

Cannes 79,
recensione di Omar Franini
RV-148
26.05.2026
Sulle note strumentali di Amazing Grace si apre Fjord: un’inquadratura fissa mostra una nave mentre si appresta a raggiungere le sponde di un paesino norvegese. L’impressione iniziale è quella di assistere alla costruzione di un arrivo idilliaco; le note armoniose del brano religioso, i paesaggi innevati e la rigidità quasi pittorica dell’inquadratura trasmettono una sensazione di quiete e ordine. Almeno fino alla scena successiva. Una madre abbraccia e conforta i due figli spaventati, prima di dire alla ragazza di andare ad abbracciare il padre. “Abbiamo bisogno di ammettere quando sbagliamo”: è questa l’agghiacciante frase pronunciata dall’uomo prima dell’abbraccio della figlia. Fin dai primi minuti, Cristian Mungiu incrina l’apparente serenità dell’immagine, insinuando il dubbio attraverso una messa in scena trattenuta e profondamente inquieta.
Fjord, vincitore della Palma d’Oro, vede Mungiu abbandonare le terre della Romania per approdare in un territorio mai esplorato, senza però snaturare i tratti tipici del suo cinema. L’arrivo appena citato è quello della famiglia Gheorghiu, formata dal capofamiglia Mihai (Sebastian Stan), la moglie Lisbet (Renate Reinsve) e i loro cinque figli, tra cui gli adolescenti Elia (Vanessa Ceban) ed Emmanuel (Jonathan Ciprian Breazu), trasferitisi dalla Romania alla Norvegia in cerca di un nuovo inizio. Tutto sembra procedere per il meglio: Mihai trova impiego in un ufficio locale nonostante sia sovraqualificato per la posizione, essendo un ingegnere aeronautico, mentre Lisbet lavora come infermiera in una struttura di cure palliative. Anche i due figli maggiori si integrano rapidamente, stringendo amicizia con la vicina Noora (Henrikke Lund-Olsen).
Il regista cattura questa apparente normalità attraverso immagini fredde e controllate, dove gli ambienti norvegesi, scuole, uffici, abitazioni, appaiono inizialmente ordinati e accoglienti, salvo poi trasformarsi progressivamente in spazi asettici e opprimenti. La macchina da presa osserva i personaggi a distanza, evitando qualsiasi calore melodrammatico e lasciando emergere una tensione sotterranea già prima dell’esplosione del conflitto.
L’equilibrio si spezza quando alcuni insegnanti notano dei segni sul collo di Elia. Quella che sembrava la costruzione di una nuova vita crolla improvvisamente, i genitori vengono accusati di abuso sui minori e, dopo un breve colloquio con i figli adolescenti, gli assistenti sociali portano via tutti e cinque i bambini. Mihai ammette di ricorrere talvolta alle sculacciate come forma di punizione, ma è davvero sufficiente questo per definire violento un genitore? Oppure si tratta di una pratica educativa che, pur discutibile, non giustifica un intervento tanto drastico? È attorno a queste domande che Fjord costruisce inizialmente il proprio conflitto morale.
La denuncia contro i Gheorghiu, tuttavia, smette presto di essere soltanto un processo per abusi su minori e si trasforma progressivamente in un’accusa rivolta al loro stesso modello educativo. Essendo ferventi cristiani, i genitori impartiscono ai figli una rigida disciplina legata alla religione; Internet è proibito, così come diventano centrali le letture della Bibbia e una visione profondamente conservatrice della morale. I valori della famiglia vengono rapidamente messi sotto esame dagli assistenti sociali, soprattutto dopo che uno dei figli definisce peccaminosa l’omosessualità di una compagna di classe.
La tolleranza e il progressismo della Norvegia finiscono così per essere messi in discussione tanto quanto l’estremismo religioso del nucleo familiare. Mungiu costruisce questo scontro ideologico attraverso una regia rigidissima, fatta di lunghe inquadrature statiche e dialoghi soffocanti che trasformano scuole, uffici e tribunali in luoghi di costante pressione morale. Anche gli spazi più aperti e ordinati del paesaggio nordico vengono progressivamente svuotati di qualsiasi conforto umano, riflettendo il crescente isolamento dei protagonisti.
Mungiu, abilmente, non prende mai una posizione netta. La sua è un’analisi distante e profondamente cinica, che continua a interrogarsi su dove possa essere tracciato il limite tra libertà educativa e abuso, e fino a che punto le istituzioni abbiano il diritto di intervenire all’interno di una famiglia. È qui che Fjord diventa una visione inquieta, costringendo lo spettatore a muoversi in una costante zona d’incertezza morale. Le convinzioni religiose dei Gheorghiu, soprattutto quelle legate all’omosessualità, risultano problematiche e respingenti, ma quanto dovrebbero davvero influenzare il giudizio sulle accuse di violenza?
Nella sua seconda parte l'opera assume sempre più i contorni di un courtroom drama, con gli avvocati che insinuano dubbi e accuse sempre più invasive sulle credenze religiose degli accusati. La situazione degenera ulteriormente quando Mihai si avvicina a un gruppo rumeno schierato in difesa dei valori della “famiglia tradizionale”. Il film non nasconde nemmeno la velata xenofobia che circonda i Gheorghiu: dalle battute iniziali rivolte ai figli, “qui non c’è Dracula”, fino agli interrogatori in cui le parole di Mihai vengono fraintese e reinterpretate a causa delle difficoltà linguistiche.
Eppure il sospetto verso Mihai rimane costante. La scena iniziale continua a sedimentare il dubbio nello spettatore, mentre la stessa messa in scena di Mungiu alimenta progressivamente la tensione. Il regista evita quasi sempre il primo piano liberatorio, preferendo mantenere i personaggi intrappolati all’interno di composizioni statiche e rigorose, dove pause, silenzi ed esitazioni finiscono per diventare più eloquenti delle parole stesse.
A differenza del precedente R.M.N. (2022), che privilegiava un linguaggio maggiormente simbolico e costruzioni coreografiche più elaborate, Fjord rivela una natura più discorsiva e radicalmente ancorata al dialogo. È forse il film più apertamente verbale dell'autore, interessato meno alla metafora e più al confronto diretto tra idee, morali e visioni del mondo. Una scelta che non rappresenta affatto un limite, ma che anzi rende ancora più soffocante la tensione accumulata durante la visione.
La messa in scena distante di Mungiu non cerca mai l’esplosione melodrammatica, ma costruisce lentamente un senso di disagio costante. I lunghi dialoghi, i silenzi e le inquadrature statiche trasformano ogni confronto in un vero e proprio processo morale, dove nessuno sembra realmente innocente o totalmente colpevole. Anche quando Fjord assume pienamente i contorni del dramma processuale, il regista evita qualsiasi catarsi, lasciando che siano gli sguardi e le esitazioni dei personaggi a trasmettere il peso del conflitto.
Fjord non cerca mai una risposta definitiva, ma costringe continuamente lo spettatore a mettere in discussione il rapporto tra educazione, fede e violenza. Ed è proprio in questa incapacità di offrire soluzioni rassicuranti che Cristian Mungiu continua a dimostrarsi uno dei cineasti europei più lucidi nel raccontare le fratture morali del presente.

Cannes 79,
recensione di Omar Franini
RV-148
26.05.2026
Sulle note strumentali di Amazing Grace si apre Fjord: un’inquadratura fissa mostra una nave mentre si appresta a raggiungere le sponde di un paesino norvegese. L’impressione iniziale è quella di assistere alla costruzione di un arrivo idilliaco; le note armoniose del brano religioso, i paesaggi innevati e la rigidità quasi pittorica dell’inquadratura trasmettono una sensazione di quiete e ordine. Almeno fino alla scena successiva. Una madre abbraccia e conforta i due figli spaventati, prima di dire alla ragazza di andare ad abbracciare il padre. “Abbiamo bisogno di ammettere quando sbagliamo”: è questa l’agghiacciante frase pronunciata dall’uomo prima dell’abbraccio della figlia. Fin dai primi minuti, Cristian Mungiu incrina l’apparente serenità dell’immagine, insinuando il dubbio attraverso una messa in scena trattenuta e profondamente inquieta.
Fjord, vincitore della Palma d’Oro, vede Mungiu abbandonare le terre della Romania per approdare in un territorio mai esplorato, senza però snaturare i tratti tipici del suo cinema. L’arrivo appena citato è quello della famiglia Gheorghiu, formata dal capofamiglia Mihai (Sebastian Stan), la moglie Lisbet (Renate Reinsve) e i loro cinque figli, tra cui gli adolescenti Elia (Vanessa Ceban) ed Emmanuel (Jonathan Ciprian Breazu), trasferitisi dalla Romania alla Norvegia in cerca di un nuovo inizio. Tutto sembra procedere per il meglio: Mihai trova impiego in un ufficio locale nonostante sia sovraqualificato per la posizione, essendo un ingegnere aeronautico, mentre Lisbet lavora come infermiera in una struttura di cure palliative. Anche i due figli maggiori si integrano rapidamente, stringendo amicizia con la vicina Noora (Henrikke Lund-Olsen).
Il regista cattura questa apparente normalità attraverso immagini fredde e controllate, dove gli ambienti norvegesi, scuole, uffici, abitazioni, appaiono inizialmente ordinati e accoglienti, salvo poi trasformarsi progressivamente in spazi asettici e opprimenti. La macchina da presa osserva i personaggi a distanza, evitando qualsiasi calore melodrammatico e lasciando emergere una tensione sotterranea già prima dell’esplosione del conflitto.
L’equilibrio si spezza quando alcuni insegnanti notano dei segni sul collo di Elia. Quella che sembrava la costruzione di una nuova vita crolla improvvisamente, i genitori vengono accusati di abuso sui minori e, dopo un breve colloquio con i figli adolescenti, gli assistenti sociali portano via tutti e cinque i bambini. Mihai ammette di ricorrere talvolta alle sculacciate come forma di punizione, ma è davvero sufficiente questo per definire violento un genitore? Oppure si tratta di una pratica educativa che, pur discutibile, non giustifica un intervento tanto drastico? È attorno a queste domande che Fjord costruisce inizialmente il proprio conflitto morale.
La denuncia contro i Gheorghiu, tuttavia, smette presto di essere soltanto un processo per abusi su minori e si trasforma progressivamente in un’accusa rivolta al loro stesso modello educativo. Essendo ferventi cristiani, i genitori impartiscono ai figli una rigida disciplina legata alla religione; Internet è proibito, così come diventano centrali le letture della Bibbia e una visione profondamente conservatrice della morale. I valori della famiglia vengono rapidamente messi sotto esame dagli assistenti sociali, soprattutto dopo che uno dei figli definisce peccaminosa l’omosessualità di una compagna di classe.
La tolleranza e il progressismo della Norvegia finiscono così per essere messi in discussione tanto quanto l’estremismo religioso del nucleo familiare. Mungiu costruisce questo scontro ideologico attraverso una regia rigidissima, fatta di lunghe inquadrature statiche e dialoghi soffocanti che trasformano scuole, uffici e tribunali in luoghi di costante pressione morale. Anche gli spazi più aperti e ordinati del paesaggio nordico vengono progressivamente svuotati di qualsiasi conforto umano, riflettendo il crescente isolamento dei protagonisti.
Mungiu, abilmente, non prende mai una posizione netta. La sua è un’analisi distante e profondamente cinica, che continua a interrogarsi su dove possa essere tracciato il limite tra libertà educativa e abuso, e fino a che punto le istituzioni abbiano il diritto di intervenire all’interno di una famiglia. È qui che Fjord diventa una visione inquieta, costringendo lo spettatore a muoversi in una costante zona d’incertezza morale. Le convinzioni religiose dei Gheorghiu, soprattutto quelle legate all’omosessualità, risultano problematiche e respingenti, ma quanto dovrebbero davvero influenzare il giudizio sulle accuse di violenza?
Nella sua seconda parte l'opera assume sempre più i contorni di un courtroom drama, con gli avvocati che insinuano dubbi e accuse sempre più invasive sulle credenze religiose degli accusati. La situazione degenera ulteriormente quando Mihai si avvicina a un gruppo rumeno schierato in difesa dei valori della “famiglia tradizionale”. Il film non nasconde nemmeno la velata xenofobia che circonda i Gheorghiu: dalle battute iniziali rivolte ai figli, “qui non c’è Dracula”, fino agli interrogatori in cui le parole di Mihai vengono fraintese e reinterpretate a causa delle difficoltà linguistiche.
Eppure il sospetto verso Mihai rimane costante. La scena iniziale continua a sedimentare il dubbio nello spettatore, mentre la stessa messa in scena di Mungiu alimenta progressivamente la tensione. Il regista evita quasi sempre il primo piano liberatorio, preferendo mantenere i personaggi intrappolati all’interno di composizioni statiche e rigorose, dove pause, silenzi ed esitazioni finiscono per diventare più eloquenti delle parole stesse.
A differenza del precedente R.M.N. (2022), che privilegiava un linguaggio maggiormente simbolico e costruzioni coreografiche più elaborate, Fjord rivela una natura più discorsiva e radicalmente ancorata al dialogo. È forse il film più apertamente verbale dell'autore, interessato meno alla metafora e più al confronto diretto tra idee, morali e visioni del mondo. Una scelta che non rappresenta affatto un limite, ma che anzi rende ancora più soffocante la tensione accumulata durante la visione.
La messa in scena distante di Mungiu non cerca mai l’esplosione melodrammatica, ma costruisce lentamente un senso di disagio costante. I lunghi dialoghi, i silenzi e le inquadrature statiche trasformano ogni confronto in un vero e proprio processo morale, dove nessuno sembra realmente innocente o totalmente colpevole. Anche quando Fjord assume pienamente i contorni del dramma processuale, il regista evita qualsiasi catarsi, lasciando che siano gli sguardi e le esitazioni dei personaggi a trasmettere il peso del conflitto.
Fjord non cerca mai una risposta definitiva, ma costringe continuamente lo spettatore a mettere in discussione il rapporto tra educazione, fede e violenza. Ed è proprio in questa incapacità di offrire soluzioni rassicuranti che Cristian Mungiu continua a dimostrarsi uno dei cineasti europei più lucidi nel raccontare le fratture morali del presente.