
NC-339
01.10.2025
«Ogni anno potrebbe essere l’ultimo, ma resistiamo con la speranza che il tempo delle liberazioni non sia solo quello passato». Sono le parole con cui Paolo Simoni, direttore della Fondazione Home Movies, ha chiuso un piccolo testo di introduzione alla XVIII edizione di Archivio Aperto, il festival di Bologna sui film di famiglia e il cinema d’archivio che quest’anno ha avuto come motto la frase Time of liberations. Che questo tempo di liberazioni sia una realtà viva in molto cinema e in molti archivi ci sembra innegabile, ma per noi critici e operatori culturali resiste il dubbio di non star facendo abbastanza per combattere la violenza e il fascismo del nostro tempo. Dobbiamo ripeterci che il cinema non rappresenta una forma di distrazione, ma uno strumento per la lotta e il dissenso. Il cinema, diceva Deleuze, non ha niente a che fare con la comunicazione, ma con l’informazione.
Più in generale, le immagini hanno un potere rivelatorio, e lo hanno ancora in un’epoca di sovrabbondanza assoluta: deve essere così se le foto di alcuni bambini a Gaza in condizioni di denutrizione estrema sono riuscite a scuotere persino le convinzioni di Donald Trump, a luglio di quest’anno. Fare cinema e produrre immagini sono azioni che servono ancora. Bologna in questo è una città reattiva, che anche nei giorni di Archivio Aperto ha dimostrato che occasioni come quelle di un festival possono fuoriuscire dai soliti circuiti, dalle solite nicchie e coinvolgere più parti di una comunità. Si potrebbe persino avere l’impressione, a volte, che l’idea di un cinema che non ha nulla a che fare con il consumo ma che è sempre invenzione, ricerca, impegno stia diventando un fatto comune, condiviso. Chissà. Per noi, in ogni caso, sarà sempre questo l’unico cinema possibile.

Archivio Aperto 2025

La photo retrouvée di Pierre Primetens
Qualche ultima, velocissima segnalazione prima di abbandonare i luoghi del festival. Le prime volte di Giulia Cosentino e Perla Sardella è un cortometraggio che racconta una storia di tensione sessuale tra due ragazzine, con un tono poetico che, nei suoi momenti più riusciti, può ricordare Thérèse et Isabelle, lo straordinario romanzo autobiografico di Violette Leduc, in cui pure si raccontava l’attrazione tra due giovani collegiali. Qualche caduta di stile nell’uso di certe voice over troppo pulite, troppo costruite, ma comunque un film pieno di sentimento e di grazia.
La photo retrouvée di Pierre Primetens racconta in prima persona la storia di una vita segnata dalla mancanza, in cui alla morte di una madre si aggiunge il dramma di un padre instabile che ha nascosto e distrutto qualsiasi ricordo materiale della moglie. Primetens ci fa partecipi di una narrazione intima e trasparente, tra esperienze di precoce iniziazione omosessuale, fatti sconvolgenti con la madre adottiva e assurde ricerche di una foto della madre scomparsa. Un racconto forse un po’ monocorde, ma dove la sensibilità del regista francese è in grado di conquistare attraverso la gravità di un’ossessione edipica (la stessa di Roland Barthes in La chambre clair), nonché di un tono che ricorda quello dei migliori film-saggio francesi, da Chris Marker a Jean-Daniel Pollet.

Holofiction di Michal Kosakowski
Holofiction di Michal Kosakowski è un montaggione di migliaia di film e serie televisive che hanno rappresentato l’olocausto e il nazionalsocialismo dalla fine degli anni Trenta a oggi. Un flusso densissimo di associazioni che coinvolge la storia del cinema nel suo insieme, senza gerarchie e senza pregiudizi, spaziando da Spielberg a Wertmüller, da Rossellini a Tinto Brass.
La tesi è molto semplice: nessun altro evento storico ha coinvolto in modo altrettanto intenso e frequente l’immaginario cinematografico e messo altrettanto in crisi i limiti del visibile. Da qui il desiderio del regista polacco-tedesco di decostruire un intero universo finzionale, rintracciando rime, ritorni e ridondanze di un orrore che, al di là del ricordo di qualche sopravvissuto, potremo presto conoscere solo attraverso l’eredità della storia. Ma soprattutto, nel segno di una cultura massificata, attraverso il cinema, la televisione, la finzione. Un film che rischia, suo malgrado, di scavalcare lo studio storiografico e di farsi specchio del presente, del nostro tempo di morte e soprusi.
NC-339
01.10.2025

Archivio Aperto 2025
«Ogni anno potrebbe essere l’ultimo, ma resistiamo con la speranza che il tempo delle liberazioni non sia solo quello passato». Sono le parole con cui Paolo Simoni, direttore della Fondazione Home Movies, ha chiuso un piccolo testo di introduzione alla XVIII edizione di Archivio Aperto, il festival di Bologna sui film di famiglia e il cinema d’archivio che quest’anno ha avuto come motto la frase Time of liberations. Che questo tempo di liberazioni sia una realtà viva in molto cinema e in molti archivi ci sembra innegabile, ma per noi critici e operatori culturali resiste il dubbio di non star facendo abbastanza per combattere la violenza e il fascismo del nostro tempo. Dobbiamo ripeterci che il cinema non rappresenta una forma di distrazione, ma uno strumento per la lotta e il dissenso. Il cinema, diceva Deleuze, non ha niente a che fare con la comunicazione, ma con l’informazione.
Più in generale, le immagini hanno un potere rivelatorio, e lo hanno ancora in un’epoca di sovrabbondanza assoluta: deve essere così se le foto di alcuni bambini a Gaza in condizioni di denutrizione estrema sono riuscite a scuotere persino le convinzioni di Donald Trump, a luglio di quest’anno. Fare cinema e produrre immagini sono azioni che servono ancora. Bologna in questo è una città reattiva, che anche nei giorni di Archivio Aperto ha dimostrato che occasioni come quelle di un festival possono fuoriuscire dai soliti circuiti, dalle solite nicchie e coinvolgere più parti di una comunità. Si potrebbe persino avere l’impressione, a volte, che l’idea di un cinema che non ha nulla a che fare con il consumo ma che è sempre invenzione, ricerca, impegno stia diventando un fatto comune, condiviso. Chissà. Per noi, in ogni caso, sarà sempre questo l’unico cinema possibile.

La photo retrouvée di Pierre Primetens
Qualche ultima, velocissima segnalazione prima di abbandonare i luoghi del festival. Le prime volte di Giulia Cosentino e Perla Sardella è un cortometraggio che racconta una storia di tensione sessuale tra due ragazzine, con un tono poetico che, nei suoi momenti più riusciti, può ricordare Thérèse et Isabelle, lo straordinario romanzo autobiografico di Violette Leduc, in cui pure si raccontava l’attrazione tra due giovani collegiali. Qualche caduta di stile nell’uso di certe voice over troppo pulite, troppo costruite, ma comunque un film pieno di sentimento e di grazia.
La photo retrouvée di Pierre Primetens racconta in prima persona la storia di una vita segnata dalla mancanza, in cui alla morte di una madre si aggiunge il dramma di un padre instabile che ha nascosto e distrutto qualsiasi ricordo materiale della moglie. Primetens ci fa partecipi di una narrazione intima e trasparente, tra esperienze di precoce iniziazione omosessuale, fatti sconvolgenti con la madre adottiva e assurde ricerche di una foto della madre scomparsa. Un racconto forse un po’ monocorde, ma dove la sensibilità del regista francese è in grado di conquistare attraverso la gravità di un’ossessione edipica (la stessa di Roland Barthes in La chambre clair), nonché di un tono che ricorda quello dei migliori film-saggio francesi, da Chris Marker a Jean-Daniel Pollet.

Holofiction di Michal Kosakowski
Holofiction di Michal Kosakowski è un montaggione di migliaia di film e serie televisive che hanno rappresentato l’olocausto e il nazionalsocialismo dalla fine degli anni Trenta a oggi. Un flusso densissimo di associazioni che coinvolge la storia del cinema nel suo insieme, senza gerarchie e senza pregiudizi, spaziando da Spielberg a Wertmüller, da Rossellini a Tinto Brass.
La tesi è molto semplice: nessun altro evento storico ha coinvolto in modo altrettanto intenso e frequente l’immaginario cinematografico e messo altrettanto in crisi i limiti del visibile. Da qui il desiderio del regista polacco-tedesco di decostruire un intero universo finzionale, rintracciando rime, ritorni e ridondanze di un orrore che, al di là del ricordo di qualche sopravvissuto, potremo presto conoscere solo attraverso l’eredità della storia. Ma soprattutto, nel segno di una cultura massificata, attraverso il cinema, la televisione, la finzione. Un film che rischia, suo malgrado, di scavalcare lo studio storiografico e di farsi specchio del presente, del nostro tempo di morte e soprusi.