
NC-453
15.09.2026
In questo ultimo appuntamento ci concentreremo sugli ultimi titoli presentati nella sezione principale dellāappena concluso Festival di Venezia. Partiremo da The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, tratto dallāultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, per poi proseguire con Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis, dramma incentrato sul trauma lasciato dal periodo dei desaparecidos. Ci occuperemo inoltre di A Bit of Light, il nuovo film di Ali Asgari, e del dramma esistenzialista francese Un peu avant minuit di Nicholas Pariser. Per la sezione Orizzonti sarĆ invece il turno del sensazionale A Day in the Life on Jo: Chapter Phaedra di Jacqueline Lentzou e di Lovers in the Blue Night di Annapurna Roy. Chiuderemo infine con tre titoli presentati Fuori Concorso: Arrested Memory di SABU, No Paradise if Youāre Killed by a Woman di Halkawt Mustafa e Let Us Through, Dear Ancestors di Lav Diaz.
The Echo Chamber, di Andrea Pallaoro

Il nuovo film di Andrea Pallaoro ĆØ tratto dallāultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, una storia che certo richiama alcune delle ultime tematiche della sua poetica, tra cui il desiderio, la dipendenza, il controllo e quella complessa relazione tra corpo e dolore che da sempre attraversa il cinema del regista. The Echo Chamber segue la storia di Leo (Luca Marinelli), produttore musicale tormentato da un dolore fisico che lo ha portato alla dipendenza dagli oppiacei, e Anne (Alicia Vikander), la fisioterapista incaricata di curarlo. Tra i due nasce un rapporto ambiguo, dove cura e desiderio finiscono progressivamente per confondersi, mentre la presenza-assenza di una celebre cantante, Ava (Susan Sarandon), continua a risuonare nellāappartamento in cui ĆØ ambientata lāintera vicenda. Pallaoro costruisce il film attraverso il solito, rigoroso, impianto visivo che da sempre caratterizza il suo cinema: formato 4:3, inquadrature fisse, campi lunghi e una macchina da presa che sembra voler osservare i personaggi più che partecipare alle loro emozioni. Lāappartamento si trasforma cosƬ in una vera e propria "camera dellāeco", uno spazio in cui gesti, ricordi e dinamiche sentimentali continuano a ripetersi. Ć però proprio questa scelta a rivelarsi il principale limite del film. Il rigore di Pallaoro, efficace nei suoi lavori precedenti, sembra qui non trovare una reale sintonia con il materiale di Bertolucci. La distanza imposta dalla regia finisce per raffreddare ulteriormente una relazione giĆ incapace di trovare una vera scintilla. Tra Alicia Vikander e Luca Marinelli manca quella chimica necessaria a rendere credibile la progressiva attrazione tra i due, e il loro rapporto rimane più unāidea che un legame realmente vissuto. Anche il ritmo dilatato, inizialmente coerente con la condizione di stasi emotiva dei protagonisti, finisce per risultare più penalizzante che contemplativo. Le reiterazioni di gesti, inquadrature e dinamiche dovrebbero restituire il carattere ossessivo della relazione, ma finiscono spesso per trasformarsi in una ripetitivitĆ che rende difficile mantenere il coinvolgimento. Gli unici momenti in cui The Echo Chamber sembra davvero prendere vita sono quelli in cui entra in scena Susan Sarandon. Nei panni di Ava, lāattrice introduce una leggerezza, un calore e unāimprevedibilitĆ che mancano alla coppia protagonista; soprattutto nei suoi dialoghi con Marinelli emerge finalmente quella tensione emotiva che il resto del film fatica a costruire. Ć quasi paradossale che siano proprio le scene apparentemente più laterali a restituire al film la vitalitĆ che la storia dāamore centrale non riesce a trovare. Resta cosƬ unāopera elegante e rigorosa, ma anche eccessivamente trattenuta, in cui lāeco delle idee di Bertolucci sembra risuonare più forte dei personaggi che dovrebbero incarnarle. Pallaoro costruisce un film formalmente impeccabile, ma finisce per lasciare troppo vuoto proprio quello spazio emotivo che avrebbe dovuto riempire.
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Ritorno a Buenos Aires, di Marco Bechis

Lāesperienza personale di Marco Bechis durante gli anni ā70 e il breve periodo in cui fu sequestrato dalle forze militari argentine ĆØ diventata un punto fisso della sua carriera. Nel suo secondo film, Garage Olimpo (1999), cercò di ricreare le atmosfere e le sensazioni di quella esperienza attraverso il punto di vista di una giovane ragazza sequestrata e rinchiusa in un centro di detenzione clandestino. A Venezia Bechis torna su quel passato con un film che non vuole semplicemente raccontare ancora una volta ciò che ĆØ successo, ma mostrare come un trauma possa continuare a riemergere nel presente. Mariano Guerra (Adriano Giannini) ĆØ un medico che, dopo trentatrĆ© anni trascorsi in Italia, torna a Buenos Aires per testimoniare al processo contro gli uomini che lo hanno sequestrato e torturato. La sua esperienza, però, ĆØ più complessa di quella di una semplice vittima; per sopravvivere fu costretto a collaborare con i suoi aguzzini e a denunciare altri prigionieri. Bechis costruisce cosƬ il ritratto di un sopravvissuto tormentato dal senso di colpa, diviso tra ciò che ha subito e ciò che ĆØ stato costretto a compiere. Il trauma viene raccontato su più livelli. Da una parte il passato invade il presente attraverso luoghi, suoni e percezioni, trasformando Buenos Aires in una mappa della memoria; dallāaltra Bechis ricorre a brevi flashback che mostrano in modo più esplicito le torture subite da Mariano. Ć proprio nel rapporto tra questi due approcci che il film trova la sua forza, anche se i momenti più espliciti risultano talvolta meno incisivi rispetto alla dimensione percettiva. Adriano Giannini dĆ corpo a questo trauma attraverso silenzi, sguardi e reazioni fisiche, evitando ogni forma di spettacolarizzazione. Intorno a lui, Evelyn, figlia di una desaparecida legata al passato di Mariano, introduce invece il tema del trauma generazionale. Non ha vissuto la dittatura, ma ne porta ancora le conseguenze, e quando visita con Mariano il luogo in cui sua madre fu detenuta, un passato che apparteneva alla generazione precedente diventa improvvisamente anche il suo. Bechis racconta cosƬ non soltanto ciò che la dittatura compie sulle sue vittime, ma ciò che continua a fare a chi ĆØ sopravvissuto e a chi ĆØ venuto dopo. Ritorno a Buenos Aires diventa quindi un film sulla memoria, sulla colpa e sulla difficile possibilitĆ di liberarsi davvero dal passato.
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A Bit of Light, di Ali Asgari

La prolifica carriera di Ali Asgari prosegue con il suo debutto in Concorso a Venezia. A Bit of Light ĆØ un film che rispecchia ancor più la contemporaneitĆ della societĆ iraniana rispetto alle sue opere precedenti, ponendo al centro della storia Arash (Misagh Zareh), un medico privato della licenza dopo aver curato alcuni manifestanti feriti dalla polizia. Deciso a togliersi la vita, lāuomo trascorre quella che dovrebbe essere la sua ultima giornata cercando di sistemare ogni cosa e, soprattutto, di trovare il modo di congedarsi dalla propria famiglia. Ć proprio nellāosservazione della quotidianitĆ che Asgari trova i momenti migliori del film; piccoli incontri, incombenze domestiche, gesti apparentemente insignificanti che finiscono per incrinare la disperazione del protagonista. La regia predilige quadretti fissi e una macchina da presa misurata, lasciando che siano gli attori a riempire lāinquadratura. Su tutti spicca Zareh, capace di restituire con grande misura la rigiditĆ di Arash e, al tempo stesso, i primi impercettibili cedimenti della sua convinzione. I riferimenti a Il sapore della ciliegia (1997) di Abbas Kiarostami sono però evidenti, forse fin troppo. Anche qui un uomo deciso a morire attraversa una giornata fatta di incontri e piccole epifanie, alla ricerca di una ragione per continuare a vivere. Asgari sostituisce alla dimensione più filosofica di Kiarostami una lettura familiare e politica, trasformando la scelta individuale di Arash nella metafora di un Paese schiacciato dalla repressione e dalla guerra. Il problema ĆØ che, proprio quando il film dovrebbe trovare la sua risoluzione, quel velato ottimismo non produce un approdo altrettanto convincente. La delicatezza dello sguardo e la soliditĆ della messa in scena rimangono, ma il percorso di Arash sembra risolversi in una conclusione fin troppo esile rispetto alla complessitĆ della domanda da cui il film era partito. A Bit of Light resta cosƬ un'opera sincera e formalmente rigorosa, capace di raccontare un'Iran contemporaneo attraverso la forza delle piccole cose, ma che non riesce del tutto a trasformare la propria luminosa speranza in una conclusione altrettanto memorabile.
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Un peu avant minuit, di Nicolas Pariser

GiĆ nel titolo cāĆØ il concetto chiave del nuovo film di Nicolas Pariser; la sensazione di essere arrivati sempre un attimo dopo, quando il mondo sembra avere giĆ cambiato regole e direzione. In una societĆ che corre costantemente in avanti, LĆ©o (Melvil Poupaud) ĆØ un uomo che si scopre irrimediabilmente indietro: rispetto al tempo, alla propria vita, ma soprattutto rispetto alle donne e al modo in cui ha imparato a guardarle. Ć la condizione di un uomo sulla soglia dei cinquantāanni che si ritrova a fare i conti con ciò che ĆØ stato proprio mentre il presente gli chiede di essere qualcun altro. LĆ©o scopre improvvisamente della morte del padre biologico, un uomo che non ha mai conosciuto. Prima di partire per lāItalia per occuparsi dellāereditĆ , si concede qualche giorno a Parigi, la cittĆ della sua giovinezza. Ć qui che comincia un pellegrinaggio sentimentale; camminando per strade, parchi e boulevard, incontra vecchi amici, conoscenti e soprattutto le donne che hanno attraversato la sua vita. Ogni incontro diventa una tappa nella revisione del proprio passato. Alcune sono fantasmi della giovinezza che rientrano brevemente nel presente, come le vecchie amanti Armelie e Tina; altre, come ĆlĆ©onore e sua figlia, rappresentano invece il presente e il futuro. Non sono soltanto capitoli della vita sentimentale di LĆ©o, ma gli specchi attraverso cui ĆØ costretto a osservare sĆ© stesso. Ed ĆØ proprio qui che il film trova la sua idea più interessante. LĆ©o appartiene a una generazione di uomini cresciuti dentro una certa idea di mascolinitĆ , quando determinati comportamenti venivano considerati normali e persino romantici. Ora quegli stessi gesti vengono riletti attraverso una nuova consapevolezza del consenso e dei rapporti di potere. LĆ©o non ĆØ una persona cattiva, ma un uomo che si rende conto di essere arrivato tardi alla comprensione dei propri errori. Il film rinuncia quasi completamente alla progressione narrativa tradizionale per affidarsi alle conversazioni, inserendosi nella tradizione del cinema francese fatto di parole, passeggiate e crisi sentimentali. Sotto la commedia sentimentale rimane però una malinconia più profonda. LĆ©o non cerca soltanto di capire perchĆ© le sue relazioni siano fallite, ma che cosa sia rimasto della persona che pensava di essere. E forse ĆØ proprio questo il senso più bello del titolo. Un peu avant minuit ĆØ quello spazio sospeso in cui qualcosa può ancora essere compreso. Prima della mezzanotte cāĆØ ancora tempo per guardare indietro, riconoscere gli errori e, forse, cambiare il modo in cui si affronterĆ il giorno dopo. Un film sulla paura di essere arrivati troppo tardi, dunque, ma anche sulla possibilitĆ che ci sia ancora tempo.
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A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra, di Jacqueline Lentzou

Presentato nella sezione Orizzonti, A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra ĆØ il secondo lungometraggio della regista greca Jacqueline Lentzou. Ć difficile, nel panorama contemporaneo, trovarsi di fronte a film live-action che provano ad affrontare la questione dellāanima con una forma dirompente come quella di A Day in the Life of Jo. Ć altrettanto sempre più difficile trovarsi di fronte a film che operano scelte cosƬ radicali nelle decisioni narrative. Eppure, guardando il film della Lentzou, sembra giĆ tutto previsto. Una giornata della vita di unāadolescente inizia con l'immagine di una ragazza sdraiata sullāerba che respira usando il diaframma. DopodichĆ©, una serie di immagini astratte si accompagnano a didascalie che sembrano provenire dallāaltrove del sogno. E ancora, unāinquadratura dallāalto ci mostra una ragazza correre per le vie di Atene. Nulla in A Day in the Life of Jo ĆØ lasciato al caso. Non ĆØ lasciato al caso il muoversi quasi in presa diretta della macchina da presa, che segue la giovane Jo per le strade e per i corridoi della sua scuola. Non ĆØ lasciata al caso la costruzione perfetta della scena in cui la ragazza entra in relazione con Fedra, inaugurando un possibile capitolo della sua vita: una soggettiva a cui segue un lungo primo piano di Jo mentre ascolta la ragazza cantare. Persino il movimento ipnotico della macchina da presa, che scandaglia e rende astratto lo spazio dellāaula di musica in cui le due ragazze si ritrovano allāintervallo, sembra partecipare di unāatmosfera sospesa fra immanenza e trascendenza con cui tutto il film si interfaccia. Poi il colpo di scena: il coming-of-age viene drasticamente abortito, e con esso tutti i suoi topos e A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra diventa una meditazione sullāanima, sui ricordi, sui legami troncati, su nuovi capitoli mai aperti. La continuitĆ spazio-temporale promessa dalla prima parte del film si interfaccia con lāatemporalitĆ e lāa-spazialitĆ del luogo in cui lāanima, dice Lentzou, sopravvive. E il film continua a funzionare, anche in un altro universo. Con la sua delicatezza, con il suo tatto, con la grazia di chi sa che si può raccontare il lutto, il rimpianto e il distacco anche con una semplice musica che suona allāimprovviso nella radio di unāauto. Un piccolo miracolo cinematografico.
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Lovers in the Blue Night, di Anuparna Roy

Un anno dopo il successo di Songs of Forgotten Trees (2025), la cineasta indiana Anuparna Roy torna in concorso nella sezione Orizzonti di Venezia con Lovers in the Blue Night. Nonostante il Premio per la Miglior Regia in Orizzonti ottenuto per il film precedente, la presenza in Orizzonti di questo nuovo lungometraggio sembra giĆ evidenziare che il film ā forse ā non ĆØ stato ritenuto sufficientemente maturo per poter partecipare nella sezione principale. Non potendo avere una controprova di ciò, ci limitiamo a commentare un film che conferma tutti i pregi della regia della Roy, che giĆ si intravedevano nell'opera precedente, ma esaspera i difetti che in Songs of Forgotten Trees potevano passare in secondo piano. Che Anuparna Roy sia una regista che guarda direttamente al modo di raccontare della commedia americana della Nuova Hollywood ĆØ evidente sin dai richiami ad America Oggi (1993) di Robert Altman che contornano qua e lĆ il film. La ricerca di coralitĆ ā il film si concentra su quattro personaggi originari del Bangladesh residenti a Mumbai ā purtroppo indebolisce ogni singola storia portata in scena. La macchina da presa della Roy, certo, esibisce qualche bel movimento e lāutilizzo simbolico di luci ed elementi come quello acquatico ā ancora America Oggi, ma anche All We Imagine as Light (2024) di Payal Kapadia, per rimanere nel contesto di Mumbai ā non fanno sembrare Lovers in the Blue Night meno tronfio e impolverato di quel che sembra. Lāesibizione di raffinezza, lo abbiamo detto, flirta pericolosamente con la maniera, i dialoghi parlano al posto delle azioni e la macchina da presa insiste nellāenfatizzare ogni sentimento. Non mancano certo dei bei momenti e, in definitiva, si può dire che le scene che nel film funzionano, funzionano proprio per questo stile di narrazione di regia. Non possiamo neanche negare che le prove degli attori, al netto dei giĆ citati problemi di sceneggiatura, riescono a raggiungere una notevole intensitĆ emotiva nei momenti più toccanti del film. Tutto ciò può forse non bastare per rendere Lovers in the Blue Night un film convincente, ma certamente rende la visione del film un poā più felice. I buoni spunti e le buone intuizioni ci sono, soprattutto nella composizione dellāinquadratura e nella scelta dellāangolazione della macchina da presa, manca quella capacitĆ di sintesi che permette a film che portano avanti più di una trama di far rimanere impressa ogni storia nella mente dello spettatore.
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Arrested Memory, di SABU

Si possono arrestare i ricordi che non ci piacciono? Dimenticarli per sempre? In alcuni casi ĆØ possibile, ma con il rischio di non ricordare più chi siamo. SABU torna alle origini del suo cinema con Arrested Memory, presentato fuori concorso a Venezia 83. Il film segue le vicende del brillante ispettore Lee che lavora presso la polizia di Taipei. Durante una missione, però, Lee a causa del troppo stress compie un errore che gli costerĆ la vita di tutti i suoi compagni. Il senso di colpa e lāevento traumatico spingeranno lāispettore a perdersi sempre più nellāoblio della propria mente smarrendo definitivamente se stesso. Nonostante le premesse da film drammatico ā da cui SABU attinge un poā nella creazione del personaggio di Lee ā Arrested Memory ĆØ una commedia, quasi parodia, degli action movie che trattano di rapimenti e malavita. Il ritmo ĆØ incalzante, le scene di combattimento, oltre allāottima resa visiva dovuta al rallenty, sono anche ben coreografate. La fotografia racconta una vita notturna fatta di luci al neon che spesso sembrano raccontare anche gli stati dāanimo dellāispettore. Inoltre, SABU, ci ricorda il proprio talento nel creare scene assurde ma perfettamente centrate nella ārealtĆ ā del film, forse grazie anche alla creazione di personaggi spesso sopra le righe (ma mai in maniera manieristica e noiosa) che portano avanti una comicitĆ non solo verbale ma soprattutto fisica. Arrested Memory ĆØ un vero e proprio frullato di generi: ĆØ un drama, un action, una commedia o una storia dāamore? Forse, ĆØ proprio questo grande mix che lo ha reso uno dei film migliori di Venezia 2026. Oltre alla varietĆ di generi presenti nel lugometraggio, il regista giapponese lavora con un cast internazionale che va da Taiwan, passa per la Cina e arriva fino al Giappone. Ethan Juan che interpreta lāispettore Lee, riesce a dare profonditĆ al proprio personaggio senza mai cedere al patetismo. Vediamo infatti un uomo devastato dal dolore e che inizia a perdere frammenti di memoria che lo porteranno a vivere situazioni assurde. Gli elementi comici del film, infatti, fanno richiamo sia alla commedia degli equivoci, ma anche alla commedia del surreale. SABU vuole ricordare allo spettatore che, purtroppo, il dolore esiste e nella vita possono accadere cose terribili, ma che forse con un poā di umorismo la nostra esistenza potrĆ essere un poā meno amara.
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No Paradise If Youāre Killed by a Woman, di Halkawt Mustafa

La premessa per un film avvincente e soprattutto spietato cāera nel film di Halkawt Mustafa: quella di una cecchina peshmerga che torna a Mosul per liberare la sorella, prigioniera dellāISIS. Ma il film fatica a trovare uno spunto interessante al di fuori del messaggio e della storia che vuole raccontare. Vyan ĆØ una sopravvissuta, dopo che lāISIS ha ucciso i suoi genitori e rapito lei e la sorella, riesce a fuggire e a unirsi ai Peshmerga, diventando una cecchina letale. Quando scopre che Helin ĆØ ancora viva, rifiuta la protezione offertale dalla Norvegia e torna a Mosul per ritrovarla. Mustafa presenta la protagonista attraverso un efficace piano sequenza iniziale, che la segue tra le rovine della cittĆ fino a mostrarne la precisione e la freddezza di combattente. Da qui il film alterna appostamenti, infiltrazioni e combattimenti, costruendo alcuni buoni set piece action e momenti di tensione, soprattutto nei duelli a distanza. Il problema ĆØ che la sceneggiatura non riesce sempre a sostenere una storia cosƬ ricca di spunti. No Paradise If Youāre Killed by a Woman vuole essere contemporaneamente revenge movie, war movie, storia femminista e racconto del trauma, ma questi elementi non sempre riescono a fondersi. La struttura che alterna presente e flashback appare a tratti artificiosa, mentre nella seconda parte alcune situazioni diventano poco credibili. Anche i personaggi secondari rimangono poco caratterizzati e i dilemmi morali introdotti sono raramente approfonditi. Rimangono cosƬ una protagonista interessante, interpretata con grande fisicitĆ e soprattutto attraverso il silenzio da Avan Jamal, e una regia capace di trovare tensione nelle rovine di Mosul. Peccato che la forza dellāidea non trovi sempre una scrittura allāaltezza, finendo per trasformare una storia di trauma e resistenza femminile in un revenge movie più convenzionale di quanto avrebbe potuto essere.
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Let Us Through, Dear Ancestors, di Lav Diaz

Ć un Lav Diaz più breve, quello che siamo abituati a vedere negli ultimi anni. Ć un Lav Diaz che trova nel Fuori Concorso di Venezia la sua collocazione naturale anche a dieci anni esatti dal folgorante The Woman Who Left, che nel 2016 vinse inaspettatamente il Leone dāOro. Ć un Lav Diaz che, come nel precedente Magellan (2025), sembra guardare al passato delle Filippine per rintracciare i germi della corruzione del potere nellāarcipelago. In Let Us Through, Dear Ancestors, a essere messa in scena ĆØ la violenza della colonizzazione spagnola e della conversione forzata a cui ĆØ stata sottoposta la popolazione locale. Padre Enciso (Bart Guingona), perfido missionario spagnolo, regna da despota su una piccola comunitĆ nella giungla i cui uomini sono quasi tutti morti ā uccisi dal bandito Bari-Bari ā nel tentativo di trasportare i marmi necessari per costruire una chiesa. Spregiudicato e corrotto, il missionario manda il figlio ā avuto con una indigena ā in un ultimo tentativo di portare a termine il suo progetto. Lo stile di regia ĆØ quello a cui Lav Diaz ci ha da sempre abituati: piani sequenza a camera fissa, bianco e nero abbacinante e iper-contrastato, profonditĆ di campo, negazione dei primi piani. Uno stile rodato, che però funziona sempre incredibilmente bene poichĆ© ĆØ sorretto dallāinimitabile capacitĆ del regista di gestire il ritmo interno delle inquadrature in maniera esemplare e di scegliere la posizione perfetta della macchina da presa, dando a ogni quadro una propulsione narrativa tale da catturare lo spettatore dentro le vicende narrate. La storia, come sempre più evidente nei suoi film recenti, sembra affondare le radici nella tragedia classica. Il miasma, la catastrofe che genera una situazione di stallo con la quale i personaggi di Lav Diaz si confrontano, ĆØ qui più che mai una metafora della colpa e della corruzione morale. LāaviditĆ del potere, esibita e performata dal malefico Padre Enciso, ĆØ apertamente esibita. La fede ĆØ solo uno strumento di controllo. Il regista lo dice apertamente, anche troppo, in unāopera i cui toni sono quelli veementi del pamphlet in cui la violenza viene a stento relegata nel fuori campo. Lo scontro dicotomico fra vecchia fede e nuova fede non rivela sorprese sui vincitori. Gli antenati sono destinati a soccombere, la chiesa di Dio a non essere costruita. Il marmo per erigerla ĆØ un masso che Sisifo si trova costretto a spingere, con la sua dannazione.
NC-453
15.09.2026
In questo ultimo appuntamento ci concentreremo sugli ultimi titoli presentati nella sezione principale dellāappena concluso Festival di Venezia. Partiremo da The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, tratto dallāultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, per poi proseguire con Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis, dramma incentrato sul trauma lasciato dal periodo dei desaparecidos. Ci occuperemo inoltre di A Bit of Light, il nuovo film di Ali Asgari, e del dramma esistenzialista francese Un peu avant minuit di Nicholas Pariser. Per la sezione Orizzonti sarĆ invece il turno del sensazionale A Day in the Life on Jo: Chapter Phaedra di Jacqueline Lentzou e di Lovers in the Blue Night di Annapurna Roy. Chiuderemo infine con tre titoli presentati Fuori Concorso: Arrested Memory di SABU, No Paradise if Youāre Killed by a Woman di Halkawt Mustafa e Let Us Through, Dear Ancestors di Lav Diaz.
The Echo Chamber, di Andrea Pallaoro

Il nuovo film di Andrea Pallaoro ĆØ tratto dallāultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, una storia che certo richiama alcune delle ultime tematiche della sua poetica, tra cui il desiderio, la dipendenza, il controllo e quella complessa relazione tra corpo e dolore che da sempre attraversa il cinema del regista. The Echo Chamber segue la storia di Leo (Luca Marinelli), produttore musicale tormentato da un dolore fisico che lo ha portato alla dipendenza dagli oppiacei, e Anne (Alicia Vikander), la fisioterapista incaricata di curarlo. Tra i due nasce un rapporto ambiguo, dove cura e desiderio finiscono progressivamente per confondersi, mentre la presenza-assenza di una celebre cantante, Ava (Susan Sarandon), continua a risuonare nellāappartamento in cui ĆØ ambientata lāintera vicenda. Pallaoro costruisce il film attraverso il solito, rigoroso, impianto visivo che da sempre caratterizza il suo cinema: formato 4:3, inquadrature fisse, campi lunghi e una macchina da presa che sembra voler osservare i personaggi più che partecipare alle loro emozioni. Lāappartamento si trasforma cosƬ in una vera e propria "camera dellāeco", uno spazio in cui gesti, ricordi e dinamiche sentimentali continuano a ripetersi. Ć però proprio questa scelta a rivelarsi il principale limite del film. Il rigore di Pallaoro, efficace nei suoi lavori precedenti, sembra qui non trovare una reale sintonia con il materiale di Bertolucci. La distanza imposta dalla regia finisce per raffreddare ulteriormente una relazione giĆ incapace di trovare una vera scintilla. Tra Alicia Vikander e Luca Marinelli manca quella chimica necessaria a rendere credibile la progressiva attrazione tra i due, e il loro rapporto rimane più unāidea che un legame realmente vissuto. Anche il ritmo dilatato, inizialmente coerente con la condizione di stasi emotiva dei protagonisti, finisce per risultare più penalizzante che contemplativo. Le reiterazioni di gesti, inquadrature e dinamiche dovrebbero restituire il carattere ossessivo della relazione, ma finiscono spesso per trasformarsi in una ripetitivitĆ che rende difficile mantenere il coinvolgimento. Gli unici momenti in cui The Echo Chamber sembra davvero prendere vita sono quelli in cui entra in scena Susan Sarandon. Nei panni di Ava, lāattrice introduce una leggerezza, un calore e unāimprevedibilitĆ che mancano alla coppia protagonista; soprattutto nei suoi dialoghi con Marinelli emerge finalmente quella tensione emotiva che il resto del film fatica a costruire. Ć quasi paradossale che siano proprio le scene apparentemente più laterali a restituire al film la vitalitĆ che la storia dāamore centrale non riesce a trovare. Resta cosƬ unāopera elegante e rigorosa, ma anche eccessivamente trattenuta, in cui lāeco delle idee di Bertolucci sembra risuonare più forte dei personaggi che dovrebbero incarnarle. Pallaoro costruisce un film formalmente impeccabile, ma finisce per lasciare troppo vuoto proprio quello spazio emotivo che avrebbe dovuto riempire.
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Ritorno a Buenos Aires, di Marco Bechis

Lāesperienza personale di Marco Bechis durante gli anni ā70 e il breve periodo in cui fu sequestrato dalle forze militari argentine ĆØ diventata un punto fisso della sua carriera. Nel suo secondo film, Garage Olimpo (1999), cercò di ricreare le atmosfere e le sensazioni di quella esperienza attraverso il punto di vista di una giovane ragazza sequestrata e rinchiusa in un centro di detenzione clandestino. A Venezia Bechis torna su quel passato con un film che non vuole semplicemente raccontare ancora una volta ciò che ĆØ successo, ma mostrare come un trauma possa continuare a riemergere nel presente. Mariano Guerra (Adriano Giannini) ĆØ un medico che, dopo trentatrĆ© anni trascorsi in Italia, torna a Buenos Aires per testimoniare al processo contro gli uomini che lo hanno sequestrato e torturato. La sua esperienza, però, ĆØ più complessa di quella di una semplice vittima; per sopravvivere fu costretto a collaborare con i suoi aguzzini e a denunciare altri prigionieri. Bechis costruisce cosƬ il ritratto di un sopravvissuto tormentato dal senso di colpa, diviso tra ciò che ha subito e ciò che ĆØ stato costretto a compiere. Il trauma viene raccontato su più livelli. Da una parte il passato invade il presente attraverso luoghi, suoni e percezioni, trasformando Buenos Aires in una mappa della memoria; dallāaltra Bechis ricorre a brevi flashback che mostrano in modo più esplicito le torture subite da Mariano. Ć proprio nel rapporto tra questi due approcci che il film trova la sua forza, anche se i momenti più espliciti risultano talvolta meno incisivi rispetto alla dimensione percettiva. Adriano Giannini dĆ corpo a questo trauma attraverso silenzi, sguardi e reazioni fisiche, evitando ogni forma di spettacolarizzazione. Intorno a lui, Evelyn, figlia di una desaparecida legata al passato di Mariano, introduce invece il tema del trauma generazionale. Non ha vissuto la dittatura, ma ne porta ancora le conseguenze, e quando visita con Mariano il luogo in cui sua madre fu detenuta, un passato che apparteneva alla generazione precedente diventa improvvisamente anche il suo. Bechis racconta cosƬ non soltanto ciò che la dittatura compie sulle sue vittime, ma ciò che continua a fare a chi ĆØ sopravvissuto e a chi ĆØ venuto dopo. Ritorno a Buenos Aires diventa quindi un film sulla memoria, sulla colpa e sulla difficile possibilitĆ di liberarsi davvero dal passato.
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A Bit of Light, di Ali Asgari

La prolifica carriera di Ali Asgari prosegue con il suo debutto in Concorso a Venezia. A Bit of Light ĆØ un film che rispecchia ancor più la contemporaneitĆ della societĆ iraniana rispetto alle sue opere precedenti, ponendo al centro della storia Arash (Misagh Zareh), un medico privato della licenza dopo aver curato alcuni manifestanti feriti dalla polizia. Deciso a togliersi la vita, lāuomo trascorre quella che dovrebbe essere la sua ultima giornata cercando di sistemare ogni cosa e, soprattutto, di trovare il modo di congedarsi dalla propria famiglia. Ć proprio nellāosservazione della quotidianitĆ che Asgari trova i momenti migliori del film; piccoli incontri, incombenze domestiche, gesti apparentemente insignificanti che finiscono per incrinare la disperazione del protagonista. La regia predilige quadretti fissi e una macchina da presa misurata, lasciando che siano gli attori a riempire lāinquadratura. Su tutti spicca Zareh, capace di restituire con grande misura la rigiditĆ di Arash e, al tempo stesso, i primi impercettibili cedimenti della sua convinzione. I riferimenti a Il sapore della ciliegia (1997) di Abbas Kiarostami sono però evidenti, forse fin troppo. Anche qui un uomo deciso a morire attraversa una giornata fatta di incontri e piccole epifanie, alla ricerca di una ragione per continuare a vivere. Asgari sostituisce alla dimensione più filosofica di Kiarostami una lettura familiare e politica, trasformando la scelta individuale di Arash nella metafora di un Paese schiacciato dalla repressione e dalla guerra. Il problema ĆØ che, proprio quando il film dovrebbe trovare la sua risoluzione, quel velato ottimismo non produce un approdo altrettanto convincente. La delicatezza dello sguardo e la soliditĆ della messa in scena rimangono, ma il percorso di Arash sembra risolversi in una conclusione fin troppo esile rispetto alla complessitĆ della domanda da cui il film era partito. A Bit of Light resta cosƬ un'opera sincera e formalmente rigorosa, capace di raccontare un'Iran contemporaneo attraverso la forza delle piccole cose, ma che non riesce del tutto a trasformare la propria luminosa speranza in una conclusione altrettanto memorabile.
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Un peu avant minuit, di Nicolas Pariser

GiĆ nel titolo cāĆØ il concetto chiave del nuovo film di Nicolas Pariser; la sensazione di essere arrivati sempre un attimo dopo, quando il mondo sembra avere giĆ cambiato regole e direzione. In una societĆ che corre costantemente in avanti, LĆ©o (Melvil Poupaud) ĆØ un uomo che si scopre irrimediabilmente indietro: rispetto al tempo, alla propria vita, ma soprattutto rispetto alle donne e al modo in cui ha imparato a guardarle. Ć la condizione di un uomo sulla soglia dei cinquantāanni che si ritrova a fare i conti con ciò che ĆØ stato proprio mentre il presente gli chiede di essere qualcun altro. LĆ©o scopre improvvisamente della morte del padre biologico, un uomo che non ha mai conosciuto. Prima di partire per lāItalia per occuparsi dellāereditĆ , si concede qualche giorno a Parigi, la cittĆ della sua giovinezza. Ć qui che comincia un pellegrinaggio sentimentale; camminando per strade, parchi e boulevard, incontra vecchi amici, conoscenti e soprattutto le donne che hanno attraversato la sua vita. Ogni incontro diventa una tappa nella revisione del proprio passato. Alcune sono fantasmi della giovinezza che rientrano brevemente nel presente, come le vecchie amanti Armelie e Tina; altre, come ĆlĆ©onore e sua figlia, rappresentano invece il presente e il futuro. Non sono soltanto capitoli della vita sentimentale di LĆ©o, ma gli specchi attraverso cui ĆØ costretto a osservare sĆ© stesso. Ed ĆØ proprio qui che il film trova la sua idea più interessante. LĆ©o appartiene a una generazione di uomini cresciuti dentro una certa idea di mascolinitĆ , quando determinati comportamenti venivano considerati normali e persino romantici. Ora quegli stessi gesti vengono riletti attraverso una nuova consapevolezza del consenso e dei rapporti di potere. LĆ©o non ĆØ una persona cattiva, ma un uomo che si rende conto di essere arrivato tardi alla comprensione dei propri errori. Il film rinuncia quasi completamente alla progressione narrativa tradizionale per affidarsi alle conversazioni, inserendosi nella tradizione del cinema francese fatto di parole, passeggiate e crisi sentimentali. Sotto la commedia sentimentale rimane però una malinconia più profonda. LĆ©o non cerca soltanto di capire perchĆ© le sue relazioni siano fallite, ma che cosa sia rimasto della persona che pensava di essere. E forse ĆØ proprio questo il senso più bello del titolo. Un peu avant minuit ĆØ quello spazio sospeso in cui qualcosa può ancora essere compreso. Prima della mezzanotte cāĆØ ancora tempo per guardare indietro, riconoscere gli errori e, forse, cambiare il modo in cui si affronterĆ il giorno dopo. Un film sulla paura di essere arrivati troppo tardi, dunque, ma anche sulla possibilitĆ che ci sia ancora tempo.
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A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra, di Jacqueline Lentzou

Presentato nella sezione Orizzonti, A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra ĆØ il secondo lungometraggio della regista greca Jacqueline Lentzou. Ć difficile, nel panorama contemporaneo, trovarsi di fronte a film live-action che provano ad affrontare la questione dellāanima con una forma dirompente come quella di A Day in the Life of Jo. Ć altrettanto sempre più difficile trovarsi di fronte a film che operano scelte cosƬ radicali nelle decisioni narrative. Eppure, guardando il film della Lentzou, sembra giĆ tutto previsto. Una giornata della vita di unāadolescente inizia con l'immagine di una ragazza sdraiata sullāerba che respira usando il diaframma. DopodichĆ©, una serie di immagini astratte si accompagnano a didascalie che sembrano provenire dallāaltrove del sogno. E ancora, unāinquadratura dallāalto ci mostra una ragazza correre per le vie di Atene. Nulla in A Day in the Life of Jo ĆØ lasciato al caso. Non ĆØ lasciato al caso il muoversi quasi in presa diretta della macchina da presa, che segue la giovane Jo per le strade e per i corridoi della sua scuola. Non ĆØ lasciata al caso la costruzione perfetta della scena in cui la ragazza entra in relazione con Fedra, inaugurando un possibile capitolo della sua vita: una soggettiva a cui segue un lungo primo piano di Jo mentre ascolta la ragazza cantare. Persino il movimento ipnotico della macchina da presa, che scandaglia e rende astratto lo spazio dellāaula di musica in cui le due ragazze si ritrovano allāintervallo, sembra partecipare di unāatmosfera sospesa fra immanenza e trascendenza con cui tutto il film si interfaccia. Poi il colpo di scena: il coming-of-age viene drasticamente abortito, e con esso tutti i suoi topos e A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra diventa una meditazione sullāanima, sui ricordi, sui legami troncati, su nuovi capitoli mai aperti. La continuitĆ spazio-temporale promessa dalla prima parte del film si interfaccia con lāatemporalitĆ e lāa-spazialitĆ del luogo in cui lāanima, dice Lentzou, sopravvive. E il film continua a funzionare, anche in un altro universo. Con la sua delicatezza, con il suo tatto, con la grazia di chi sa che si può raccontare il lutto, il rimpianto e il distacco anche con una semplice musica che suona allāimprovviso nella radio di unāauto. Un piccolo miracolo cinematografico.
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Lovers in the Blue Night, di Anuparna Roy

Un anno dopo il successo di Songs of Forgotten Trees (2025), la cineasta indiana Anuparna Roy torna in concorso nella sezione Orizzonti di Venezia con Lovers in the Blue Night. Nonostante il Premio per la Miglior Regia in Orizzonti ottenuto per il film precedente, la presenza in Orizzonti di questo nuovo lungometraggio sembra giĆ evidenziare che il film ā forse ā non ĆØ stato ritenuto sufficientemente maturo per poter partecipare nella sezione principale. Non potendo avere una controprova di ciò, ci limitiamo a commentare un film che conferma tutti i pregi della regia della Roy, che giĆ si intravedevano nell'opera precedente, ma esaspera i difetti che in Songs of Forgotten Trees potevano passare in secondo piano. Che Anuparna Roy sia una regista che guarda direttamente al modo di raccontare della commedia americana della Nuova Hollywood ĆØ evidente sin dai richiami ad America Oggi (1993) di Robert Altman che contornano qua e lĆ il film. La ricerca di coralitĆ ā il film si concentra su quattro personaggi originari del Bangladesh residenti a Mumbai ā purtroppo indebolisce ogni singola storia portata in scena. La macchina da presa della Roy, certo, esibisce qualche bel movimento e lāutilizzo simbolico di luci ed elementi come quello acquatico ā ancora America Oggi, ma anche All We Imagine as Light (2024) di Payal Kapadia, per rimanere nel contesto di Mumbai ā non fanno sembrare Lovers in the Blue Night meno tronfio e impolverato di quel che sembra. Lāesibizione di raffinezza, lo abbiamo detto, flirta pericolosamente con la maniera, i dialoghi parlano al posto delle azioni e la macchina da presa insiste nellāenfatizzare ogni sentimento. Non mancano certo dei bei momenti e, in definitiva, si può dire che le scene che nel film funzionano, funzionano proprio per questo stile di narrazione di regia. Non possiamo neanche negare che le prove degli attori, al netto dei giĆ citati problemi di sceneggiatura, riescono a raggiungere una notevole intensitĆ emotiva nei momenti più toccanti del film. Tutto ciò può forse non bastare per rendere Lovers in the Blue Night un film convincente, ma certamente rende la visione del film un poā più felice. I buoni spunti e le buone intuizioni ci sono, soprattutto nella composizione dellāinquadratura e nella scelta dellāangolazione della macchina da presa, manca quella capacitĆ di sintesi che permette a film che portano avanti più di una trama di far rimanere impressa ogni storia nella mente dello spettatore.
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Arrested Memory, di SABU

Si possono arrestare i ricordi che non ci piacciono? Dimenticarli per sempre? In alcuni casi ĆØ possibile, ma con il rischio di non ricordare più chi siamo. SABU torna alle origini del suo cinema con Arrested Memory, presentato fuori concorso a Venezia 83. Il film segue le vicende del brillante ispettore Lee che lavora presso la polizia di Taipei. Durante una missione, però, Lee a causa del troppo stress compie un errore che gli costerĆ la vita di tutti i suoi compagni. Il senso di colpa e lāevento traumatico spingeranno lāispettore a perdersi sempre più nellāoblio della propria mente smarrendo definitivamente se stesso. Nonostante le premesse da film drammatico ā da cui SABU attinge un poā nella creazione del personaggio di Lee ā Arrested Memory ĆØ una commedia, quasi parodia, degli action movie che trattano di rapimenti e malavita. Il ritmo ĆØ incalzante, le scene di combattimento, oltre allāottima resa visiva dovuta al rallenty, sono anche ben coreografate. La fotografia racconta una vita notturna fatta di luci al neon che spesso sembrano raccontare anche gli stati dāanimo dellāispettore. Inoltre, SABU, ci ricorda il proprio talento nel creare scene assurde ma perfettamente centrate nella ārealtĆ ā del film, forse grazie anche alla creazione di personaggi spesso sopra le righe (ma mai in maniera manieristica e noiosa) che portano avanti una comicitĆ non solo verbale ma soprattutto fisica. Arrested Memory ĆØ un vero e proprio frullato di generi: ĆØ un drama, un action, una commedia o una storia dāamore? Forse, ĆØ proprio questo grande mix che lo ha reso uno dei film migliori di Venezia 2026. Oltre alla varietĆ di generi presenti nel lugometraggio, il regista giapponese lavora con un cast internazionale che va da Taiwan, passa per la Cina e arriva fino al Giappone. Ethan Juan che interpreta lāispettore Lee, riesce a dare profonditĆ al proprio personaggio senza mai cedere al patetismo. Vediamo infatti un uomo devastato dal dolore e che inizia a perdere frammenti di memoria che lo porteranno a vivere situazioni assurde. Gli elementi comici del film, infatti, fanno richiamo sia alla commedia degli equivoci, ma anche alla commedia del surreale. SABU vuole ricordare allo spettatore che, purtroppo, il dolore esiste e nella vita possono accadere cose terribili, ma che forse con un poā di umorismo la nostra esistenza potrĆ essere un poā meno amara.
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No Paradise If Youāre Killed by a Woman, di Halkawt Mustafa

La premessa per un film avvincente e soprattutto spietato cāera nel film di Halkawt Mustafa: quella di una cecchina peshmerga che torna a Mosul per liberare la sorella, prigioniera dellāISIS. Ma il film fatica a trovare uno spunto interessante al di fuori del messaggio e della storia che vuole raccontare. Vyan ĆØ una sopravvissuta, dopo che lāISIS ha ucciso i suoi genitori e rapito lei e la sorella, riesce a fuggire e a unirsi ai Peshmerga, diventando una cecchina letale. Quando scopre che Helin ĆØ ancora viva, rifiuta la protezione offertale dalla Norvegia e torna a Mosul per ritrovarla. Mustafa presenta la protagonista attraverso un efficace piano sequenza iniziale, che la segue tra le rovine della cittĆ fino a mostrarne la precisione e la freddezza di combattente. Da qui il film alterna appostamenti, infiltrazioni e combattimenti, costruendo alcuni buoni set piece action e momenti di tensione, soprattutto nei duelli a distanza. Il problema ĆØ che la sceneggiatura non riesce sempre a sostenere una storia cosƬ ricca di spunti. No Paradise If Youāre Killed by a Woman vuole essere contemporaneamente revenge movie, war movie, storia femminista e racconto del trauma, ma questi elementi non sempre riescono a fondersi. La struttura che alterna presente e flashback appare a tratti artificiosa, mentre nella seconda parte alcune situazioni diventano poco credibili. Anche i personaggi secondari rimangono poco caratterizzati e i dilemmi morali introdotti sono raramente approfonditi. Rimangono cosƬ una protagonista interessante, interpretata con grande fisicitĆ e soprattutto attraverso il silenzio da Avan Jamal, e una regia capace di trovare tensione nelle rovine di Mosul. Peccato che la forza dellāidea non trovi sempre una scrittura allāaltezza, finendo per trasformare una storia di trauma e resistenza femminile in un revenge movie più convenzionale di quanto avrebbe potuto essere.
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Let Us Through, Dear Ancestors, di Lav Diaz

Ć un Lav Diaz più breve, quello che siamo abituati a vedere negli ultimi anni. Ć un Lav Diaz che trova nel Fuori Concorso di Venezia la sua collocazione naturale anche a dieci anni esatti dal folgorante The Woman Who Left, che nel 2016 vinse inaspettatamente il Leone dāOro. Ć un Lav Diaz che, come nel precedente Magellan (2025), sembra guardare al passato delle Filippine per rintracciare i germi della corruzione del potere nellāarcipelago. In Let Us Through, Dear Ancestors, a essere messa in scena ĆØ la violenza della colonizzazione spagnola e della conversione forzata a cui ĆØ stata sottoposta la popolazione locale. Padre Enciso (Bart Guingona), perfido missionario spagnolo, regna da despota su una piccola comunitĆ nella giungla i cui uomini sono quasi tutti morti ā uccisi dal bandito Bari-Bari ā nel tentativo di trasportare i marmi necessari per costruire una chiesa. Spregiudicato e corrotto, il missionario manda il figlio ā avuto con una indigena ā in un ultimo tentativo di portare a termine il suo progetto. Lo stile di regia ĆØ quello a cui Lav Diaz ci ha da sempre abituati: piani sequenza a camera fissa, bianco e nero abbacinante e iper-contrastato, profonditĆ di campo, negazione dei primi piani. Uno stile rodato, che però funziona sempre incredibilmente bene poichĆ© ĆØ sorretto dallāinimitabile capacitĆ del regista di gestire il ritmo interno delle inquadrature in maniera esemplare e di scegliere la posizione perfetta della macchina da presa, dando a ogni quadro una propulsione narrativa tale da catturare lo spettatore dentro le vicende narrate. La storia, come sempre più evidente nei suoi film recenti, sembra affondare le radici nella tragedia classica. Il miasma, la catastrofe che genera una situazione di stallo con la quale i personaggi di Lav Diaz si confrontano, ĆØ qui più che mai una metafora della colpa e della corruzione morale. LāaviditĆ del potere, esibita e performata dal malefico Padre Enciso, ĆØ apertamente esibita. La fede ĆØ solo uno strumento di controllo. Il regista lo dice apertamente, anche troppo, in unāopera i cui toni sono quelli veementi del pamphlet in cui la violenza viene a stento relegata nel fuori campo. Lo scontro dicotomico fra vecchia fede e nuova fede non rivela sorprese sui vincitori. Gli antenati sono destinati a soccombere, la chiesa di Dio a non essere costruita. Il marmo per erigerla ĆØ un masso che Sisifo si trova costretto a spingere, con la sua dannazione.