

Amore a due ruote (e una frusta)
recensione di Pavel Belli Micati
RV-130
12.02.2026
Non è facile riconoscere i propri desideri. È ancor più difficile, una volta individuati, trovare il coraggio di ammetterli. E dare loro voce? Impossibile. Pillion, debutto nel lungometraggio di Harry Lighton (inglese, classe ’92) e adattamento del romanzo Box Hill di Adam Mars-Jones, irrompe a tutta velocità in questa area oscura, un dominio inesplorato tra coscienza e subconscio. Giocando con usi e costumi legati ai tropi della dominazione e subordinazione, esplora i termini entro cui il contratto sessuale prende forma e, allo stesso tempo, sfida i limiti della rom com e del coming of age tradizionali, condensandoli in una storia d’amore e sottomissione queer insolita e originale.
Colin è un ragazzo impacciato e timido dei sobborghi londinesi, lavora come vigilino e canta in un Barbershop Quartet insieme al padre e al fratello. La sua esistenza ordinaria viene scossa una notte d’inverno dall’arrivo di Ray, un tenebroso e affascinante motociclista che pare condensare su di sé tutto quell’immaginario mascolino disegnato dalla mano di Tom of Finland. Ray è per antonomasia, l’esatto contrario di Colin: bello, alto, sicuro di sé. Ray è un centauro; Colin, il suo passeggero. E non solo metaforicamente: “pillion” è il termine che indica il sedile posteriore della moto, quello destinato a chi sta accanto - o meglio, dietro - al conducente. È lì che Colin si colloca fin da subito, in una posizione subalterna, tra l’abbandono al e il desiderio inconsapevole.
Il film si apre con una corsa in moto sulle note di Chariot, un jingle anni Sessanta conosciuto in Italia come Sul mio carro: il tono sognante che accompagna l’ouverture segnala già che ciò che stiamo per vedere appartiene all’ordine della fantasia - dove ogni bisogno è appagato e il desiderio illimitato. Il gioco di ruolo non viene mai esplicitato nei suoi termini contrattuali, ma dal momento in cui Colin e Ray suggellano il loro secondo incontro, al buio di un vicolo appartato, le condizioni le abbiamo già lette. «Cosa farò insieme a te?», il sexy rider con le bretelle in pelle domanda al giovane inesperto, che incerto risponde «Quello che vuoi!». In questo scambio sia il protagonista sia lo spettatore apprendono i preliminari di un’esperienza che si annuncia senza confini…
… Per i non addetti ai lavori, “dom” e “sub” non sono esclusivamente ruoli erotici esplorati in camera da letto, ma indicano una serie di dinamiche relazionali codificate, esplorate in primis nel mondo gay e da tempo regolate dalla cultura queer, collaudate in quella più specialistica dei leather bar e delle sottoculture BDSM. Trattasi non solo di posizioni sessuali, ma di veri e propri codici attraverso cui il potere viene erotizzato, negoziato e sublimato. Lighton, che oltre alla regia firma anche la sceneggiatura, è consapevole della polisemia di questi concetti e costruisce una moderna educazione sentimental-sessuale che non si limita a fantasticare sull’ideale d’amore, ma interroga le dinamiche interne, complesse e mutevoli, che da sempre lo regolano.
Lubrificanti e lucchetti, to-do list e sessioni di wrestling, colazioni proteiche, orge kinky e banchetti fetish: l’accordo stipulato dalle due parti prende le generalità di un’estetica culturale ben precisa. È qui che l’adattamento si misura col romanzo di Mars-Jones. Box Hill - dal nome di un luogo nella campagna del Surrey, punto di ritrovo tra motociclisti - descrive un’educazione sentimentale a dir poco singolare nell’Inghilterra anni Settanta, quando l’omosessualità non è ancora completamente sdoganata, mentre gli effluvi libidici del post-‘68 si condensano in un feticismo per l’automazione, l’attrazione per i motori e l’erotismo dell’efficienza tecnologica. Il narratore ricorda una gioventù di goffaggine e insicurezza, in cui i suoi desideri non ancora articolati trovano in Ray, la parodia del maschio alpha nell’immaginario omosessuale, una forma, pressoché compiuta, di sublimazione.
«Il motore ruggì, prendendo vita con una voce profonda. Se qualcuno avesse saputo avviare una moto con la stessa naturalezza di Ray, l’accensione elettrica non avrebbe mai preso piede». Ciò che Box Hill perde nell’export dalla cornice storica, Pillion lo recupera in una regia che rende la storia accessibile senza tradirne l’originalità. Laddove il romanzo declina il desiderio, il film lo affida allo sguardo: gli occhi languidi di Melling, restii a sostenere il confronto con il suo padrone, assurgono a pozzo che occulta ciò che viene confessato e non può essere detto. Lo scontro con l’impenetrabilità adamantina di Skarsgård poi, restituisce quello scarto che Mars-Jones descrive con ironia spietata e consapevole. Ray è un modello da catalogo tirato a lucido, Colin una vetrina che nessuno guarda. Pillion non solo rinnova una fantasia di un’estetica specifica: esplora le possibilità romantiche di tale riduzione.
«Lui è il tuo ragazzo?» chiede incredula una collega a Colin, quando lui le mostra una foto di Ray: «Non è il mio ragazzo. Abbiamo un accordo», precisa mentre tenta di dissimulare il suo orgoglio, sulle onde elettrizzanti di Bad Feeling dei Cobra Man. Ma «come hai fatto a trovare un uomo così?» lei chiede per un’amica, e certamente, anche per il pubblico: «Ho una propensione per la devozione». Mollare la presa, lasciarsi dominare, cedere ogni resistenza: Pillion gioca sull’ironia prodotta dalla frizione continua tra l’attrazione verso e l’imbarazzo per il desiderio particolare. Una commedia di costume, anzi di ruolo, che indaga cosa significhi agire - o subire - in una determinata posizione. L’oggetto e i suoi correlativi non sono né vogliono essere superati. Anzi, sono rivendicati nella loro condizione subalterna ed esaminati nelle loro possibili implicazioni sentimentali.
Lighton si rifiuta però di individuare un carnefice e una vittima. Il dominio non è una perversione né una deviazione, bensì l’unica grammatica affettiva attraverso cui Colin impara a interrogare il suo desiderio. Il patto che lentamente si consolida - più mediante i non detti che per mezzo delle parole - produce nello spettatore la stessa confusione che tocca prima il protagonista e poi il suo doppio. La dinamica sub/dom non è una destinazione, ma un viaggio verso una meta indefinita, ambivalente. Perché non si può restare per sempre sul sedile del passeggero. Prima o poi, come suggerisce simbolicamente l’ingresso nel terzo atto, è necessario rivedere i termini - se non del contratto, almeno tra i due contraenti.
Pillion parte dalla cultura leather dei pub di provincia, passa per le estetiche glam-rock dell’eccesso e della performance, e svetta fin dentro gli ambienti naturisti delle gang di motociclisti, restituendo finalmente uno spazio cinematografico a figure care alla letteratura queer anglosassone del tardo Novecento. Harry Lighton firma un debutto sorprendentemente misurato e maturo: una brillante e ironica joy ride che interroga lo spettatore non tanto su ciò che desidera, quanto sulla sua disponibilità ad ammetterlo. Perché, in fondo, cosa c’è di più sexy dell’oggetto desiderato? La capacità, forse, da parte del suo soggetto, di riconoscerlo, di enunciarlo e, semmai, di dominarlo.
In uscita oggi, nelle sale italiane, come visione perfetta per questo San Valentino.

Amore a due ruote (e una frusta)
recensione di Pavel Belli Micati
RV-130
12.02.2026
Non è facile riconoscere i propri desideri. È ancor più difficile, una volta individuati, trovare il coraggio di ammetterli. E dare loro voce? Impossibile. Pillion, debutto nel lungometraggio di Harry Lighton (inglese, classe ’92) e adattamento del romanzo Box Hill di Adam Mars-Jones, irrompe a tutta velocità in questa area oscura, un dominio inesplorato tra coscienza e subconscio. Giocando con usi e costumi legati ai tropi della dominazione e subordinazione, esplora i termini entro cui il contratto sessuale prende forma e, allo stesso tempo, sfida i limiti della rom com e del coming of age tradizionali, condensandoli in una storia d’amore e sottomissione queer insolita e originale.
Colin è un ragazzo impacciato e timido dei sobborghi londinesi, lavora come vigilino e canta in un Barbershop Quartet insieme al padre e al fratello. La sua esistenza ordinaria viene scossa una notte d’inverno dall’arrivo di Ray, un tenebroso e affascinante motociclista che pare condensare su di sé tutto quell’immaginario mascolino disegnato dalla mano di Tom of Finland. Ray è per antonomasia, l’esatto contrario di Colin: bello, alto, sicuro di sé. Ray è un centauro; Colin, il suo passeggero. E non solo metaforicamente: “pillion” è il termine che indica il sedile posteriore della moto, quello destinato a chi sta accanto - o meglio, dietro - al conducente. È lì che Colin si colloca fin da subito, in una posizione subalterna, tra l’abbandono al e il desiderio inconsapevole.
Il film si apre con una corsa in moto sulle note di Chariot, un jingle anni Sessanta conosciuto in Italia come Sul mio carro: il tono sognante che accompagna l’ouverture segnala già che ciò che stiamo per vedere appartiene all’ordine della fantasia - dove ogni bisogno è appagato e il desiderio illimitato. Il gioco di ruolo non viene mai esplicitato nei suoi termini contrattuali, ma dal momento in cui Colin e Ray suggellano il loro secondo incontro, al buio di un vicolo appartato, le condizioni le abbiamo già lette. «Cosa farò insieme a te?», il sexy rider con le bretelle in pelle domanda al giovane inesperto, che incerto risponde «Quello che vuoi!». In questo scambio sia il protagonista sia lo spettatore apprendono i preliminari di un’esperienza che si annuncia senza confini…
… Per i non addetti ai lavori, “dom” e “sub” non sono esclusivamente ruoli erotici esplorati in camera da letto, ma indicano una serie di dinamiche relazionali codificate, esplorate in primis nel mondo gay e da tempo regolate dalla cultura queer, collaudate in quella più specialistica dei leather bar e delle sottoculture BDSM. Trattasi non solo di posizioni sessuali, ma di veri e propri codici attraverso cui il potere viene erotizzato, negoziato e sublimato. Lighton, che oltre alla regia firma anche la sceneggiatura, è consapevole della polisemia di questi concetti e costruisce una moderna educazione sentimental-sessuale che non si limita a fantasticare sull’ideale d’amore, ma interroga le dinamiche interne, complesse e mutevoli, che da sempre lo regolano.
Lubrificanti e lucchetti, to-do list e sessioni di wrestling, colazioni proteiche, orge kinky e banchetti fetish: l’accordo stipulato dalle due parti prende le generalità di un’estetica culturale ben precisa. È qui che l’adattamento si misura col romanzo di Mars-Jones. Box Hill - dal nome di un luogo nella campagna del Surrey, punto di ritrovo tra motociclisti - descrive un’educazione sentimentale a dir poco singolare nell’Inghilterra anni Settanta, quando l’omosessualità non è ancora completamente sdoganata, mentre gli effluvi libidici del post-‘68 si condensano in un feticismo per l’automazione, l’attrazione per i motori e l’erotismo dell’efficienza tecnologica. Il narratore ricorda una gioventù di goffaggine e insicurezza, in cui i suoi desideri non ancora articolati trovano in Ray, la parodia del maschio alpha nell’immaginario omosessuale, una forma, pressoché compiuta, di sublimazione.
«Il motore ruggì, prendendo vita con una voce profonda. Se qualcuno avesse saputo avviare una moto con la stessa naturalezza di Ray, l’accensione elettrica non avrebbe mai preso piede». Ciò che Box Hill perde nell’export dalla cornice storica, Pillion lo recupera in una regia che rende la storia accessibile senza tradirne l’originalità. Laddove il romanzo declina il desiderio, il film lo affida allo sguardo: gli occhi languidi di Melling, restii a sostenere il confronto con il suo padrone, assurgono a pozzo che occulta ciò che viene confessato e non può essere detto. Lo scontro con l’impenetrabilità adamantina di Skarsgård poi, restituisce quello scarto che Mars-Jones descrive con ironia spietata e consapevole. Ray è un modello da catalogo tirato a lucido, Colin una vetrina che nessuno guarda. Pillion non solo rinnova una fantasia di un’estetica specifica: esplora le possibilità romantiche di tale riduzione.
«Lui è il tuo ragazzo?» chiede incredula una collega a Colin, quando lui le mostra una foto di Ray: «Non è il mio ragazzo. Abbiamo un accordo», precisa mentre tenta di dissimulare il suo orgoglio, sulle onde elettrizzanti di Bad Feeling dei Cobra Man. Ma «come hai fatto a trovare un uomo così?» lei chiede per un’amica, e certamente, anche per il pubblico: «Ho una propensione per la devozione». Mollare la presa, lasciarsi dominare, cedere ogni resistenza: Pillion gioca sull’ironia prodotta dalla frizione continua tra l’attrazione verso e l’imbarazzo per il desiderio particolare. Una commedia di costume, anzi di ruolo, che indaga cosa significhi agire - o subire - in una determinata posizione. L’oggetto e i suoi correlativi non sono né vogliono essere superati. Anzi, sono rivendicati nella loro condizione subalterna ed esaminati nelle loro possibili implicazioni sentimentali.
Lighton si rifiuta però di individuare un carnefice e una vittima. Il dominio non è una perversione né una deviazione, bensì l’unica grammatica affettiva attraverso cui Colin impara a interrogare il suo desiderio. Il patto che lentamente si consolida - più mediante i non detti che per mezzo delle parole - produce nello spettatore la stessa confusione che tocca prima il protagonista e poi il suo doppio. La dinamica sub/dom non è una destinazione, ma un viaggio verso una meta indefinita, ambivalente. Perché non si può restare per sempre sul sedile del passeggero. Prima o poi, come suggerisce simbolicamente l’ingresso nel terzo atto, è necessario rivedere i termini - se non del contratto, almeno tra i due contraenti.
Pillion parte dalla cultura leather dei pub di provincia, passa per le estetiche glam-rock dell’eccesso e della performance, e svetta fin dentro gli ambienti naturisti delle gang di motociclisti, restituendo finalmente uno spazio cinematografico a figure care alla letteratura queer anglosassone del tardo Novecento. Harry Lighton firma un debutto sorprendentemente misurato e maturo: una brillante e ironica joy ride che interroga lo spettatore non tanto su ciò che desidera, quanto sulla sua disponibilità ad ammetterlo. Perché, in fondo, cosa c’è di più sexy dell’oggetto desiderato? La capacità, forse, da parte del suo soggetto, di riconoscerlo, di enunciarlo e, semmai, di dominarlo.
In uscita oggi, nelle sale italiane, come visione perfetta per questo San Valentino.