

L'ombra sulla pietra,
recensione di Mattia Pescitelli
RV-129
05.02.2026
Confrontarsi con i grandi nomi del passato non è facile. Tutti ci provano e tutti, bene o male, falliscono. Perché, per quanto la tua visione possa essere storicamente ed emotivamente affine al protagonista del tuo immaginario, portare quella persona ad animarsi nuovamente sullo schermo sotto fattezze similmente differenti è sempre un palliativo, una farsa. Ma, d’altronde, questo è il cinema, e il teatro, e la letteratura. Fantasie e rimaneggiamenti del reale, versioni di fatti che cambiano a seconda dell’interlocutore a cui chiedi di esporli.
Shakespeare ha vissuto mille vite differenti, come anche le sue opere, e il suo nome si è fatto sempre più ingombrante, sempre più un macigno per tutti coloro che osavano sfidare le parole e il mondo che gravitavano attorno al Bardo. Tutte storie con un loro carattere e una loro identità velata sotto le perlopiù caricaturali fattezze del drammaturgo.
Ma perché, dopo tutto questo tempo, sentiamo ancora il bisogno di confrontarci con questi nomi, con queste vicende che non ci appartengono, anche se crediamo di aver trovato la chiave di volta per assimilarle e condividerle con il resto del mondo? Sono racconti che o ci fagocitano o diventano altro; narrazioni di vite parallele che vivono solo grazie alla nostra capacità di dare del tono a eventi mondani, di dare spessore drammaturgico a frammenti di vita non troppo dissimili dalla nostra.
Il personaggio storico si fa personaggio e basta, non uno specchio sul passato, bensì uno sul presente, che dice molto più di quello che siamo che non di quanto siamo stati. Queste narrazioni necessitano di un cambio di paradigma. Non più l’autore al servizio del personaggio, ma il personaggio al servizio dell’autore.
Nessuno vuole imparare la Storia del mondo da un film. Quello che ci basta è una buona storia con la s minuscola, una che ci scruti nell’intimo e tiri fuori il fango dai pertugi più reconditi della nostra essenza. Chi riesce a fare ciò, solitamente, si ritrova tra le mani un’opera che esiste in quanto documento storico a se stante, senza tentare di imitarne goffamente uno. Questo è il segreto dei migliori film autobiografici, quelli che parlano di persone e non di nomi, che mettono davanti le difficoltà alle vittorie, la sfida interiore a quella esteriore, pur romanzando, pur allontanandosi vertiginosamente dai territori del conoscibile, giocando all’indovino e alla sensitiva, entrando nella testa degli altri e scrivendo bugie plausibili, utili incanti per ammaliare il pubblico sospeso nel giudizio e nell’incredulità, pronto a dare per vera l’ombra proiettata sulla pietra.
Questo Maggie O'Farrell lo sa bene (o, almeno, dà l’idea di saperlo molto bene). Nel suo Hamnet lei rinuncia alla figura storica, la priva di ogni forza e l’addomestica al suo racconto. Quella narrata nel romanzo prima e nel film ora non è la storia di Shakespeare, non è la storia della creazione dell’Amleto, non è la vita privata di uno dei più grandi autori mai esistiti. Quello a cui la O’Farrell ci mette dinanzi è l’evoluzione di un affetto, la condivisione di una vita, l’incontro tra esistenze.
I protagonisti di questa storia sono Agnes e William (interpretati da Jessie Buckley e Paul Mescal, due giganti della recitazione del Vecchio Continente all’apice della loro propulsione espressiva), menti affini, perse a loro modo in una realtà distante da quella che si trovano a condividere sul piano terreno. Il film ci presenta questi personaggi come gli stadi dell’amore e della vita stessa. Dapprima infantili e impacciati, iniziano a sentire il peso dell’esistenza e del micromondo che li circonda tirarli sempre più nella direzione opposta, le delusioni, gli addii, le lunghe attese e la perdita, compagna immancabile di qualsiasi esistenza.
La storia si dipana con inaspettata delicatezza, rendendo ogni battito del racconto ancora più sentito e sofferto (merito anche di un cast estremamente in parte, su tutti il talento fuori scala di Jacobi Jupe, giovanissimo Hamnet in grado di rubare la scena agli interpreti più navigati). Sembra che qualcosa ti venga privato lungo il percorso e restituito solo alla fine della visione, come un pegno per la propria privilegiata posizione di astante dall’altra parte dello schermo.
Anche se bene o male si conosce l’andamento delle vicende, non si è in alcun modo preparati alla potenza con cui questo frammento di vita viene messo in scena, al ritmo con cui scava nella ferita, al peso dato a ogni parola, a ogni azione, a ogni sequenza. Nulla è lasciato al caso. Ogni istante di Hamnet è necessario per il suo svolgimento, cosa che attesta l’attenzione scrupolosa prestata al momento della stesura del testo. E Chloé Zhao (che è anche la co-sceneggiatrice) si limita a far sfociare quanto scritto in quanto visto, svolgendo un lavoro superbo di traduzione di parole in immagini. Parte del merito va, però, alla chiaroscurale fotografia di Łukasz Żal, che dona ogni interno di un contrasto primordiale tra il lattiginoso bianco delle pareti e l’ottenebrante nero delle travi, giustapposizione imprescindibile di una vita ben vissuta.
Proprio di scenografia, costumi e trucco vive quest’opera, la quale, senza di essi, sarebbe due volte meno incisiva. Dall’abito di Agnes al farsetto di Will, ogni indumento racconta già tutto al primo contatto con i personaggi, come anche quella ferita aperta sulla fronte dell’aspirante drammaturgo, in grado di riassumere tutta l’irruenta natura di un uomo che non riesce a comunicare se non attraverso il racconto e, per questo, costretto a soffrire in silenzio, chiuso nel suo castello di carta straccia e inchiostro secco.
Non esistono abbastanza parole per veicolare ciò che ho provato personalmente in quella sala buia, gremita di giornalisti e non, dove la tensione era palpabile, come lo erano i singhiozzi repressi e il calore delle lacrime sulle guance. Raramente si incontrano film così potenti, così rifiniti, così perfettamente coerenti con loro stessi, alla ricerca di qualcosa che vada oltre il mero documento e che dialoghi apertamente con le fragilità umane e le sue convinzioni; che utilizzi la storia di uno per raccontare quella di molti, anche se la nostra vita non è andata così. Anche se non andrà mai così. La tragicità umana che si tramuta in commedia perché si riesce a vedere oltre il dramma della vita.
E allora non resta far altro che ridere con le lacrime agli occhi. Ridere, ridere, perché manifestatasi alla corte della ragion propria la consapevolezza che in questo breve veleggiare verso meta ignota non si è mai realmente soli.

L'ombra sulla pietra,
recensione di Mattia Pescitelli
RV-129
05.02.2026
Confrontarsi con i grandi nomi del passato non è facile. Tutti ci provano e tutti, bene o male, falliscono. Perché, per quanto la tua visione possa essere storicamente ed emotivamente affine al protagonista del tuo immaginario, portare quella persona ad animarsi nuovamente sullo schermo sotto fattezze similmente differenti è sempre un palliativo, una farsa. Ma, d’altronde, questo è il cinema, e il teatro, e la letteratura. Fantasie e rimaneggiamenti del reale, versioni di fatti che cambiano a seconda dell’interlocutore a cui chiedi di esporli.
Shakespeare ha vissuto mille vite differenti, come anche le sue opere, e il suo nome si è fatto sempre più ingombrante, sempre più un macigno per tutti coloro che osavano sfidare le parole e il mondo che gravitavano attorno al Bardo. Tutte storie con un loro carattere e una loro identità velata sotto le perlopiù caricaturali fattezze del drammaturgo.
Ma perché, dopo tutto questo tempo, sentiamo ancora il bisogno di confrontarci con questi nomi, con queste vicende che non ci appartengono, anche se crediamo di aver trovato la chiave di volta per assimilarle e condividerle con il resto del mondo? Sono racconti che o ci fagocitano o diventano altro; narrazioni di vite parallele che vivono solo grazie alla nostra capacità di dare del tono a eventi mondani, di dare spessore drammaturgico a frammenti di vita non troppo dissimili dalla nostra.
Il personaggio storico si fa personaggio e basta, non uno specchio sul passato, bensì uno sul presente, che dice molto più di quello che siamo che non di quanto siamo stati. Queste narrazioni necessitano di un cambio di paradigma. Non più l’autore al servizio del personaggio, ma il personaggio al servizio dell’autore.
Nessuno vuole imparare la Storia del mondo da un film. Quello che ci basta è una buona storia con la s minuscola, una che ci scruti nell’intimo e tiri fuori il fango dai pertugi più reconditi della nostra essenza. Chi riesce a fare ciò, solitamente, si ritrova tra le mani un’opera che esiste in quanto documento storico a se stante, senza tentare di imitarne goffamente uno. Questo è il segreto dei migliori film autobiografici, quelli che parlano di persone e non di nomi, che mettono davanti le difficoltà alle vittorie, la sfida interiore a quella esteriore, pur romanzando, pur allontanandosi vertiginosamente dai territori del conoscibile, giocando all’indovino e alla sensitiva, entrando nella testa degli altri e scrivendo bugie plausibili, utili incanti per ammaliare il pubblico sospeso nel giudizio e nell’incredulità, pronto a dare per vera l’ombra proiettata sulla pietra.
Questo Maggie O'Farrell lo sa bene (o, almeno, dà l’idea di saperlo molto bene). Nel suo Hamnet lei rinuncia alla figura storica, la priva di ogni forza e l’addomestica al suo racconto. Quella narrata nel romanzo prima e nel film ora non è la storia di Shakespeare, non è la storia della creazione dell’Amleto, non è la vita privata di uno dei più grandi autori mai esistiti. Quello a cui la O’Farrell ci mette dinanzi è l’evoluzione di un affetto, la condivisione di una vita, l’incontro tra esistenze.
I protagonisti di questa storia sono Agnes e William (interpretati da Jessie Buckley e Paul Mescal, due giganti della recitazione del Vecchio Continente all’apice della loro propulsione espressiva), menti affini, perse a loro modo in una realtà distante da quella che si trovano a condividere sul piano terreno. Il film ci presenta questi personaggi come gli stadi dell’amore e della vita stessa. Dapprima infantili e impacciati, iniziano a sentire il peso dell’esistenza e del micromondo che li circonda tirarli sempre più nella direzione opposta, le delusioni, gli addii, le lunghe attese e la perdita, compagna immancabile di qualsiasi esistenza.
La storia si dipana con inaspettata delicatezza, rendendo ogni battito del racconto ancora più sentito e sofferto (merito anche di un cast estremamente in parte, su tutti il talento fuori scala di Jacobi Jupe, giovanissimo Hamnet in grado di rubare la scena agli interpreti più navigati). Sembra che qualcosa ti venga privato lungo il percorso e restituito solo alla fine della visione, come un pegno per la propria privilegiata posizione di astante dall’altra parte dello schermo.
Anche se bene o male si conosce l’andamento delle vicende, non si è in alcun modo preparati alla potenza con cui questo frammento di vita viene messo in scena, al ritmo con cui scava nella ferita, al peso dato a ogni parola, a ogni azione, a ogni sequenza. Nulla è lasciato al caso. Ogni istante di Hamnet è necessario per il suo svolgimento, cosa che attesta l’attenzione scrupolosa prestata al momento della stesura del testo. E Chloé Zhao (che è anche la co-sceneggiatrice) si limita a far sfociare quanto scritto in quanto visto, svolgendo un lavoro superbo di traduzione di parole in immagini. Parte del merito va, però, alla chiaroscurale fotografia di Łukasz Żal, che dona ogni interno di un contrasto primordiale tra il lattiginoso bianco delle pareti e l’ottenebrante nero delle travi, giustapposizione imprescindibile di una vita ben vissuta.
Proprio di scenografia, costumi e trucco vive quest’opera, la quale, senza di essi, sarebbe due volte meno incisiva. Dall’abito di Agnes al farsetto di Will, ogni indumento racconta già tutto al primo contatto con i personaggi, come anche quella ferita aperta sulla fronte dell’aspirante drammaturgo, in grado di riassumere tutta l’irruenta natura di un uomo che non riesce a comunicare se non attraverso il racconto e, per questo, costretto a soffrire in silenzio, chiuso nel suo castello di carta straccia e inchiostro secco.
Non esistono abbastanza parole per veicolare ciò che ho provato personalmente in quella sala buia, gremita di giornalisti e non, dove la tensione era palpabile, come lo erano i singhiozzi repressi e il calore delle lacrime sulle guance. Raramente si incontrano film così potenti, così rifiniti, così perfettamente coerenti con loro stessi, alla ricerca di qualcosa che vada oltre il mero documento e che dialoghi apertamente con le fragilità umane e le sue convinzioni; che utilizzi la storia di uno per raccontare quella di molti, anche se la nostra vita non è andata così. Anche se non andrà mai così. La tragicità umana che si tramuta in commedia perché si riesce a vedere oltre il dramma della vita.
E allora non resta far altro che ridere con le lacrime agli occhi. Ridere, ridere, perché manifestatasi alla corte della ragion propria la consapevolezza che in questo breve veleggiare verso meta ignota non si è mai realmente soli.