

Un perturbante thriller walseriano,
recensione di Ludovico Cantisani
RV-137
06.03.2026
Jan Komasa è uno dei più importanti registi del cinema polacco contemporaneo. Ha esordito al lungometraggio nel 2011 con Sala samobójców (La stanza dei suicidi), presentato a Berlino, poi, dopo il film di guerra Miasto 44 (Warsaw 44) del 2014, ha avuto la sua consacrazione internazionale con Boże Ciało (Corpus Christi) del 2019, candidato al premio Oscar come Miglior film straniero e a quattro European Film Awards. Dopo The Hater (2020), nel 2025 Komasa ha presentato ben due film: Good Boy, proiettato al Festival di Toronto e alla Festa del Cinema di Roma, e Adniversary, un film su commissione di produzione americana. Good Boy, che ha segnato il debutto di Komasa nel girare un film in lingua inglese, è approdato nelle sale italiane, distribuito da The Film Club di Minerva Pictures. Interpretato da Stephen Graham, Andrea Riseborough, Anson Boon e Kit Rakusen, il film racconta la storia di una coppia sposata con un luttuoso segreto che rapisce un criminale diciannovenne e prova diversi metodi per "riabilitarlo".
Good Boy non nasce da una storia originale del regista, ma da una sceneggiatura firmata da Bartek Bartosik e Naqqash Khalid che è stata proposta alcuni anni fa a Komasa dal grande regista, e connazionale, Jerzy Skolimowski, attivo sin dagli anni sessanta e recentemente candidato agli Oscar con EO (2022) - qui in veste di produttore assieme al leggendario Jeremy Thomas. Con un'ambientazione traslata dalla Polonia (originariamente prevista) all'entroterra inglese, Good Boy è un film con una regia sconvolgentemente moderna e un'estetica che spazia dalla dimensione del videoclip nel segmento iniziale fino ai toni claustrofobici, da thriller-horror domestico, della lunga parte centrale. Il carattere favolistico e a tratti grottesco della storia narrata ha portato, sin dalle prime recensioni da Toronto, ad accostamenti con il cinema di Yorgos Lanthimos (in particolare con il suo primo periodo greco) e Michael Haneke, e con le opere dello scrittore svizzero Robert Walser - in particolare con il suo Jakob von Gunten, un'altra storia di coercizione ed educazione dai toni misterici e inquietanti.
I personaggi di Good Boy si muovono come figure abitate da tensioni e inquietudini legate strettamente al contemporaneo, sospese fra desiderio di redenzione e pulsioni di controllo. Come già in Corpus Christi anche in Good Boy Jan Komasa dimostra nuovamente una padronanza del ritmo e dello spazio filmico capace di trasformare l’intimità domestica in un campo di battaglia emotivo, dove i rimpianti, i rimossi e i lutti dei genitori vengono sublimati in una pretesa educativa aberrantemente compiaciuta.
Sul piano interpretativo, il film si regge su prove attoriali strordinariamente intense. Stephen Graham, nella parte del pater familias, offre una performance trattenuta e febbrile, Andrea Riseborough nel ruolo della consorte risulta, in ogni momento, magnetica e perturbante - anche solo se si pensa che per la prima parte dell'opera l'interprete è praticamente muta. Accanto a loro, i meno conosciuti Anson Boon, vincitore alla Festa del Cinema di Roma del premio Vittorio Gassman come Migliore Attore, e Monika Frajczyk, che vestono rispettivamente i panni del ragazzo da "rieducare" e quella della domestica macedone costretta a trovare lavoro e rifugio nella villa dello schizzoide e inquietante nucleo familiare, contribuiscono alla costruzione di una coralità che amplifica la tensione narrativa.
Se fosse stata una mera storia di rapimento e di liberazione Good Boy sarebbe potuto risultare un semplice thriller d'autore: ma l'originalità del film, la sua forza inquietante e il suo potere perturbante derivano anche dell'accuratissima descrizione del legame che si viene a creare tra il ragazzo e i suoi due rapitori. Tra confronti generazionali - "questo è il problema della vostra generazione: tendete sempre a orbitare verso una forma di vittimismo" - e consigli/imposizioni di lettura - Ray Bradbury, Jane Austen, Aldous Huxley - il giovane protagonista a poco a poco si accorge del bisogno che ha di una guida, di un'autorità, di un'eterodirezione. Non mancano neanche elementi di critica sociale, riguardanti in particolare il personaggio di Monika Frajczyk e le sue vicissitudini tra uffici per i visti di immigrazione, centri d'impiego e figure criminali che riemergono dal suo passato.
Good Boy si impone quindi come un’opera originale, coraggiosa, a tratti radicale e sempre coerente, una prova della maturità artistica pienamente raggiunta da Komasa: un thriller morale che scava nelle ambiguità del desiderio di redenzione trasformandolo in dispositivo di dominio, e che sotto la superficie del racconto perturbante lascia affiorare una complessa riflessione sull’educazione, sulla colpa e sulla violenza inscritta nei rapporti affettivi. Come accadeva in Corpus Christi, anche qui Komasa interroga il bisogno umano di credere nella possibilità di una rinascita, ma ne mostra il rovescio oscuro, l’ombra di hybris che si annida dietro ogni gesto salvifico. Un film compatto, stilisticamente audace e intellettualmente inquieto, capace di coniugare tensione narrativa e densità simbolica attraverso un raro equilibrio.

Un perturbante thriller walseriano,
recensione di Ludovico Cantisani
RV-137
06.03.2026
Jan Komasa è uno dei più importanti registi del cinema polacco contemporaneo. Ha esordito al lungometraggio nel 2011 con Sala samobójców (La stanza dei suicidi), presentato a Berlino, poi, dopo il film di guerra Miasto 44 (Warsaw 44) del 2014, ha avuto la sua consacrazione internazionale con Boże Ciało (Corpus Christi) del 2019, candidato al premio Oscar come Miglior film straniero e a quattro European Film Awards. Dopo The Hater (2020), nel 2025 Komasa ha presentato ben due film: Good Boy, proiettato al Festival di Toronto e alla Festa del Cinema di Roma, e Adniversary, un film su commissione di produzione americana. Good Boy, che ha segnato il debutto di Komasa nel girare un film in lingua inglese, è approdato nelle sale italiane, distribuito da The Film Club di Minerva Pictures. Interpretato da Stephen Graham, Andrea Riseborough, Anson Boon e Kit Rakusen, il film racconta la storia di una coppia sposata con un luttuoso segreto che rapisce un criminale diciannovenne e prova diversi metodi per "riabilitarlo".
Good Boy non nasce da una storia originale del regista, ma da una sceneggiatura firmata da Bartek Bartosik e Naqqash Khalid che è stata proposta alcuni anni fa a Komasa dal grande regista, e connazionale, Jerzy Skolimowski, attivo sin dagli anni sessanta e recentemente candidato agli Oscar con EO (2022) - qui in veste di produttore assieme al leggendario Jeremy Thomas. Con un'ambientazione traslata dalla Polonia (originariamente prevista) all'entroterra inglese, Good Boy è un film con una regia sconvolgentemente moderna e un'estetica che spazia dalla dimensione del videoclip nel segmento iniziale fino ai toni claustrofobici, da thriller-horror domestico, della lunga parte centrale. Il carattere favolistico e a tratti grottesco della storia narrata ha portato, sin dalle prime recensioni da Toronto, ad accostamenti con il cinema di Yorgos Lanthimos (in particolare con il suo primo periodo greco) e Michael Haneke, e con le opere dello scrittore svizzero Robert Walser - in particolare con il suo Jakob von Gunten, un'altra storia di coercizione ed educazione dai toni misterici e inquietanti.
I personaggi di Good Boy si muovono come figure abitate da tensioni e inquietudini legate strettamente al contemporaneo, sospese fra desiderio di redenzione e pulsioni di controllo. Come già in Corpus Christi anche in Good Boy Jan Komasa dimostra nuovamente una padronanza del ritmo e dello spazio filmico capace di trasformare l’intimità domestica in un campo di battaglia emotivo, dove i rimpianti, i rimossi e i lutti dei genitori vengono sublimati in una pretesa educativa aberrantemente compiaciuta.
Sul piano interpretativo, il film si regge su prove attoriali strordinariamente intense. Stephen Graham, nella parte del pater familias, offre una performance trattenuta e febbrile, Andrea Riseborough nel ruolo della consorte risulta, in ogni momento, magnetica e perturbante - anche solo se si pensa che per la prima parte dell'opera l'interprete è praticamente muta. Accanto a loro, i meno conosciuti Anson Boon, vincitore alla Festa del Cinema di Roma del premio Vittorio Gassman come Migliore Attore, e Monika Frajczyk, che vestono rispettivamente i panni del ragazzo da "rieducare" e quella della domestica macedone costretta a trovare lavoro e rifugio nella villa dello schizzoide e inquietante nucleo familiare, contribuiscono alla costruzione di una coralità che amplifica la tensione narrativa.
Se fosse stata una mera storia di rapimento e di liberazione Good Boy sarebbe potuto risultare un semplice thriller d'autore: ma l'originalità del film, la sua forza inquietante e il suo potere perturbante derivano anche dell'accuratissima descrizione del legame che si viene a creare tra il ragazzo e i suoi due rapitori. Tra confronti generazionali - "questo è il problema della vostra generazione: tendete sempre a orbitare verso una forma di vittimismo" - e consigli/imposizioni di lettura - Ray Bradbury, Jane Austen, Aldous Huxley - il giovane protagonista a poco a poco si accorge del bisogno che ha di una guida, di un'autorità, di un'eterodirezione. Non mancano neanche elementi di critica sociale, riguardanti in particolare il personaggio di Monika Frajczyk e le sue vicissitudini tra uffici per i visti di immigrazione, centri d'impiego e figure criminali che riemergono dal suo passato.
Good Boy si impone quindi come un’opera originale, coraggiosa, a tratti radicale e sempre coerente, una prova della maturità artistica pienamente raggiunta da Komasa: un thriller morale che scava nelle ambiguità del desiderio di redenzione trasformandolo in dispositivo di dominio, e che sotto la superficie del racconto perturbante lascia affiorare una complessa riflessione sull’educazione, sulla colpa e sulla violenza inscritta nei rapporti affettivi. Come accadeva in Corpus Christi, anche qui Komasa interroga il bisogno umano di credere nella possibilità di una rinascita, ma ne mostra il rovescio oscuro, l’ombra di hybris che si annida dietro ogni gesto salvifico. Un film compatto, stilisticamente audace e intellettualmente inquieto, capace di coniugare tensione narrativa e densità simbolica attraverso un raro equilibrio.