
di Fabio Massimo Tufarelli
NC-446
20.07.2026
C’è qualcosa di profondamente noioso nel modo in cui il dibattito che ha preceduto l’uscita di The Odyssey (Odissea, 2026) si è consumato quasi interamente su fronti sterili. Da una parte il fanatismo tecnicista per l’IMAX, trasformato in un feticcio di specifiche hardware più che in una riflessione sul linguaggio cinematografico; dall’altra la caccia all’errore etnico nel casting, con Lupita Nyong’o ed Elliot Page finiti al centro di polemiche che hanno avuto ben poco a che fare con la loro effettiva resa drammaturgica. Nel primo caso il rischio è ridurre un’opera al peso della pellicola o al numero di sale abilitate alla proiezione, come se il valore di un film si misurasse in chilogrammi anziché in inquadrature; nel secondo, trasformare ogni scelta di casting in un terreno di scontro ideologico, dimenticando che nell’economia del poema omerico personaggi come Sinone o Elena occupano uno spazio narrativo molto più ridotto rispetto al viaggio di Ulisse.
L’Odissea è probabilmente uno dei testi più riscritti nella storia del cinema e dell’audiovisivo. Ogni epoca vi ha trovato il proprio riflesso: il muto italiano con L’Odissea (1911) di De Liguoro, Bertolini e Padovan ne fece uno dei primi grandi spettacoli del nostro cinema; il dopoguerra trasformò il poema in kolossal con Ulisse (1954) di Mario Camerini, affidando a Kirk Douglas il volto dell’eroe omerico. Nello stesso anno, quasi per un curioso cortocircuito culturale, Alberto Moravia pubblicava Il disprezzo, romanzo che immaginava la travagliata lavorazione di un film tratto dall’Odissea. Sarebbe stato Jean-Luc Godard a trasformare quella riflessione metacinematografica in Le Mépris (Il disprezzo, 1963), facendo interpretare a Fritz Lang sé stesso, nei panni di un regista chiamato a confrontarsi con il testo di Omero.
Se Camerini aveva guardato all’Odissea come grande avventura spettacolare e Godard come metafora del fare cinema, lo sceneggiato RAI Odissea (1968) di Franco Rossi — realizzato con l’apporto di Mario Bava e Mario Schivazappa — resta ancora oggi il tentativo più rigoroso di restituire integralmente il respiro del poema, tanto da essere considerato da molti una delle trasposizioni di maggior fedeltà. Più recente è invece The Return (Itaca – Il ritorno, 2024) di Uberto Pasolini, che restringe lo sguardo agli ultimi libri del poema e trasforma il ritorno di Ulisse in un dramma familiare.

Matt Demon, nel ruolo di Ulisse, e Zendaya, in quello di Atena, in una sequenza del nuovo lungometraggio di Christopher Nolan

The Odyssey (Odissea, 2026)
Ma al netto di quello che stiamo leggendo ovunque, com’è The Odyssey di Nolan? Siamo ormai dentro il solito rito del film-evento: sale sold-out come ai concerti, la coda dei formati, il ricordo ancora fresco del "Barbenheimer". Io l’ho visto in versione standard, quella considerata sfigata, al primo spettacolo pomeridiano. Eppure...Bastano pochi minuti perché tutto il rumore costruito attorno al film perda importanza. Non perché Nolan rinneghi l’ambizione spettacolare, ma perché è evidente dalle prime sequenze che il centro del film non è il formato, né il gigantismo produttivo.
È proprio questa la differenza che separa il film dalle molte trasposizioni che lo hanno preceduto. Christopher Nolan sceglie una strada diversa. Non prova a superare queste opere sul terreno della fedeltà filologica né su quello dell’introspezione psicologica. Come spesso accade nel suo cinema, prende un racconto che tutti conoscono e lo rifonda attorno alla propria ossessione autoriale. Se Omero raccontava il ritorno di un uomo dopo la guerra, Nolan sembra interrogarsi soprattutto su ciò che quel viaggio fa all’uomo che dovrà tornare. Ed è qui che The Odyssey dialoga, forse più di quanto sembri, con il cinema del regista inglese. Più ancora del tempo, che pure resta una delle ossessioni più riconoscibili delle sue opere, ciò che ritorna nei suoi film è l’idea del viaggio come distanza da colmare: uomini separati da una casa, da una persona o da una versione precedente di sé stessi, costretti ad attraversare un percorso che li trasforma prima ancora di permettere loro di tornare.
In Inception (2010) Cobb non cerca semplicemente di completare un’ultima missione nel mondo dei sogni: vuole tornare dai propri figli, recuperare la quotidianità perduta che il senso di colpa gli ha sottratto. In Interstellar (2014) Cooper attraversa lo spazio e il tempo per salvare l’umanità, ma il cuore emotivo del film resta il desiderio di ricongiungersi con Murph, la figlia lasciata a casa. Anche Dunkirk (2017), apparentemente il film di guerra più asciutto e fisico di Nolan, è costruito attorno a un movimento elementare: il ritorno a casa di migliaia di uomini sospesi tra sopravvivenza e perdita.

Matthew McConaughey, protagonista di Interstellar (2014)
Con Oppenheimer (2023) questa dinamica si manifesta nel modo più tragico. Il fisico, dopo aver cambiato il corso della storia, non può più tornare al punto di partenza. La bomba è la frattura definitiva, fra il prima e il dopo, e nessun viaggio può ricomporli. Ulisse completa questo percorso. Se gli altri protagonisti di Nolan cercano un ritorno possibile o impossibile, l’eroe omerico è colui che ha trasformato il ritorno stesso in un mito fondativo. La vera domanda non è se lui riuscirà ad arrivare a Itaca: è se l’uomo che tornerà sarà lo stesso che era partito. È questa la condizione in cui Nolan trova Ulisse: non un eroe nel pieno della sua forza, ma un uomo già consumato dal viaggio e dalla propria superbia.
Matt Damon restituisce questa condizione rifuggendo ogni tentazione eroica: il suo Ulisse non è il corpo statuario del peplum né il semplice emblema dell’astuzia omerica, ma un uomo il cui volto sempre più scavato e la barba incolta raccontano il logoramento prima ancora che le parole lo spieghino. È una recitazione tutta in sottrazione, che affida allo sguardo — più che al gesto — il compito di mostrare quanto ogni tappa del percorso lo consumi. Nolan insiste soprattutto sull’altra faccia dell’eroe: la hybris, quella tracotanza che nell’universo greco porta inevitabilmente alla punizione. Il viaggio di Ulisse non appare allora come una semplice successione di prove, ma come il lento pagamento delle conseguenze delle proprie scelte: un ritorno che, prima ancora di essere conquistato, dev’essere meritato.
Accanto a Ulisse, Nolan costruisce il controcampo di Penelope, interpretata da Anne Hathaway, come l’immagine speculare del viaggio. La intravediamo dietro alla texture della stanza del telaio, nel ritmo di un lavoro ripetuto che trasforma lo spazio domestico in una prigione. Ma quella casa non è solo un luogo sospeso: è una casa assediata dai pretendenti, un regno privato del proprio sovrano e del proprio equilibrio, condannato a un’attesa perenne. Penelope non è soltanto colei che aspetta l’eroe ma il personaggio che ha dovuto preservare un’identità e un ordine minacciati dall’assenza. Quando, parlando con Telemaco, afferma: “Sono seduta da vent’anni su un trono che solo un uomo può occupare” il film porta in superficie la contraddizione del mito: Ulisse deve attraversare il mare per ritrovare Itaca, mentre Penelope deve restare in una casa che continua ad appartenere a qualcun altro.

Anne Hathaway nella parte di Penelope
È significativo che, nonostante un cast costruito attorno a volti riconoscibilissimi (Zendaya, Charlize Theron, Tom Holland), Nolan non trasformi mai la presenza delle star in un elemento di distrazione: tutti sono al servizio del mito, e non viceversa. Anche la scelta di girare interamente in IMAX va letta da questa prospettiva. Il cineasta lo inseguiva fin dall’adolescenza, quando rimase affascinato dalle proiezioni in grande formato e iniziò a immaginare un cinema capace di restituire allo spettatore una dimensione quasi fisica dell’immagine. Dopo averne sperimentato progressivamente le possibilità, da The Dark Knight (Il cavaliere oscuro, 2008) fino a Oppenheimer, The Odyssey rappresenta il punto d’arrivo di quella ricerca: il primo blockbuster realizzato interamente con cineprese IMAX, dialoghi compresi, grazie alle innovazioni tecniche sviluppate insieme al direttore della fotografia Hoyte van Hoytema.
Per Nolan non si tratta soltanto di un primato tecnologico, ma del tentativo di restituire al mito la dimensione originaria: quella del racconto pensato per essere tramandato collettivamente. È cinema come esperienza condivisa, un ritorno alla dimensione rituale dello spettacolo.
Pretendere che un adattamento coincida perfettamente con il proprio modello significa fraintendere il modo in cui le opere continuano a vivere. Nessuna traduzione restituisce parola per parola il testo da cui nasce; ogni traduttore interpreta, sceglie, rinuncia, aggiunge sfumature. Lo stesso accade con il teatro, con la pittura, con la musica: nessuno chiederebbe a una cover di coincidere perfettamente con il brano originale. Il cinema non fa eccezione. Un adattamento non ha il compito di illustrare il classico, ma di rimetterlo in gioco attraverso il proprio linguaggio. È questa, in fondo, la ragione per cui continua ad essere raccontata L’Odissea: ogni epoca ha bisogno della sua. Nolan ne propone una lettura personale, discutibile - può piacere o meno - come tutte le grandi reinterpretazioni, ma proprio per questo coerente alla natura più profonda del poema: quella di un racconto che sopravvive continuando a cambiare.
E forse è proprio qui che oggi un blockbuster può ancora trovare la sua funzione: con la sua forza industriale e la sua capacità di trasformarsi in un evento globale, riportare milioni di spettatori a interrogarsi su Omero. E questo è già moltissimo.

The Odyssey (Odissea, 2026)
di Fabio Massimo Tufarelli
NC-446
20.07.2026

Matt Demon, nel ruolo di Ulisse, e Zendaya, in quello di Atena, in una sequenza del nuovo lungometraggio di Christopher Nolan
C’è qualcosa di profondamente noioso nel modo in cui il dibattito che ha preceduto l’uscita di The Odyssey (Odissea, 2026) si è consumato quasi interamente su fronti sterili. Da una parte il fanatismo tecnicista per l’IMAX, trasformato in un feticcio di specifiche hardware più che in una riflessione sul linguaggio cinematografico; dall’altra la caccia all’errore etnico nel casting, con Lupita Nyong’o ed Elliot Page finiti al centro di polemiche che hanno avuto ben poco a che fare con la loro effettiva resa drammaturgica. Nel primo caso il rischio è ridurre un’opera al peso della pellicola o al numero di sale abilitate alla proiezione, come se il valore di un film si misurasse in chilogrammi anziché in inquadrature; nel secondo, trasformare ogni scelta di casting in un terreno di scontro ideologico, dimenticando che nell’economia del poema omerico personaggi come Sinone o Elena occupano uno spazio narrativo molto più ridotto rispetto al viaggio di Ulisse.
L’Odissea è probabilmente uno dei testi più riscritti nella storia del cinema e dell’audiovisivo. Ogni epoca vi ha trovato il proprio riflesso: il muto italiano con L’Odissea (1911) di De Liguoro, Bertolini e Padovan ne fece uno dei primi grandi spettacoli del nostro cinema; il dopoguerra trasformò il poema in kolossal con Ulisse (1954) di Mario Camerini, affidando a Kirk Douglas il volto dell’eroe omerico. Nello stesso anno, quasi per un curioso cortocircuito culturale, Alberto Moravia pubblicava Il disprezzo, romanzo che immaginava la travagliata lavorazione di un film tratto dall’Odissea. Sarebbe stato Jean-Luc Godard a trasformare quella riflessione metacinematografica in Le Mépris (Il disprezzo, 1963), facendo interpretare a Fritz Lang sé stesso, nei panni di un regista chiamato a confrontarsi con il testo di Omero.
Se Camerini aveva guardato all’Odissea come grande avventura spettacolare e Godard come metafora del fare cinema, lo sceneggiato RAI Odissea (1968) di Franco Rossi — realizzato con l’apporto di Mario Bava e Mario Schivazappa — resta ancora oggi il tentativo più rigoroso di restituire integralmente il respiro del poema, tanto da essere considerato da molti una delle trasposizioni di maggior fedeltà. Più recente è invece The Return (Itaca – Il ritorno, 2024) di Uberto Pasolini, che restringe lo sguardo agli ultimi libri del poema e trasforma il ritorno di Ulisse in un dramma familiare.

The Odyssey (Odissea, 2026)
Ma al netto di quello che stiamo leggendo ovunque, com’è The Odyssey di Nolan? Siamo ormai dentro il solito rito del film-evento: sale sold-out come ai concerti, la coda dei formati, il ricordo ancora fresco del "Barbenheimer". Io l’ho visto in versione standard, quella considerata sfigata, al primo spettacolo pomeridiano. Eppure...Bastano pochi minuti perché tutto il rumore costruito attorno al film perda importanza. Non perché Nolan rinneghi l’ambizione spettacolare, ma perché è evidente dalle prime sequenze che il centro del film non è il formato, né il gigantismo produttivo.
È proprio questa la differenza che separa il film dalle molte trasposizioni che lo hanno preceduto. Christopher Nolan sceglie una strada diversa. Non prova a superare queste opere sul terreno della fedeltà filologica né su quello dell’introspezione psicologica. Come spesso accade nel suo cinema, prende un racconto che tutti conoscono e lo rifonda attorno alla propria ossessione autoriale. Se Omero raccontava il ritorno di un uomo dopo la guerra, Nolan sembra interrogarsi soprattutto su ciò che quel viaggio fa all’uomo che dovrà tornare. Ed è qui che The Odyssey dialoga, forse più di quanto sembri, con il cinema del regista inglese. Più ancora del tempo, che pure resta una delle ossessioni più riconoscibili delle sue opere, ciò che ritorna nei suoi film è l’idea del viaggio come distanza da colmare: uomini separati da una casa, da una persona o da una versione precedente di sé stessi, costretti ad attraversare un percorso che li trasforma prima ancora di permettere loro di tornare.
In Inception (2010) Cobb non cerca semplicemente di completare un’ultima missione nel mondo dei sogni: vuole tornare dai propri figli, recuperare la quotidianità perduta che il senso di colpa gli ha sottratto. In Interstellar (2014) Cooper attraversa lo spazio e il tempo per salvare l’umanità, ma il cuore emotivo del film resta il desiderio di ricongiungersi con Murph, la figlia lasciata a casa. Anche Dunkirk (2017), apparentemente il film di guerra più asciutto e fisico di Nolan, è costruito attorno a un movimento elementare: il ritorno a casa di migliaia di uomini sospesi tra sopravvivenza e perdita.

Matthew McConaughey, protagonista di Interstellar (2014)
Con Oppenheimer (2023) questa dinamica si manifesta nel modo più tragico. Il fisico, dopo aver cambiato il corso della storia, non può più tornare al punto di partenza. La bomba è la frattura definitiva, fra il prima e il dopo, e nessun viaggio può ricomporli. Ulisse completa questo percorso. Se gli altri protagonisti di Nolan cercano un ritorno possibile o impossibile, l’eroe omerico è colui che ha trasformato il ritorno stesso in un mito fondativo. La vera domanda non è se lui riuscirà ad arrivare a Itaca: è se l’uomo che tornerà sarà lo stesso che era partito. È questa la condizione in cui Nolan trova Ulisse: non un eroe nel pieno della sua forza, ma un uomo già consumato dal viaggio e dalla propria superbia.
Matt Damon restituisce questa condizione rifuggendo ogni tentazione eroica: il suo Ulisse non è il corpo statuario del peplum né il semplice emblema dell’astuzia omerica, ma un uomo il cui volto sempre più scavato e la barba incolta raccontano il logoramento prima ancora che le parole lo spieghino. È una recitazione tutta in sottrazione, che affida allo sguardo — più che al gesto — il compito di mostrare quanto ogni tappa del percorso lo consumi. Nolan insiste soprattutto sull’altra faccia dell’eroe: la hybris, quella tracotanza che nell’universo greco porta inevitabilmente alla punizione. Il viaggio di Ulisse non appare allora come una semplice successione di prove, ma come il lento pagamento delle conseguenze delle proprie scelte: un ritorno che, prima ancora di essere conquistato, dev’essere meritato.
Accanto a Ulisse, Nolan costruisce il controcampo di Penelope, interpretata da Anne Hathaway, come l’immagine speculare del viaggio. La intravediamo dietro alla texture della stanza del telaio, nel ritmo di un lavoro ripetuto che trasforma lo spazio domestico in una prigione. Ma quella casa non è solo un luogo sospeso: è una casa assediata dai pretendenti, un regno privato del proprio sovrano e del proprio equilibrio, condannato a un’attesa perenne. Penelope non è soltanto colei che aspetta l’eroe ma il personaggio che ha dovuto preservare un’identità e un ordine minacciati dall’assenza. Quando, parlando con Telemaco, afferma: “Sono seduta da vent’anni su un trono che solo un uomo può occupare” il film porta in superficie la contraddizione del mito: Ulisse deve attraversare il mare per ritrovare Itaca, mentre Penelope deve restare in una casa che continua ad appartenere a qualcun altro.

Anne Hathaway nella parte di Penelope
È significativo che, nonostante un cast costruito attorno a volti riconoscibilissimi (Zendaya, Charlize Theron, Tom Holland), Nolan non trasformi mai la presenza delle star in un elemento di distrazione: tutti sono al servizio del mito, e non viceversa. Anche la scelta di girare interamente in IMAX va letta da questa prospettiva. Il cineasta lo inseguiva fin dall’adolescenza, quando rimase affascinato dalle proiezioni in grande formato e iniziò a immaginare un cinema capace di restituire allo spettatore una dimensione quasi fisica dell’immagine. Dopo averne sperimentato progressivamente le possibilità, da The Dark Knight (Il cavaliere oscuro, 2008) fino a Oppenheimer, The Odyssey rappresenta il punto d’arrivo di quella ricerca: il primo blockbuster realizzato interamente con cineprese IMAX, dialoghi compresi, grazie alle innovazioni tecniche sviluppate insieme al direttore della fotografia Hoyte van Hoytema.
Per Nolan non si tratta soltanto di un primato tecnologico, ma del tentativo di restituire al mito la dimensione originaria: quella del racconto pensato per essere tramandato collettivamente. È cinema come esperienza condivisa, un ritorno alla dimensione rituale dello spettacolo.
Pretendere che un adattamento coincida perfettamente con il proprio modello significa fraintendere il modo in cui le opere continuano a vivere. Nessuna traduzione restituisce parola per parola il testo da cui nasce; ogni traduttore interpreta, sceglie, rinuncia, aggiunge sfumature. Lo stesso accade con il teatro, con la pittura, con la musica: nessuno chiederebbe a una cover di coincidere perfettamente con il brano originale. Il cinema non fa eccezione. Un adattamento non ha il compito di illustrare il classico, ma di rimetterlo in gioco attraverso il proprio linguaggio. È questa, in fondo, la ragione per cui continua ad essere raccontata L’Odissea: ogni epoca ha bisogno della sua. Nolan ne propone una lettura personale, discutibile - può piacere o meno - come tutte le grandi reinterpretazioni, ma proprio per questo coerente alla natura più profonda del poema: quella di un racconto che sopravvive continuando a cambiare.
E forse è proprio qui che oggi un blockbuster può ancora trovare la sua funzione: con la sua forza industriale e la sua capacità di trasformarsi in un evento globale, riportare milioni di spettatori a interrogarsi su Omero. E questo è già moltissimo.

The Odyssey (Odissea, 2026)