ripropongono di film in film come variazioni di uno stesso schema narrativo.
Audran, spesso nel ruolo di Hélène, incarnò con precisione la figura della «moglie chabroliana»: elegante, imperturbabile, enigmatica – il volto perfetto per custodire i segreti che la provincia non vuole nominare. Le trame dei film chabroliani sono deliberatamente semplici, quasi schematiche, e proprio questa essenzialità lascia spazio alla macchina da presa, che si incarica di indagare sotto la superficie. Lo sguardo della MDP avanza con lentezza analitica, si sofferma su spazi e volti, ricorre a molteplici zoom, scruta i dettagli e scava sotto le incrinature dell’apparenza. Perché dietro ogni facciata – ogni coppia, ogni famiglia – si nasconde uno scheletro nell’armadio, reale o metaforico. Chabrol mostra come la presenza di un terzo all’interno della coppia, per quanto inizialmente tollerata, non sia mai sostenibile: ciò che scorre nelle vene dell’animo umano è la gelosia. La società borghese, costruita su traiettorie lineari – la vita di coppia, la famiglia, la stabilità – non regge all’irruzione di un elemento esterno, e il palcoscenico si trasforma inevitabilmente nel teatro del delitto. Da schemi semplici derivano variazioni molteplici.
In La femme infidèle è il marito a commettere l’omicidio, nel tentativo di preservare il matrimonio; alla scoperta di quanto accaduto, Hélène sceglie il silenzio di fronte alla polizia. L’inquadratura finale – la macchina da presa che si allontana mentre Hélène e il figlio osservano Charles portato via dagli agenti – è volutamente ambigua: un gesto che non assolve né condanna, e lascia la domanda deliberatamente aperta. Nell'incipit di Anna Karenina Tolstoj scrisse: «Le famiglie felici sono tutte uguali; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo», nei film di Chabrol si raccontano famiglie apparentemente integre, agiate, inserite in ambienti curati e rassicuranti – e la casa in questo senso, assurge a elemento scenografico di primaria importanza: spazio chiuso, ordinato in superficie, ma percorso da correnti sotterranee di violenza, desiderio e menzogna. Raramente Chabrol racconterà in futuro famiglie felici, al contrario, il mostro – o l’assassino, a seconda di come lo si voglia chiamare – è spesso un membro della famiglia stessa. L’illusione della borghesia diventa così il tema identitario per eccellenza del cinema chabroliano.

La femme infidèle (Stéphane, la moglie infedele, 1969)
In Juste avant la nuit (Sul far della notte, 1971) ritroviamo i personaggi di Charles (Michel Bouquet) e Hélène (Stéphane Audran) nuovamente nei panni di una coppia sposata. Questa volta l’omicidio avviene nella scena di apertura in cui Charles soffoca, in preda alla follia sessuale, la propria amante Laura (Anna Douking). Il film si costruisce interamente sul senso di colpa del protagonista, che decide di confessare l’accaduto prima alla moglie e poi al marito di Laura. Sul tema della colpa, Chabrol si espresse in questi termini: «Mi interessa nella misura in cui credo nella rivelazione della colpa. C'è una certa dose di colpa in ogni individuo—è il vero Peccato Originale—e ho notato che la colpa viene sempre trasferita dal più colpevole al meno colpevole. Non è mai il contrario. Quindi, in un certo senso, l'atto del colpevole lo libera dalla sua responsabilità: basta commettere l'atto per poterlo trasmettere a qualcun altro».
Questo meccanismo lo si vedrà, per esempio, con Violette Nozière (1978), dove, secondo le stesse parole di Claude, Violette (Isabelle Huppert) non prova alcun genere di rimorso, mentre in Juste avant la nuit vediamo Charles che, inizialmente, sembra poter sfuggire alla sua colpa – la polizia non indaga su di lui – ma poi il peso della responsabilità affiora inesorabilmente, portando il protagonista alla confessione. Come accadde in precedenza ne La femme infidèle, Hélène sceglie di rimanere in silenzio per preservare la facciata e, ancora una volta, le coppie borghesi dei film di Chabrol si ritrovano complici di un omicidio.

Violette Nozière (1978)
La voce definitiva: lo sguardo antropologico e la satira della borghesia
Nel 1973 Jean-Luc Godard scrisse a François Truffaut, nell’ambito del celebre e burrascoso carteggio che avrebbe portato alla rottura definitiva della loro amicizia: «Ho visto ieri Effetto notte. Probabilmente nessuno ti dirà che sei un bugiardo, così lo faccio io. Non è affatto un insulto fascista, è una critica, ed è senza un punto di vista critico che ci lasciano film come quelli di Chabrol, Ferreri, Verneuil, Delannoy, Renoir, ecc., di cui mi lamento». Claude non venne direttamente coinvolto, ma il suo nome compare in quella lista di registi che, agli occhi di Godard, avevano tradito i principi fondanti della Nouvelle Vague. L’assenza di un punto di vista critico sottolineata da Jean-Luc rifletteva tuttavia una preoccupazione tutta sua, legata a quell’ossessione per la rivoluzione che lo caratterizzò lungo tutta la sua carriera. Chabrol non rilasciò dichiarazioni ufficiali in merito, ma aveva già silenziosamente imboccato una direzione diversa: un approccio più antropologico alla società francese degli anni Settanta, con uno sguardo rivolto in particolare alla borghesia di provincia e alle contraddizioni che la percorrevano.
Fu proprio in quegli anni che Claude definì compiutamente la propria identità autoriale: non un cinema ideologico e radicale come auspicava Godard, ma uno sguardo freddo e distaccato, capace tuttavia di osservare e indagare in profondità. In seguito dichiarò: «Il caso di Godard è a parte, perché il suo è un cinema intollerabile. Quando è in forma, è superbo. Non è mai fantastico per molto tempo, perché non è il tipo di cinema che si può guardare per un'ora e mezza. Ma per 20-30 minuti, è un cinema straordinario». Ed è così che, in questi anni, con l’avvio del suo periodo più prolifico, Chabrol trovò la propria voce definitiva nel thriller psicologico e nel dramma borghese, due declinazioni di un medesimo impulso: portare alla luce ciò che si cela sotto la superficie levigata della rispettabilità.
La sua curiosità di cineasta si fece strumento di indagine rivolto contro le convenzioni e le ipocrisie di una classe sociale che si autolegittima attraverso l’ordine, il decoro e la ricchezza. La passione per il romanzo poliziesco fu alla radice di molti dei suoi film più celebri, ma il regista ne sovvertì la logica tradizionale perché anziché condurre al ristabilimento dell’ordine, i suoi thriller si trasformano in freddi scenari di omicidi, con finali volutamente aperti, consegnati all’interpretazione dello spettatore. Alle accuse di fare cinema di genere e popolare rispose: «Ho sempre cercato di mantenere il cinema di genere perché penso che sia l'unico modo per fare film. Oggi in Francia, ma non solo lì, si tende verso una visione eccessivamente intellettuale delle cose, e penso che l'unica soluzione sia fare qualche buon poliziesco, qualche buona soap opera e commedia».

Une partie de plaisir (Una gita di piacere, 1975)
Le illusioni della vita borghese continuarono a essere esplorate nelle pellicole successive all’Hélène cycle, anche in assenza di Audran come protagonista. Temi come il tradimento e le relazioni aperte percorrono questa produzione, confermando in Chabrol una sensibilità d’avanguardia rispetto al proprio tempo – pensiamo alla relazione lesbica al centro di Les biches. Gli anni Settanta, segnati da una progressiva apertura verso la sessualità e da un netto contrasto con gli ideali delle generazioni precedenti, portarono un analogo spostamento di prospettiva anche nel cinema, persino in quello americano, tradizionalmente più puritano. È in questo contesto che Chabrol affrontò il tentativo di una coppia di aprire la propria relazione in Une partie de plaisir (Una gita di piacere, 1975), forse il film più brutale dell’intera filmografia chabroliana.
Quello che nasce come un esperimento di libertà intellettuale scivola progressivamente nel sadismo psicologico. Protagonista del film è Paul Gégauff – anche autore della sceneggiatura – la cui interpretazione risulta convincente e agghiacciante nel restituire la lenta trasformazione del suo personaggio: l’iniziale accettazione compiaciuta del rapporto aperto si incrina fino a cedere il posto a una gelosia ossessiva, che trascina il protagonista verso un epilogo omicida. Gégauff fu autore di molte delle sceneggiature dei film di Chabrol e su questo il cineasta disse: «Sono bravo a scrivere dialoghi per sciocchi, e lui è bravo a scrivere dialoghi per persone intelligenti», riconoscendo la sua passione più per la regia che per la scrittura. Quest’autoironia fotografa con precisione la complementarietà dei due: Gégauff forniva il registro intellettuale e il nitore dei dialoghi, mentre Chabrol trasformava quella materia in immagine. In Une partie de plaisir i raffinati discorsi sulla libertà, si sgretolano nel momento in cui le emozioni reali irrompono e travolgono ogni costrutto razionale. La pellicola risulta emblematica nel rappresentare quell’impossibilità, ricorrente nel cinema chabroliano, di mantenere stabile l’equilibrio della coppia di fronte all’irruzione di elementi esterni.

Une affaire de femmes (Un affare di donne, 1988)
Nel 1976 arrivò la separazione definitiva da Stéphane Audran, prima musa del regista e volto centrale di molti dei suoi film più celebri. Non fu una sorpresa dal momento che già dal 1971 Chabrol aveva iniziato una relazione extraconiugale con Aurore Pajot, supervisore delle sceneggiature di numerose sue pellicole a partire da Les biches. Parallelamente, sul fronte artistico, il 1978 segnò l’anno in cui prese avvio una lunga e prolifica collaborazione con l’attrice Isabelle Huppert – a partire da Violette Nozière – che sarebbe diventata il nuovo volto prediletto della sua cinematografia. Nel frattempo, nel 1983, Claude e Aurore convolarono a nozze. Il loro matrimonio rappresentò l’ennesima conferma di una tendenza ricorrente nella carriera del regista: quella di lavorare con persone a lui legate da vincoli affettivi o familiari. Prima con Stéphane Audran, seconda moglie e musa dei suoi film più celebri, poi con Pajot, terza moglie e presenza dominante sul versante della sceneggiatura e infine con il figlio Matthieu, avuto dalla prima moglie Agnès Goute, che compose le colonne sonore di molti suoi film a partire dagli anni Ottanta.
Sebbene Audran continuasse a prendere parte ad alcuni suoi lavori, tra cui Les sang des autres (Il sangue degli altri, 1984), ambientato durante la Seconda guerra mondiale, e Poulet au vinaigre (Una morte di troppo, 1985), giallo in ambientazione provinciale, fu con Isabelle Huppert che Chabrol costruì il suo nuovo sodalizio artistico. Huppert incarnava una presenza radicalmente contrapposta a quella di Audran: uno sguardo glaciale sotto cui ribollono impulsi psicologici oscuri. La collaborazione, iniziata con Violette Nozière – che valse alla Huppert il premio come miglior interpretazione femminile al Festival di Cannes e a Stéphane Audran il premio César come attrice non protagonista – proseguì con Une affaire de femmes (Un affare di donne, 1988), con cui l’attrice si aggiudicò la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia. In futuro l’attrice ricordò il cineasta con queste parole: «Avevamo la sensazione, così preziosa e reciproca, di non essere su un terreno conquistato, ma di sapere che ci capivamo. Una sensazione molto familiare, molto rassicurante. Mi sentivo più forte, in totale sicurezza».

La cérémonie (Il buio nella mente, 1995)
I film realizzati con l’attrice parigina segnarono una “svolta” nella poetica chabroliana: la figura femminile si impone al centro della scena, mentre la critica alla borghesia funge da cornice. Essa rimase tuttavia al centro di alcune opere emblematiche degli anni Novanta, in tal senso merita particolare attenzione La cérémonie (Il buio nella mente, 1995) – tratto dal romanzo A judgement in stone (Ruth Rendell) – uno dei film più noti e riusciti della collaborazione Huppert-Chabrol, in cui al centro della vicenda non si trova una coppia borghese ma un’intera famiglia dell’alta borghesia destinata a disintegrarsi. La famiglia Lelievre, apparentemente serena nella propria lussuosa dimora di provincia, comincia a fare i conti con le prime crepe con l’arrivo della nuova domestica. Sophie, interpretata da Sandrine Bonnaire – protagonista anche di Au coeur du mensonge (Il colore della menzogna, 1999) – porta con sé segreti che emergono progressivamente, catalizzati dall’incontro con Jeanne (Isabelle Huppert), impiegata dell’ufficio postale e figura sgradita al nucleo familiare.
Lo sguardo del regista indaga con lentezza i misteri celati tanto dalla famiglia quanto dalle due donne – o meglio dalle due complici – il cui risentimento nei confronti della famiglia finisce per saldarsi in un sodalizio diabolico tra le due donne. Saranno proprio le nuove arrivate, rappresentanti di tutto ciò che viene escluso e tenuto a distanza dalle classi sociali più elevate, a trasformare la casa patinata in uno scenario omicida. Con La Cérémonie, Claude firmò uno dei suoi film più apprezzati da pubblico e critica e valse alle due protagoniste la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile alla Mostra del Cinema di Venezia.

Au coeur du mensonge (Il colore della menzogna, 1999)
Nulla di originale, qualcosa di universale
Negli anni Duemila, dopo una carriera prolifica e poliedrica, Chabrol continuò a girare film, collezionando ulteriori successi, tra cui Merci pour le chocolat (Grazie per la cioccolata, 2000), con protagonista, ancora una volta, un’insuperabile Isabelle Huppert. Non abbandonò mai le storie provocanti e disturbanti che caratterizzano i periodi più floridi della sua carriera e sulla scelta dei propri soggetti dichiarò: «Non scrivo in modo autobiografico. I miei film hanno un approccio diverso: prendo episodi della mia vita e delle vite delle persone a me vicine solo per fare l'opposto di un'autobiografia — mostrare gli elementi universali che possono essere condivisi da altri. Chi ama l'autobiografia vuole mostrare la propria originalità. Per me è il contrario. Non c'è nulla di originale nei miei film. È qualcosa che può essere condiviso da molte persone».
Molti dei suoi film più celebri trassero origine da adattamenti di noti romanzi crime, come quelli di Georges Simenon alla base de Les fantômes du chapelier (I fantasmi del cappellaio, 1982) e Betty (1992). A chi ha visto in Chabrol un autore sopravvalutato, o ha ricondotto le sue opere a un’estetica più commerciale e accessibile al grande pubblico, si può rispondere che ciò non è un limite ma un valore aggiunto, quello della prova di un cineasta capace di muoversi con disinvoltura tra generi e stilemi diversi, offrendo uno sguardo mai giudicante ma sempre rivelatore delle contraddizioni umane.
Nel voler «mostrare gli elementi universali che possono essere condivisi da altri» si chiude il cerchio della sua poetica e della sua visione, ovvero l’analisi di una società costruita sull’ordine e sul decoro, destinata a incrinarsi al primo elemento esterno. Attraverso uno sguardo cinico e distaccato, Chabrol portò alla luce qualcosa che accomuna gli esseri umani bel al di là dei personaggi dei suoi film. Dunque, se in Nouvelle Vague Linklater ricorda il genio di Jean-Luc Godard, noi vogliamo qui rendere omaggio al genio di Claude Chabrol che, con il suo silenzioso distacco dai principi del movimento, aprì la strada a una poetica coerente e personale, che lo consacra, ancora oggi, come uno dei narratori più lucidi della condizione borghese del Novecento.

Merci pour le chocolat (Grazie per la cioccolata, 2000)
«La facciata è interessante perché è il tessuto sociale, e la crepa è interessante perché è la verità. Forse è il mio lato pessimista, ma non riesco a immaginare l'una senza l'altra. Qual è il grande male della vita borghese? La mediocrità? È soprattutto il suo straordinario egoismo. La vita borghese è interamente concepita nell'egoismo», dichiarò Chabrol. Quella ricerca della verità che gli stette tanto a cuore, fece sì che il suo nome venisse accostato a quello di Honoré de Balzac: come lo scrittore francese, Chabrol fu sempre convinto che il vero artista dovesse cercare la verità dietro la facciata, smantellare le apparenze per portare alla luce ciò che il decoro sociale si ostina a nascondere. In questo senso, la sua opera viene spesso letta come una Comédie humaine cinematografica – un affresco sistematico e impietoso dei costumi e delle ipocrisie di una classe.
Claude continuò a realizzare film fino a poco prima della sua morte. Nel 2009 uscì la sua ultima opera, Inspector Bellamy (Bellamy, 2009), un giallo con protagonista Gérard Depardieu, la giusta chiusura di una carriera durata più di cinquant’anni, suggellata dal premio alla carriera consegnatogli alla Berlinale quello stesso anno. Chabrol morì a Parigi il 12 settembre 2010, all’età di 80 anni, lasciando un segno indelebile nella Storia del Cinema: un autore che più di ogni altro ha saputo dissezionare, con lucidità e ironia tagliente, le ipocrisie di una classe sociale.

Un ritratto di Claude Chabrol,
l’implacabile osservatore delle ipocrisie quotidiane,
di Giulia Adami
TR-153
24.06.2026
In Nouvelle Vague, film del regista texano Richard Linklater, uscito nelle sale italiane a marzo 2026, vi è un momento d’apertura in cui vediamo un Jean-Luc Godard non ancora trentenne, interpretato dal semiesordiente Guillaume Marbeck, lamentarsi di essere l’unico tra i colleghi dei Cahiers du Cinéma a non aver ancora realizzato un film. Il ritardo pesa su di lui come un disonore, fonte di cruccio e di ansia, fino a quando non gli viene offerta l’occasione del debutto con quella che diventerà l’opera simbolo dell’intera Nouvelle Vague: À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro, 1960). Linklater costruisce una love letter al cinema, ma soprattutto una ricostruzione meticolosa della genesi del capolavoro godardiano. Girato in bianco e nero su pellicola in 4:3 e arricchito da un considerevole lavoro in post-produzione digitale per ricreare le atmosfere della Parigi del 1959, il film nasce, secondo le parole dello stesso regista, dalla volontà di rendere omaggio a quella che è stata la più grande rivoluzione nella storia del cinema e À bout de souffle era il perfetto punto di partenza.
Godard rimane tutt’oggi il nome-simbolo della Nouvelle Vague: cineasta ossessionato dall’idea di rivoluzione, dal cinema politico e dall’estetica dell’urgenza, fatto con pochi mezzi e con pochi soldi. Eppure, prima di Godard, c’erano stati gli esordi di François Truffaut, Jacques Rivette, Éric Rohmer e Claude Chabrol, tutti fondatori di un movimento che avrebbe riscritto le regole del linguaggio cinematografico. Ed è proprio a quest’ultimo, nel giorno della sua nascita, che vogliamo dedicare la giusta attenzione. Claude Chabrol, fondatore del movimento al pari dei colleghi, è stato spesso criticato per il suo approccio pragmatico e commerciale al cinema, un cinema troppo popolare e vicino allo spettatore. Non a caso, al momento della sua morte avvenuta nel 2010, un articolo pubblicato sui Cahiers du cinéma riassunse l’evento così: «Il suo status di grande regista non è consolidato come Godard, Rohmer, Rivette o Truffaut. Ci sono molte ragioni per questo: troppi film; troppi film importanti che sono invisibili; troppi film popolari che si è convinti di conoscere, e a torto. I vari complimenti hanno trasformato Chabrol troppo rapidamente in un piacevole vecchio zio, che ha una sola ricetta nel suo repertorio culinario. Quale ricetta? La rappresentazione della borghesia, servita o in aspic, fritto o come paté».
La percezione, da parte della critica, di Chabrol come di un regista non alla pari dei suoi colleghi della Nouvelle Vague – sia per il suo cinema di genere, sia per una produzione ritenuta troppo ampia e popolare – non restituisce al cineasta quella che ci sembra una rappresentazione più corretta: Chabrol anzitutto come auteur, e come artista o “artigiano” – termine che lui stesso preferiva – il quale, nel corso della sua lunga carriera, si è dimostrato un cineasta poliedrico, capace di spaziare tra generi e registri diversi, dal melodramma al film di guerra, con una carriera che conta oltre cinquanta opere, senza considerare le produzioni televisive.

Claude Chabrol e Isabelle Huppert, attrice che giocherà un ruolo fondamentale nella carriera del regista
Dal cineclub di provincia ai Cahiers du cinéma
Claude Chabrol nacque a Parigi il 24 giugno 1930, trascorse poi l’infanzia e l’adolescenza nel villaggio di Sardent, dove il padre esercitava la professione di farmacista. Fu proprio in quel contesto provinciale che, a soli tredici anni, fondò il primo cineclub del paese e maturò la passione per la letteratura poliziesca, in seguito raccontò: «Mi è sempre piaciuto il romanzo poliziesco. Penso che praticamente tutti i romanzi polizieschi abbiano un lato metafisico, al punto che c'è o un mistero con una M maiuscola o un cattivo che deve essere distrutto. Questa è pura metafisica. Interessa alle persone: aprire la porta del frigorifero e scoprire il corpo di una vecchia donna... Li interessa per un po'».
Dopo la guerra si trasferì a Parigi dove intraprese gli studi in Legge e in Farmacia, che abbandonò presto per conseguire la laurea in Lettere alla Sorbona. Nel frattempo, nella capitale, lavorò come addetto stampa per la sezione francese della 20th Century-Fox, esperienza che gli offrì un primo assaggio del mondo del cinema. Fu però il 1953 a segnare una svolta decisiva nella sua vita: quell’anno il giovane Claude approdò nella redazione dei Cahiers du cinéma, dove iniziò a lavorare al fianco di colleghi destinati a riscrivere la Storia del Cinema – Eric Rohmer, François Truffaut, Jacques Rivette e Jean-Luc Godard – tutti riuniti sotto l’egida di André Bazin, fondatore della rivista e figura intellettuale di riferimento per un'intera generazione.

I giovani Jean-Luc Godard (seduto sulla destra) e Claude Chabrol (in piedi, mentre legge il giornale, sulla sinistra) alla redazione dei Cahiers du cinéma
Accomunati da una frequentazione quasi ossessiva delle sale cinematografiche e, in particolare, della Cinémathèque Française, ben presto i giovani critici iniziarono a condividere la fede nella politique des auteurs, con la convinzione che il cinema fosse innanzitutto espressione di una visione individuale e riconoscibile, quella del regista inteso come vero artefice dell’opera. Grande ammiratore di Fritz Lang e di Alfred Hitchcock, Chabrol diede un contributo concreto alla politique des auteurs pubblicando nel 1957, insieme al collega Rohmer, una monografia dedicata al “maestro della suspense”, che si rivelò uno dei primi studi critici seri sul regista britannico e che rivendicava con forza la figura di Hitchcock come auteur, attributo che all’epoca non gli veniva ancora riconosciuto. Non si trattò di un omaggio isolato: Hitchcock sarebbe diventato un riferimento capitale nell’immaginario e nella poetica di Chabrol, un modello con cui confrontarsi lungo l’intero arco della sua carriera, dominata dal genere thriller.
Alla sua vicinanza con Hitchcock, Claude avrebbe però risposto: «Non considero Lang e Hitchcock dal punto di vista tematico. Li considero in termini di stile, e in questo sono molto più vicino a Lang che a Hitchcock. Hitchcock cerca di trasmettere una storia in modo soggettivo — tutto si basa sulla soggettività del personaggio — mentre Lang cerca l'opposto, oggettivare continuamente. Anch'io cerco di oggettivare. È caratteristico di Hitchcock che anche i titoli dei suoi film riflettano sempre la sua psicologia personale: Ombra del dubbio, Sospetto, Psyco... Dipendono tutti da stati individuali. In Lang è il desiderio umano — non è mai individuale. Intellettualmente, in termini di piacere derivato dalla visione, sono stato più influenzato da Hitchcock che da Lang». E questo sguardo oggettivo e distaccato costituirà l’estetica principale del regista parigino.

Le beau Serge (1958)
Le Beau Serge: l’alba di un movimento
«La Nouvelle Vague parlava di ragazzi che scrivevano per les Cahiers e iniziarono a fare film». Quando nel 1958 uscì Le beau Serge, si trattò di un semi-esperimento: Claude aveva fortunatamente ereditato dei soldi dalla prima moglie Agnès Goute, grazie ai quali fondò prima una società di produzione, la AJYM, e poi produsse il suo primo lungometraggio. Con Rivette aveva precedentemente confezionato il cortometraggio Le coup du berger (1956), ma fu proprio Le beau Serge a consacrare l’inizio della Nouvelle Vague. Il film narra di François, alter ego dell'autore, che fa ritorno da Parigi nella cittadina natale di provincia. Lì scopre che il vecchio amico Serge è sprofondato nell'alcolismo in seguito alla perdita di un figlio, vittima di una disperazione alimentata dalla realtà cinica che lo circonda e dall'immobilismo soffocante della vita provinciale.
Il tentativo di François di sottrarlo a quella deriva si scontra con la violenza e la chiusura ostinata dell'amico, in un percorso che non ammette redenzione. Le beau Serge fu l’opera più autobiografica del regista, che in seguito raccontò che in quegli stessi anni era tornato a vivere in provincia e aveva fatto i conti con la perdita della fede cattolica. Fu a quell’età, ventisette anni, che Chabrol iniziò a provare un senso di avversione per l'ipocrisia e la falsità che caratterizzavano la società benpensante francese del periodo. Poco dopo l’uscita di Le beau Serge scrisse: «Più piccolo è l'argomento, più può essere trattato con grande scelta. In verità, c'è solo la verità». In tal senso ricordiamo che quando nel 1981 si celebrò l’insediamento di Mitterrand, Chabrol si dichiarò deluso: vedere il neoeletto presidente camminare con una rosa rossa in mano verso il Panthéon gli sembrò un gesto troppo costruito, troppo consapevole di essere osservato. Fu questa capacità di decostruire la mise en scène della vita reale a guidarlo lungo la sua intera produzione cinematografica.

Les cousins (I cugini, 1959)
Con Le beau Serge Chabrol ottenne il premio alla regia al Festival di Locarno del 1958, a cui seguì poi l’Orso d’oro al Festival di Berlino per Les cousins (I cugini, 1959), storia incentrata sul rapporto ambivalente tra due cugini dall’indole contrapposta. Guardando Le beau Serge si riconoscono già i valori che la Nouvelle Vague avrebbe fatto propri, come l’utilizzo di mezzi ridotti, di attori non professionisti e delle riprese in esterno alla luce naturale adoperando una macchina da presa mobile per restituire il giusto tocco di realismo. La pellicola richiama il naturalismo e l’attenzione per il dettaglio propri del Neorealismo italiano – ma quello stesso naturalismo e quello squallore sarebbero stati progressivamente abbandonati nelle opere più note del regista, caratterizzate da produzioni più consistenti e da ambienti borghesi maggiormente patinati.
Eppure in Le beau Serge intravediamo già quello spirito che animerà l’intera filmografia del cineasta: la provincia come spazio chiuso, come teatro di sottotrame irrisolte e tensioni latenti e una MDP fredda e distaccata, che osserva i personaggi senza giudicarli. Chabrol descrisse la stagione della Nouvelle Vague come una «cooperazione»: animati dallo stesso amore per il cinema, dalla volontà di scardinare le regole del cinéma de papa e dal desiderio di esordire nel lungometraggio, i giovani critici lavorarono fianco a fianco, condividendo attori, risorse produttive e lavoro di scrittura. I proventi del successo di Le beau Serge e Les cousins permisero a Chabrol di sostenere finanziariamente i colleghi Rivette, Rohmer e Godard nei loro primi lavori.
Mentre però Godard esordiva trionfalmente in À bout de souffle (1960), Chabrol attraversava invece un periodo di relativa ombra. I guadagni ottenuti con i primi film gli consentirono sì di sostenere progetti più dispendiosi – compresa, nel 1959, la sua prima incursione nel genere thriller con À double tour (A doppia mandata) – ma le opere successive, come Les bonnes femmes (Donne facili, 1960), Les godelureaux (I bellimbusti, 1961) o Le tigre aime la chair fraiche (La tigre ama la carne fresca, 1964), pur portando il suo nome a una certa notorietà presso il grande pubblico non trovarono grande favore dalla critica. Ciononostante, nei primi anni Sessanta il cineasta si allontanò progressivamente dai principi della Nouvelle Vague, per avvicinarsi a un cinema più tradizionale e di impronta americana. Una scelta che finì per ridimensionare così il suo ruolo di auteur e critico dei Cahiers, a tutto vantaggio dei colleghi.

Les bonnes femmes (Donne facili, 1960)
Gli anni mirabili: Audran e l’Hélène cycle
«La borghesia è come il mostro nei miei film: né cattiva né buona. Mi fa ridere. Onestamente e oggettivamente, non è mai stata gentile al cento per cento. Perché ha paura di vivere. È questo che la rende come è. Teme la vita reale. Ed è questo che mi fa ridere», raccontò Chabrol nel 2009 al Festival di Berlino. II 1964 fu l’anno del divorzio dalla prima moglie, Agnès Goutes, per poi sposare nello stesso anno l’attrice Stéphane Audran, con cui aveva già collaborato ne Les bonnes femmes (1960). Il matrimonio segnò l’inizio di una lunga e prolifica collaborazione che avrebbe dato il via agli anni mirabili del cineasta, fino alla loro separazione definitiva avvenuta nel 1976. Audran fu protagonista anche del primo film che aprì la nuova stagione di Chabrol, Les Biches (Le cerbiatte, 1968), un dramma psicologico incentrato su un triangolo amoroso.
«Ciò che mi diverte è creare uno squilibrio in un universo che cerca con tutte le sue forze di stabilizzarsi. Ma è assurdo: non può esserci un equilibrio a trois, quindi è la soppressione di uno dei tre a causare lo squilibrio. In realtà, non sono particolarmente interessato ai triangoli, ma è proprio questo che la gente conosce di più», dichiarò in seguito. Les biches preannunciò un tema destinato a ricorrere nella produzione chabroliana: le coppie che si distruggono per la presenza di un terzo. Un tema che va a scardinare quell’illusione di stabilità che molti matrimoni si ostinano a proiettare. Pur non essendo il film più celebre del periodo, Les biches rappresentò per Chabrol «il primo film che ho fatto esattamente come desideravo», con il quale diede il via a una stagione cinematografica più matura.

Les Biches (Le cerbiatte, 1968)
Dopo il successo critico di Les biches, fu la volta di La femme infidèle (Stéphane, la moglie infedele, 1969), film che diede il via alla stagione nota come The Hélene cycle. L’indagine della borghesia si declina qui attraverso la figura della coppia, che diventa il luogo in cui si consuma la tragedia del quotidiano. Se in Les biches il racconto ruotava attorno a un triangolo amoroso in cui il legame tra due donne viene scompaginato dall’arrivo di un uomo, in questo caso Chabrol entra nelle dinamiche interne di una famiglia: la protagonista Hélène (Stéphane Audran) intreccia una relazione con Victor, celando il tradimento al marito Charles (Michel Bouquet). Il film inaugurò un ciclo di gran successo che comprese Que la bète meure (Ucciderò un uomo, 1969), Le boucher (Il tagliagole, 1970), La rupture (All’ombra del delitto, 1970) e Just avant la nuit (Sul far della notte, 1971), accomunati dalla presenza di tre personaggi ricorrenti - Hélène, Charles e Paul - figure intercambiabili che si ripropongono di film in film come variazioni di uno stesso schema narrativo.
Audran, spesso nel ruolo di Hélène, incarnò con precisione la figura della «moglie chabroliana»: elegante, imperturbabile, enigmatica – il volto perfetto per custodire i segreti che la provincia non vuole nominare. Le trame dei film chabroliani sono deliberatamente semplici, quasi schematiche, e proprio questa essenzialità lascia spazio alla macchina da presa, che si incarica di indagare sotto la superficie. Lo sguardo della MDP avanza con lentezza analitica, si sofferma su spazi e volti, ricorre a molteplici zoom, scruta i dettagli e scava sotto le incrinature dell’apparenza. Perché dietro ogni facciata – ogni coppia, ogni famiglia – si nasconde uno scheletro nell’armadio, reale o metaforico. Chabrol mostra come la presenza di un terzo all’interno della coppia, per quanto inizialmente tollerata, non sia mai sostenibile: ciò che scorre nelle vene dell’animo umano è la gelosia. La società borghese, costruita su traiettorie lineari – la vita di coppia, la famiglia, la stabilità – non regge all’irruzione di un elemento esterno, e il palcoscenico si trasforma inevitabilmente nel teatro del delitto. Da schemi semplici derivano variazioni molteplici.
In La femme infidèle è il marito a commettere l’omicidio, nel tentativo di preservare il matrimonio; alla scoperta di quanto accaduto, Hélène sceglie il silenzio di fronte alla polizia. L’inquadratura finale – la macchina da presa che si allontana mentre Hélène e il figlio osservano Charles portato via dagli agenti – è volutamente ambigua: un gesto che non assolve né condanna, e lascia la domanda deliberatamente aperta. Nell'incipit di Anna Karenina Tolstoj scrisse: «Le famiglie felici sono tutte uguali; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo», nei film di Chabrol si raccontano famiglie apparentemente integre, agiate, inserite in ambienti curati e rassicuranti – e la casa in questo senso, assurge a elemento scenografico di primaria importanza: spazio chiuso, ordinato in superficie, ma percorso da correnti sotterranee di violenza, desiderio e menzogna. Raramente Chabrol racconterà in futuro famiglie felici, al contrario, il mostro – o l’assassino, a seconda di come lo si voglia chiamare – è spesso un membro della famiglia stessa. L’illusione della borghesia diventa così il tema identitario per eccellenza del cinema chabroliano.

La femme infidèle (Stéphane, la moglie infedele, 1969)
In Juste avant la nuit (Sul far della notte, 1971) ritroviamo i personaggi di Charles (Michel Bouquet) e Hélène (Stéphane Audran) nuovamente nei panni di una coppia sposata. Questa volta l’omicidio avviene nella scena di apertura in cui Charles soffoca, in preda alla follia sessuale, la propria amante Laura (Anna Douking). Il film si costruisce interamente sul senso di colpa del protagonista, che decide di confessare l’accaduto prima alla moglie e poi al marito di Laura. Sul tema della colpa, Chabrol si espresse in questi termini: «Mi interessa nella misura in cui credo nella rivelazione della colpa. C'è una certa dose di colpa in ogni individuo—è il vero Peccato Originale—e ho notato che la colpa viene sempre trasferita dal più colpevole al meno colpevole. Non è mai il contrario. Quindi, in un certo senso, l'atto del colpevole lo libera dalla sua responsabilità: basta commettere l'atto per poterlo trasmettere a qualcun altro».
Questo meccanismo lo si vedrà, per esempio, con Violette Nozière (1978), dove, secondo le stesse parole di Claude, Violette (Isabelle Huppert) non prova alcun genere di rimorso, mentre in Juste avant la nuit vediamo Charles che, inizialmente, sembra poter sfuggire alla sua colpa – la polizia non indaga su di lui – ma poi il peso della responsabilità affiora inesorabilmente, portando il protagonista alla confessione. Come accadde in precedenza ne La femme infidèle, Hélène sceglie di rimanere in silenzio per preservare la facciata e, ancora una volta, le coppie borghesi dei film di Chabrol si ritrovano complici di un omicidio.

Violette Nozière (1978)
La voce definitiva: lo sguardo antropologico e la satira della borghesia
Nel 1973 Jean-Luc Godard scrisse a François Truffaut, nell’ambito del celebre e burrascoso carteggio che avrebbe portato alla rottura definitiva della loro amicizia: «Ho visto ieri Effetto notte. Probabilmente nessuno ti dirà che sei un bugiardo, così lo faccio io. Non è affatto un insulto fascista, è una critica, ed è senza un punto di vista critico che ci lasciano film come quelli di Chabrol, Ferreri, Verneuil, Delannoy, Renoir, ecc., di cui mi lamento». Claude non venne direttamente coinvolto, ma il suo nome compare in quella lista di registi che, agli occhi di Godard, avevano tradito i principi fondanti della Nouvelle Vague. L’assenza di un punto di vista critico sottolineata da Jean-Luc rifletteva tuttavia una preoccupazione tutta sua, legata a quell’ossessione per la rivoluzione che lo caratterizzò lungo tutta la sua carriera. Chabrol non rilasciò dichiarazioni ufficiali in merito, ma aveva già silenziosamente imboccato una direzione diversa: un approccio più antropologico alla società francese degli anni Settanta, con uno sguardo rivolto in particolare alla borghesia di provincia e alle contraddizioni che la percorrevano.
Fu proprio in quegli anni che Claude definì compiutamente la propria identità autoriale: non un cinema ideologico e radicale come auspicava Godard, ma uno sguardo freddo e distaccato, capace tuttavia di osservare e indagare in profondità. In seguito dichiarò: «Il caso di Godard è a parte, perché il suo è un cinema intollerabile. Quando è in forma, è superbo. Non è mai fantastico per molto tempo, perché non è il tipo di cinema che si può guardare per un'ora e mezza. Ma per 20-30 minuti, è un cinema straordinario». Ed è così che, in questi anni, con l’avvio del suo periodo più prolifico, Chabrol trovò la propria voce definitiva nel thriller psicologico e nel dramma borghese, due declinazioni di un medesimo impulso: portare alla luce ciò che si cela sotto la superficie levigata della rispettabilità.
La sua curiosità di cineasta si fece strumento di indagine rivolto contro le convenzioni e le ipocrisie di una classe sociale che si autolegittima attraverso l’ordine, il decoro e la ricchezza. La passione per il romanzo poliziesco fu alla radice di molti dei suoi film più celebri, ma il regista ne sovvertì la logica tradizionale perché anziché condurre al ristabilimento dell’ordine, i suoi thriller si trasformano in freddi scenari di omicidi, con finali volutamente aperti, consegnati all’interpretazione dello spettatore. Alle accuse di fare cinema di genere e popolare rispose: «Ho sempre cercato di mantenere il cinema di genere perché penso che sia l'unico modo per fare film. Oggi in Francia, ma non solo lì, si tende verso una visione eccessivamente intellettuale delle cose, e penso che l'unica soluzione sia fare qualche buon poliziesco, qualche buona soap opera e commedia».

Une partie de plaisir (Una gita di piacere, 1975)
Le illusioni della vita borghese continuarono a essere esplorate nelle pellicole successive all’Hélène cycle, anche in assenza di Audran come protagonista. Temi come il tradimento e le relazioni aperte percorrono questa produzione, confermando in Chabrol una sensibilità d’avanguardia rispetto al proprio tempo – pensiamo alla relazione lesbica al centro di Les biches. Gli anni Settanta, segnati da una progressiva apertura verso la sessualità e da un netto contrasto con gli ideali delle generazioni precedenti, portarono un analogo spostamento di prospettiva anche nel cinema, persino in quello americano, tradizionalmente più puritano. È in questo contesto che Chabrol affrontò il tentativo di una coppia di aprire la propria relazione in Une partie de plaisir (Una gita di piacere, 1975), forse il film più brutale dell’intera filmografia chabroliana.
Quello che nasce come un esperimento di libertà intellettuale scivola progressivamente nel sadismo psicologico. Protagonista del film è Paul Gégauff – anche autore della sceneggiatura – la cui interpretazione risulta convincente e agghiacciante nel restituire la lenta trasformazione del suo personaggio: l’iniziale accettazione compiaciuta del rapporto aperto si incrina fino a cedere il posto a una gelosia ossessiva, che trascina il protagonista verso un epilogo omicida. Gégauff fu autore di molte delle sceneggiature dei film di Chabrol e su questo il cineasta disse: «Sono bravo a scrivere dialoghi per sciocchi, e lui è bravo a scrivere dialoghi per persone intelligenti», riconoscendo la sua passione più per la regia che per la scrittura. Quest’autoironia fotografa con precisione la complementarietà dei due: Gégauff forniva il registro intellettuale e il nitore dei dialoghi, mentre Chabrol trasformava quella materia in immagine. In Une partie de plaisir i raffinati discorsi sulla libertà, si sgretolano nel momento in cui le emozioni reali irrompono e travolgono ogni costrutto razionale. La pellicola risulta emblematica nel rappresentare quell’impossibilità, ricorrente nel cinema chabroliano, di mantenere stabile l’equilibrio della coppia di fronte all’irruzione di elementi esterni.

Une affaire de femmes (Un affare di donne, 1988)
Nel 1976 arrivò la separazione definitiva da Stéphane Audran, prima musa del regista e volto centrale di molti dei suoi film più celebri. Non fu una sorpresa dal momento che già dal 1971 Chabrol aveva iniziato una relazione extraconiugale con Aurore Pajot, supervisore delle sceneggiature di numerose sue pellicole a partire da Les biches. Parallelamente, sul fronte artistico, il 1978 segnò l’anno in cui prese avvio una lunga e prolifica collaborazione con l’attrice Isabelle Huppert – a partire da Violette Nozière – che sarebbe diventata il nuovo volto prediletto della sua cinematografia. Nel frattempo, nel 1983, Claude e Aurore convolarono a nozze. Il loro matrimonio rappresentò l’ennesima conferma di una tendenza ricorrente nella carriera del regista: quella di lavorare con persone a lui legate da vincoli affettivi o familiari. Prima con Stéphane Audran, seconda moglie e musa dei suoi film più celebri, poi con Pajot, terza moglie e presenza dominante sul versante della sceneggiatura e infine con il figlio Matthieu, avuto dalla prima moglie Agnès Goute, che compose le colonne sonore di molti suoi film a partire dagli anni Ottanta.
Sebbene Audran continuasse a prendere parte ad alcuni suoi lavori, tra cui Les sang des autres (Il sangue degli altri, 1984), ambientato durante la Seconda guerra mondiale, e Poulet au vinaigre (Una morte di troppo, 1985), giallo in ambientazione provinciale, fu con Isabelle Huppert che Chabrol costruì il suo nuovo sodalizio artistico. Huppert incarnava una presenza radicalmente contrapposta a quella di Audran: uno sguardo glaciale sotto cui ribollono impulsi psicologici oscuri. La collaborazione, iniziata con Violette Nozière – che valse alla Huppert il premio come miglior interpretazione femminile al Festival di Cannes e a Stéphane Audran il premio César come attrice non protagonista – proseguì con Une affaire de femmes (Un affare di donne, 1988), con cui l’attrice si aggiudicò la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia. In futuro l’attrice ricordò il cineasta con queste parole: «Avevamo la sensazione, così preziosa e reciproca, di non essere su un terreno conquistato, ma di sapere che ci capivamo. Una sensazione molto familiare, molto rassicurante. Mi sentivo più forte, in totale sicurezza».

La cérémonie (Il buio nella mente, 1995)
I film realizzati con l’attrice parigina segnarono una “svolta” nella poetica chabroliana: la figura femminile si impone al centro della scena, mentre la critica alla borghesia funge da cornice. Essa rimase tuttavia al centro di alcune opere emblematiche degli anni Novanta, in tal senso merita particolare attenzione La cérémonie (Il buio nella mente, 1995) – tratto dal romanzo A judgement in stone (Ruth Rendell) – uno dei film più noti e riusciti della collaborazione Huppert-Chabrol, in cui al centro della vicenda non si trova una coppia borghese ma un’intera famiglia dell’alta borghesia destinata a disintegrarsi. La famiglia Lelievre, apparentemente serena nella propria lussuosa dimora di provincia, comincia a fare i conti con le prime crepe con l’arrivo della nuova domestica. Sophie, interpretata da Sandrine Bonnaire – protagonista anche di Au coeur du mensonge (Il colore della menzogna, 1999) – porta con sé segreti che emergono progressivamente, catalizzati dall’incontro con Jeanne (Isabelle Huppert), impiegata dell’ufficio postale e figura sgradita al nucleo familiare.
Lo sguardo del regista indaga con lentezza i misteri celati tanto dalla famiglia quanto dalle due donne – o meglio dalle due complici – il cui risentimento nei confronti della famiglia finisce per saldarsi in un sodalizio diabolico tra le due donne. Saranno proprio le nuove arrivate, rappresentanti di tutto ciò che viene escluso e tenuto a distanza dalle classi sociali più elevate, a trasformare la casa patinata in uno scenario omicida. Con La Cérémonie, Claude firmò uno dei suoi film più apprezzati da pubblico e critica e valse alle due protagoniste la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile alla Mostra del Cinema di Venezia.

Au coeur du mensonge (Il colore della menzogna, 1999)
Nulla di originale, qualcosa di universale
Negli anni Duemila, dopo una carriera prolifica e poliedrica, Chabrol continuò a girare film, collezionando ulteriori successi, tra cui Merci pour le chocolat (Grazie per la cioccolata, 2000), con protagonista, ancora una volta, un’insuperabile Isabelle Huppert. Non abbandonò mai le storie provocanti e disturbanti che caratterizzano i periodi più floridi della sua carriera e sulla scelta dei propri soggetti dichiarò: «Non scrivo in modo autobiografico. I miei film hanno un approccio diverso: prendo episodi della mia vita e delle vite delle persone a me vicine solo per fare l'opposto di un'autobiografia — mostrare gli elementi universali che possono essere condivisi da altri. Chi ama l'autobiografia vuole mostrare la propria originalità. Per me è il contrario. Non c'è nulla di originale nei miei film. È qualcosa che può essere condiviso da molte persone».
Molti dei suoi film più celebri trassero origine da adattamenti di noti romanzi crime, come quelli di Georges Simenon alla base de Les fantômes du chapelier (I fantasmi del cappellaio, 1982) e Betty (1992). A chi ha visto in Chabrol un autore sopravvalutato, o ha ricondotto le sue opere a un’estetica più commerciale e accessibile al grande pubblico, si può rispondere che ciò non è un limite ma un valore aggiunto, quello della prova di un cineasta capace di muoversi con disinvoltura tra generi e stilemi diversi, offrendo uno sguardo mai giudicante ma sempre rivelatore delle contraddizioni umane.
Nel voler «mostrare gli elementi universali che possono essere condivisi da altri» si chiude il cerchio della sua poetica e della sua visione, ovvero l’analisi di una società costruita sull’ordine e sul decoro, destinata a incrinarsi al primo elemento esterno. Attraverso uno sguardo cinico e distaccato, Chabrol portò alla luce qualcosa che accomuna gli esseri umani bel al di là dei personaggi dei suoi film. Dunque, se in Nouvelle Vague Linklater ricorda il genio di Jean-Luc Godard, noi vogliamo qui rendere omaggio al genio di Claude Chabrol che, con il suo silenzioso distacco dai principi del movimento, aprì la strada a una poetica coerente e personale, che lo consacra, ancora oggi, come uno dei narratori più lucidi della condizione borghese del Novecento.

Merci pour le chocolat (Grazie per la cioccolata, 2000)
«La facciata è interessante perché è il tessuto sociale, e la crepa è interessante perché è la verità. Forse è il mio lato pessimista, ma non riesco a immaginare l'una senza l'altra. Qual è il grande male della vita borghese? La mediocrità? È soprattutto il suo straordinario egoismo. La vita borghese è interamente concepita nell'egoismo», dichiarò Chabrol. Quella ricerca della verità che gli stette tanto a cuore, fece sì che il suo nome venisse accostato a quello di Honoré de Balzac: come lo scrittore francese, Chabrol fu sempre convinto che il vero artista dovesse cercare la verità dietro la facciata, smantellare le apparenze per portare alla luce ciò che il decoro sociale si ostina a nascondere. In questo senso, la sua opera viene spesso letta come una Comédie humaine cinematografica – un affresco sistematico e impietoso dei costumi e delle ipocrisie di una classe.
Claude continuò a realizzare film fino a poco prima della sua morte. Nel 2009 uscì la sua ultima opera, Inspector Bellamy (Bellamy, 2009), un giallo con protagonista Gérard Depardieu, la giusta chiusura di una carriera durata più di cinquant’anni, suggellata dal premio alla carriera consegnatogli alla Berlinale quello stesso anno. Chabrol morì a Parigi il 12 settembre 2010, all’età di 80 anni, lasciando un segno indelebile nella Storia del Cinema: un autore che più di ogni altro ha saputo dissezionare, con lucidità e ironia tagliente, le ipocrisie di una classe sociale.