

Tutto quello che non abbiamo detto,
recensione di Ludovico Cantisani
RV-140
09.04.2026
Dopo il grande successo del suo film d'esordio Piccolo Corpo (2021), premiato con il David di Donatello alla migliore regista esordiente e con l'European Film Award come Scoperta Europea, c'era grande aspettativa per l'opera seconda di Laura Samani, presentata a Orizzonti dell'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia e in sala da oggi (9 aprile) con Lucky Red. Frutto di una coproduzione italo-francese capeggiata da Nefertiti Film, con Rai Cinema e il sostegno del Ministero, della Friuli Venezia Giulia Film Commission e di Europe Media, avente come partner Tomsa con Arte France, Un anno di scuola è tratto dall'omonimo romanzo di Gianni Stuparich (1891-1961), l’ultimo rappresentante della grande stagione della letteratura triestina attualmente edito da Quodlibet; è significativo constatare che nell'adattare il romanzo di Stuparich la regista e la sua co-sceneggiatrice Elisa Dandi abbiano effettuato un importante cambiamento a livello temporale, visto che l'originale letterario, pubblicato nel 1929, era ambientato nei primi anni del Novecento.
Fotografato dalla francese Inès Tabarin, e con un cast composto prevalentemente da giovani attori esordienti o semi-esordienti come Stella Wendick, Giacomo Covi, Pietro Giustolisi e Samuel Volturno, Un anno di scuola racconta di Fred, una diciottenne svedese esuberante e coraggiosa che arriva a Trieste per frequentare l’ultimo anno in un Istituto Tecnico, ritrovandosi unica ragazza in una classe di soli maschi. La sua presenza sconvolge l’equilibrio del gruppo, attirando soprattutto l’attenzione di tre amici inseparabili fin dall’infanzia: Antero, affascinante e riservato; Pasini, seduttore istrionico; e Mitis, protettivo e bonario. Mentre ciascuno di loro inizia a desiderarla segretamente, nonostante le reciproche rassicurazioni che "lei è una nostra amica, è come un maschio", Fred cerca soltanto di essere accettata nel gruppo, ma si scontra con un ambiente che le chiede continuamente di rinunciare a una parte di sé.
Se rispetto al racconto di partenza il film sposta in avanti l'ambientazione di un secolo, va evidenziato anche un lieve scarto temporale rispetto alla contemporaneità: il secondo film della Samani è infatti ambientato nel 2007, un anno scelto dalla regista - come spiegato in un’intervista per il Venerdì - perché coincideva con il suo ultimo anno di scuola e anche l’ultimo anno senza Facebook in Italia. Il 2007 è stato anche l’anno quando, come afferma a un certo punto della pellicola anche la radio, "da mezzanotte la frontiera tra Italia e Slovenia non esiste più", e una delle sequenze più belle del film è ambientata proprio sul confine dei due paesi. Samani aveva compiuto una forte immersione nella zona liminare tra Italia e Slovenia con Piccolo Corpo attraverso magnifiche ambientazioni rurali; Un anno di scuola diegeticamente resta tutto al "di qua" del confine italiano, e su scenari tendenzialmente - ma non esclusivamente - urbani; dai titoli di coda risulta comunque la realizzazione di qualche scena anche sul territorio sloveno, pur in assenza di una coproduzione con il paese. Interessante anche l'impasto linguistico tra italiano, inglese, dialetto friulano e svedese.
Un anno di scuola in realtà, a dispetto del titolo, si sofferma meno sull'esperienza scolastica dell'ultimo anno delle superiori e maggiormente sul vagare di Fred e dei coprotagonisti maschili tra festini, notti in bianco e pomeriggi in mezzo ai boschi, con scampoli di educazione sentimentale. L'anno della maturità è indagato dalla Samani senza alcuna retorica, in maniera autentica, non priva di poesia in molti momenti così come di brutalità in altri. Una buona dose di horror vacui accompagna svariate scene dell'opera, e non mancano un paio di indolenti tentativi di suicidio o allusioni al tema che segnano profondamente l'andamento emotivo del film. L'inevitabile tema della scoperta della sessualità è affrontato con grande equilibrio, ed è interessante, nelle scene che ritraggono le interazioni tra la protagonista e i suoi compagni di classe, l'approccio registico e fotografico che evidenzia l'analisi di una prospettiva femminile su quello sguardo maschile che solitamente si posa sulle donne.
Il canovaccio in sé potrebbe anche essere quello di una commedia sexy degli anni Settanta, incentrato com'è sull'arrivo di un'adolescente svedese in Italia e sulle ripercussioni che la sua "apparizione" ha su un gruppo di coetanei liceali; chiaramente, Un anno di scuola ha un'imperscrutabile grazia che tiene lontano il film da ogni equivoco pecoreccio, sostenuto com'è da un approccio registico solido ed equilibrato. Del resto, alcune situazioni narrative sono le medesime dei teen movie all'americana (la stessa ragazza contesa tra più amici, varie scene di obbligo e verità, indecisione sul futuro post-liceale) ma Un anno di scuola riesce a trovare una sua dimensione di originalità stilistica e tematica anche all'interno di moduli narrativi ampiamente percorsi e rodati.
Tra i molti punti di originalità del lungometraggio, ritorna quell'attenzione che nel precedente Piccolo Corpo era rivolta a riti e tradizioni dell'entroterra storico friulano-sloveno, qui in un ambito (semi-)attuale e secolarizzato, nelle serate di festa dei ragazzi, e in particolare in una sequenza ambientata in un carnevale, in cui si ritrova l'antico tema antropologico della "festa che va a finire male" già applicato, ad esempio, da René Girard su certi momenti del cinema di Fellini. Girardiane sono anche le dinamiche interpersonali che si creano nel gruppo dei maschi all'apparire di un comune oggetto del desiderio. "Esiste un’asimmetria profonda e radicata nel modo in cui percepiamo uomini e donne. I corpi maschili – nella loro conformazione, andatura e abbigliamento – trasmettono potere e capacità, mentre quelli femminili comunicano ciò che si può o non si può fare loro. Questa percezione finisce spesso per diventare una regola sociale: gli uomini agiscono, le donne semplicemente appaiono. Da adolescente, ho trascorso la maggior parte del tempo con un gruppo di tre maschi. Essere l’unica femmina mi sembrava un privilegio, ma comportava anche pressioni invisibili: loro potevano dire tutto ciò che volevano, mentre i miei desideri venivano percepiti come una minaccia", ha scritto la regista Laura Samani nelle note di regia.
"Mi trovavo di fronte a una scelta difficile: esprimere ciò che sentivo, rischiando l’esclusione, oppure tacere per essere accettata. Questo film racconta le sfide che comporta il crescere come giovane donna in un mondo dominato dagli uomini, dove il corpo e i desideri possono facilmente diventare armi rivolte contro di te". Queste affermazioni della regista riecheggiano fortemente nella storia quando la relazione di Fred con uno dei ragazzi diventa di dominio pubblico e un altro della cerchia ha una reazione inconsulta che lo porta in ospedale, tutto questo farà comparire la scritta "Fred troia" sui muri del cortile della scuola: in quel momento la protagonista non può fare a meno di chiedere retoricamente "Eravamo in due a baciarci e la colpa è solo mia?". Anche un confronto con il padre, che culmina con la metafora "se metti un kiwi tra le mele matura prima" e contribuirà alla crescita dei ragazzi, lascia insoddisfatta Fred, la quale prevedibilmente replica: "Che cazzo di metafora è?". Un anno di scuola sa affrontare la tematica della disparità di genere nella libertà sessuale e nella percezione collettiva che la accompagna con una solida indagine tematica, senza scadere in facili clichè in tema patriarcale.
Il cinema italiano ha sempre avuto una grande attenzione per le ambientazioni scolastiche: per limitarci ai titoli più significativi dal dopoguerra ad oggi, sono da ricordare Cuore del 1948 di Duilio Coletti, tratto dal classico romanzo di Edoardo De Amicis; Il maestro di Vigevano di Elio Petri del 1963; la seminale miniserie documentaria di Vittorio De Seta Diario di un maestro (1973), tratta dal memoir Un anno a Pietralata di Albino Bernardini e girata nel Tiburtino III con vere lezioni messe in scena dall'attore Bruno Cirillo per una classe di piccoli pluriripetenti provenienti da quello che, negli anna Settanta, era uno dei quartieri più difficili di Roma; Viaggio in una scuola che cambia, diretto sempre da De Seta nel 1977.
A suo modo, anche Bianca di Nanni Moretti del 1984; Io speriamo che me la cavo di Lina Wertmüller del 1992, con Paolo Villaggio; La scuola di Daniele Luchetti del 1995, tratto da due diversi libri di Domenico Starnone; Auguri professore del 1997, tratto anch'esso da Starnone, e il recente Un mondo a parte del 2024, entrambi diretti da Riccardo Milani; Caterina va in città di Paolo Virzì, uscito nel 2003; La scuola è finita di Valerio Jalongo, del 2010; La mia classe di Daniele Gaglianone, reprise della formula di Diario di un maestro con Valerio Mastrandrea che insegna a una vera classe di immigrati africani; il recente Educazione fisica di Stefano Cipriani, co-sceneggiato dai fratelli D'Innocenzo, del 2022; per non parlare di innumerevoli commedie, ultima in ordine cronologico Notte prima degli esami 3.0, uscita a marzo 2026, diretta da Tommaso Renzoni e scritta con Fausto Brizzi, che aveva diretto i primi due film della saga, e film di sensibilizzazione in materia di bullismo spesso afflitti da una certa retorica.
Un anno di scuola si inserisce in maniera convincente in questa genealogia e, pur senza essere dirompente quanto Piccolo Corpo, è una riuscita opera seconda, per certi versi inaspettata, che espande e amplia il range tematico e le strutture drammaturgiche del cinema di Laura Samani.

Tutto quello che non abbiamo detto,
recensione di Ludovico Cantisani
RV-140
09.04.2026
Dopo il grande successo del suo film d'esordio Piccolo Corpo (2021), premiato con il David di Donatello alla migliore regista esordiente e con l'European Film Award come Scoperta Europea, c'era grande aspettativa per l'opera seconda di Laura Samani, presentata a Orizzonti dell'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia e in sala da oggi (9 aprile) con Lucky Red. Frutto di una coproduzione italo-francese capeggiata da Nefertiti Film, con Rai Cinema e il sostegno del Ministero, della Friuli Venezia Giulia Film Commission e di Europe Media, avente come partner Tomsa con Arte France, Un anno di scuola è tratto dall'omonimo romanzo di Gianni Stuparich (1891-1961), l’ultimo rappresentante della grande stagione della letteratura triestina attualmente edito da Quodlibet; è significativo constatare che nell'adattare il romanzo di Stuparich la regista e la sua co-sceneggiatrice Elisa Dandi abbiano effettuato un importante cambiamento a livello temporale, visto che l'originale letterario, pubblicato nel 1929, era ambientato nei primi anni del Novecento.
Fotografato dalla francese Inès Tabarin, e con un cast composto prevalentemente da giovani attori esordienti o semi-esordienti come Stella Wendick, Giacomo Covi, Pietro Giustolisi e Samuel Volturno, Un anno di scuola racconta di Fred, una diciottenne svedese esuberante e coraggiosa che arriva a Trieste per frequentare l’ultimo anno in un Istituto Tecnico, ritrovandosi unica ragazza in una classe di soli maschi. La sua presenza sconvolge l’equilibrio del gruppo, attirando soprattutto l’attenzione di tre amici inseparabili fin dall’infanzia: Antero, affascinante e riservato; Pasini, seduttore istrionico; e Mitis, protettivo e bonario. Mentre ciascuno di loro inizia a desiderarla segretamente, nonostante le reciproche rassicurazioni che "lei è una nostra amica, è come un maschio", Fred cerca soltanto di essere accettata nel gruppo, ma si scontra con un ambiente che le chiede continuamente di rinunciare a una parte di sé.
Se rispetto al racconto di partenza il film sposta in avanti l'ambientazione di un secolo, va evidenziato anche un lieve scarto temporale rispetto alla contemporaneità: il secondo film della Samani è infatti ambientato nel 2007, un anno scelto dalla regista - come spiegato in un’intervista per il Venerdì - perché coincideva con il suo ultimo anno di scuola e anche l’ultimo anno senza Facebook in Italia. Il 2007 è stato anche l’anno quando, come afferma a un certo punto della pellicola anche la radio, "da mezzanotte la frontiera tra Italia e Slovenia non esiste più", e una delle sequenze più belle del film è ambientata proprio sul confine dei due paesi. Samani aveva compiuto una forte immersione nella zona liminare tra Italia e Slovenia con Piccolo Corpo attraverso magnifiche ambientazioni rurali; Un anno di scuola diegeticamente resta tutto al "di qua" del confine italiano, e su scenari tendenzialmente - ma non esclusivamente - urbani; dai titoli di coda risulta comunque la realizzazione di qualche scena anche sul territorio sloveno, pur in assenza di una coproduzione con il paese. Interessante anche l'impasto linguistico tra italiano, inglese, dialetto friulano e svedese.
Un anno di scuola in realtà, a dispetto del titolo, si sofferma meno sull'esperienza scolastica dell'ultimo anno delle superiori e maggiormente sul vagare di Fred e dei coprotagonisti maschili tra festini, notti in bianco e pomeriggi in mezzo ai boschi, con scampoli di educazione sentimentale. L'anno della maturità è indagato dalla Samani senza alcuna retorica, in maniera autentica, non priva di poesia in molti momenti così come di brutalità in altri. Una buona dose di horror vacui accompagna svariate scene dell'opera, e non mancano un paio di indolenti tentativi di suicidio o allusioni al tema che segnano profondamente l'andamento emotivo del film. L'inevitabile tema della scoperta della sessualità è affrontato con grande equilibrio, ed è interessante, nelle scene che ritraggono le interazioni tra la protagonista e i suoi compagni di classe, l'approccio registico e fotografico che evidenzia l'analisi di una prospettiva femminile su quello sguardo maschile che solitamente si posa sulle donne.
Il canovaccio in sé potrebbe anche essere quello di una commedia sexy degli anni Settanta, incentrato com'è sull'arrivo di un'adolescente svedese in Italia e sulle ripercussioni che la sua "apparizione" ha su un gruppo di coetanei liceali; chiaramente, Un anno di scuola ha un'imperscrutabile grazia che tiene lontano il film da ogni equivoco pecoreccio, sostenuto com'è da un approccio registico solido ed equilibrato. Del resto, alcune situazioni narrative sono le medesime dei teen movie all'americana (la stessa ragazza contesa tra più amici, varie scene di obbligo e verità, indecisione sul futuro post-liceale) ma Un anno di scuola riesce a trovare una sua dimensione di originalità stilistica e tematica anche all'interno di moduli narrativi ampiamente percorsi e rodati.
Tra i molti punti di originalità del lungometraggio, ritorna quell'attenzione che nel precedente Piccolo Corpo era rivolta a riti e tradizioni dell'entroterra storico friulano-sloveno, qui in un ambito (semi-)attuale e secolarizzato, nelle serate di festa dei ragazzi, e in particolare in una sequenza ambientata in un carnevale, in cui si ritrova l'antico tema antropologico della "festa che va a finire male" già applicato, ad esempio, da René Girard su certi momenti del cinema di Fellini. Girardiane sono anche le dinamiche interpersonali che si creano nel gruppo dei maschi all'apparire di un comune oggetto del desiderio. "Esiste un’asimmetria profonda e radicata nel modo in cui percepiamo uomini e donne. I corpi maschili – nella loro conformazione, andatura e abbigliamento – trasmettono potere e capacità, mentre quelli femminili comunicano ciò che si può o non si può fare loro. Questa percezione finisce spesso per diventare una regola sociale: gli uomini agiscono, le donne semplicemente appaiono. Da adolescente, ho trascorso la maggior parte del tempo con un gruppo di tre maschi. Essere l’unica femmina mi sembrava un privilegio, ma comportava anche pressioni invisibili: loro potevano dire tutto ciò che volevano, mentre i miei desideri venivano percepiti come una minaccia", ha scritto la regista Laura Samani nelle note di regia.
"Mi trovavo di fronte a una scelta difficile: esprimere ciò che sentivo, rischiando l’esclusione, oppure tacere per essere accettata. Questo film racconta le sfide che comporta il crescere come giovane donna in un mondo dominato dagli uomini, dove il corpo e i desideri possono facilmente diventare armi rivolte contro di te". Queste affermazioni della regista riecheggiano fortemente nella storia quando la relazione di Fred con uno dei ragazzi diventa di dominio pubblico e un altro della cerchia ha una reazione inconsulta che lo porta in ospedale, tutto questo farà comparire la scritta "Fred troia" sui muri del cortile della scuola: in quel momento la protagonista non può fare a meno di chiedere retoricamente "Eravamo in due a baciarci e la colpa è solo mia?". Anche un confronto con il padre, che culmina con la metafora "se metti un kiwi tra le mele matura prima" e contribuirà alla crescita dei ragazzi, lascia insoddisfatta Fred, la quale prevedibilmente replica: "Che cazzo di metafora è?". Un anno di scuola sa affrontare la tematica della disparità di genere nella libertà sessuale e nella percezione collettiva che la accompagna con una solida indagine tematica, senza scadere in facili clichè in tema patriarcale.
Il cinema italiano ha sempre avuto una grande attenzione per le ambientazioni scolastiche: per limitarci ai titoli più significativi dal dopoguerra ad oggi, sono da ricordare Cuore del 1948 di Duilio Coletti, tratto dal classico romanzo di Edoardo De Amicis; Il maestro di Vigevano di Elio Petri del 1963; la seminale miniserie documentaria di Vittorio De Seta Diario di un maestro (1973), tratta dal memoir Un anno a Pietralata di Albino Bernardini e girata nel Tiburtino III con vere lezioni messe in scena dall'attore Bruno Cirillo per una classe di piccoli pluriripetenti provenienti da quello che, negli anna Settanta, era uno dei quartieri più difficili di Roma; Viaggio in una scuola che cambia, diretto sempre da De Seta nel 1977.
A suo modo, anche Bianca di Nanni Moretti del 1984; Io speriamo che me la cavo di Lina Wertmüller del 1992, con Paolo Villaggio; La scuola di Daniele Luchetti del 1995, tratto da due diversi libri di Domenico Starnone; Auguri professore del 1997, tratto anch'esso da Starnone, e il recente Un mondo a parte del 2024, entrambi diretti da Riccardo Milani; Caterina va in città di Paolo Virzì, uscito nel 2003; La scuola è finita di Valerio Jalongo, del 2010; La mia classe di Daniele Gaglianone, reprise della formula di Diario di un maestro con Valerio Mastrandrea che insegna a una vera classe di immigrati africani; il recente Educazione fisica di Stefano Cipriani, co-sceneggiato dai fratelli D'Innocenzo, del 2022; per non parlare di innumerevoli commedie, ultima in ordine cronologico Notte prima degli esami 3.0, uscita a marzo 2026, diretta da Tommaso Renzoni e scritta con Fausto Brizzi, che aveva diretto i primi due film della saga, e film di sensibilizzazione in materia di bullismo spesso afflitti da una certa retorica.
Un anno di scuola si inserisce in maniera convincente in questa genealogia e, pur senza essere dirompente quanto Piccolo Corpo, è una riuscita opera seconda, per certi versi inaspettata, che espande e amplia il range tematico e le strutture drammaturgiche del cinema di Laura Samani.