
di Omar Franini, Antonio Orrico e Lorenzo Sartor
NC-365
17.11.2025
La trentesima edizione del Linea d’Ombra si è conclusa lo scorso sabato e oggi vi proponiamo una selezione dei titoli che abbiamo avuto il piacere di visionare al festival.
Tra i lungometraggi della sezione Passaggi D’Europa_30 spiccano Don’t Let Me Die di Andrei Pure, vincitore del premio Camera di Commercio, Au borde du mond di Guérin van de Vorst e Sophie Muselle, e I Shall See di Mercedes Stalenhoef. Non mancano i cortometraggi; Astronauta di Giorgio Giampà, vincitore del premio NEXSOFT, Rhubarb Rhubarb di Kate McMullen e Dieu est timore di Jocelyn Charles, entrambe menzioni speciali della giuria, e The Spectacle di Bálint Kenyeres. Chiudiamo la rassegna con due eventi speciali; la visione della versione restaurata di Vulcan Junction (1999) di Eran Riklis, che ha aperto la maratona notturna dedicata al regista, e la sonorizzazione live di Dragon’s Return (1967) di Eduard Grečner a cura di Oren Ambarchi e Fredrik Rasten, che ha trasformato l'opera in un’esperienza ipnotica da “film concerto”.
Astronauta, di Giorgio Giampà

Astronauta segna l’esordio alla regia di Giorgio Giampà e si muove con delicatezza tra finzione e documentario, raccontando una storia tanto intima quanto poetica ambientata nella giungla del Guatemala. Audely, trentanove anni, è un taglialegna che vive nelle foreste del Petén, mentre sua figlia Carol, undicenne, sogna di esplorare quel mondo verde e misterioso. Quando scopre i suoi desideri, prende una decisione sorprendente: quella di “andare sulla luna”, metafora potente sulle aspirazioni, i sacrifici e il futuro. L’uso di attori non professionisti conferisce al corto una genuinità che nasce dal vissuto reale dei protagonisti, e la giungla non è solo un paesaggio, ma diventa un personaggio a sé, con la sua bellezza e le sue tensioni, un luogo che è al contempo prigione e promessa. La regia di Giampà privilegia un ritmo misurato, quasi sospeso, che lascia ai momenti di silenzio la stessa forza delle parole. In questo spazio, il rapporto tra padre e figlia emerge con chiarezza, Audely è diviso tra il suo dovere quotidiano e il desiderio di offrire a Carol un sogno più grande di lui. Visivamente, il corto restituisce un lirismo semplice ma profondo: i dettagli naturali della foresta, i gesti del lavoro manuale e i silenzi familiari sono ritratti con grande attenzione e rispetto. L’idea di “andare sulla luna” non è solo un’ambizione astratta, ma una promessa di cambiamento e di sguardo verso l’ignoto. Essere “astronauta” non significa necessariamente viaggiare nello spazio reale, ma esplorare territori interiori e compiere un salto di speranza.
Au borde du mond, di Guérin van de Vorst e Sophie Muselle

Au bord du monde segue i primi passi di Alexia (Mara Taquin), una giovane volontaria che inizia il suo tirocinio in un reparto psichiatrico chiuso. Immersa in un ambiente complesso e spesso imprevedibile, la protagonista scopre da vicino le difficoltà del lavoro di cura, tra responsabilità, limiti personali e un carico emotivo che cresce giorno dopo giorno. La regia di van de Vorst e Muselle si distingue per un realismo sobrio, che richiama il cinema dei fratelli Dardenne; movimenti di macchina essenziali, attenzione ai gesti più che alle parole e una rappresentazione autentica delle dinamiche ospedaliere. La scelta di aderire quasi completamente al punto di vista di Alexia permette ai registi di restituire non solo la quotidianità del reparto, ma anche la progressiva confusione emotiva della protagonista, che il film registra con sensibilità senza mai indulgere nel giudizio. Il rapporto tra Alexia e Mila (Sasha Deprez), una giovane paziente che rifiuta il sistema in cui è costretta, rappresenta il cuore emotivo del film. Se a un primo sguardo potrebbe sembrare costruito secondo schemi già visti, è proprio attraversando questa apparente semplicità che emergono con forza le incertezze, le ambizioni e la crescita della protagonista. I registi si soffermano su queste reazioni minime, facendo di questa relazione una lente privilegiata sulle fragilità reciproche. Da segnalare anche Nathalie Richard, che interpreta Joëlle, l’infermiera capo che guida Alexia, una presenza discreta ma incisiva, capace di incarnare un’etica del lavoro fatta di fermezza e compassione, senza mai cadere nella figura-mentore stereotipata. Come esordio, il film mostra una solidità notevole e non scivola nel melodramma, anche grazie all’interpretazione centrale di Taquin, che dà corpo all’incertezza e all’impulso idealista del personaggio. Nella parte finale, i registi evitano la tragedia facile e preferiscono una conclusione più sobria, che trasforma l’esperienza di Alexia in un passaggio difficile ma necessario per definire chi vuole diventare, lasciando allo spettatore un senso di apertura più che di chiusura narrativa.
Dieu est timide, di Jocelyn Charles

Dieu est timide, cortometraggio animato di Jocelyn Charles, è un viaggio ipnotico e inquietante nel mondo della paura e della fantasia. La storia si svolge su un treno, dove i bambini Ariel e Paul disegnano le proprie paure per passare il tempo. L’arrivo di Gilda, passeggera misteriosa, trasforma questa routine in un confronto con un terrore più profondo e sfaccettato, che va oltre l’innocenza infantile. L’aspetto visivo del corto è il suo punto di forza; Charles combina rotoscopia e disegno tradizionale, creando figure deformi, instabili e spesso inquietanti. Le immagini oscillano tra il reale e il mostruoso, trasformando i disegni dei bambini in presenze quasi viventi, capaci di insinuarsi nella realtà del treno e nello spettatore stesso. Questa deformazione costante amplifica la tensione, conferendo al corto un’aura horror sottile ma potente, dove la paura nasce dall’ambiguità e dalla sospensione tra innocenza e minaccia. L’animazione risalta ogni deformazione visiva, rendendo tangibile l’instabilità emotiva dei personaggi e la precarietà del loro mondo. L’uso della luce, dei colori e delle ombre accentua la sensazione di sospensione tra sogno e realtà, rendendo ogni scena visivamente magnetica. Questa attenzione all’immagine rafforza la dimensione ipnotica e quasi rituale del film, trasformando il semplice gesto di disegnare in un atto di confronto con l’inconscio. Le figure deformi e i movimenti ipnotici catturano lo sguardo, e la costante ambiguità tra innocenza e minaccia crea un’atmosfera sospesa. Un’opera breve, ma capace di imprimere un senso di inquietudine e stupore che persiste oltre lo schermo.
Don’t Let Me Die, di Andrei Epure

Negli ultimi due decenni la Romania si è distinta come una delle cinematografie più rilevanti del contemporaneo. I lavori di registi come Radu Jude, Cristian Mungiu e Cristi Puiu hanno ricevuto numerosi riconoscimenti nei festival più importanti del settore e, in tutti questi anni, il loro cinema non ha mai smesso di rappresentare una fotografia attuale e provocatoria del mondo moderno, influenzando così una nuova generazione di autori. Infatti, quest’anno Locarno ha proposto in concorso internazionale l’opera Sorella di clausura (Ivana Madenović) e nella sezione Cineasti del presente l’esordio di Andrei Epure, Don’t Let Me Die (Nu mă lăsa să mor), vincitore del premio come miglior film alla XXX edizione del Linea D’Ombra Festival. La narrazione dell’opera parte dal ritrovamento di una donna morta di ipotermia da parte di Maria (Cosmina Stratan), la quale viene licenziata nei giorni seguenti. Il pretesto sociale del disagio economico e della disoccupazione, che nei film della nuova scuola romena avrebbe rappresentato il perno delle vicende, diventa qui un mero meccanismo attraverso cui si annulla il libero arbitrio della protagonista, costretta così a vagare tra i rigidi cortocircuiti della burocrazia cittadina e i richiami sovrannaturali che arrivano dall’esterno della sua casa. Quella che parte come una commedia nera in linea con lo stile di Puiu - distinto da desolanti campi lunghi e da piani medi in shallow focus in cui si annulla la profondità di campo - avanzando diventa una ghost story dagli echi kurosawani, uno studio sugli spazi in cui i rumori fuori campo e i movimenti della macchina da presa suggeriscono la presenza spettrale senza quasi mai esibirla esplicitamente. Quella che sembra una macchina da presa puramente extradiegetica spesso si comporta come se rappresentasse la soggettiva di un personaggio e il nostro sguardo, di fronte a tali ambiguità, ne esce senza una risposta precisa. Epure riesce così a realizzare un’opera prima radicale, segnata da silenzi, lunghe inquadrature fisse, spazi liminali e ribaltamenti degli stilemi che hanno fatto la fortuna dei nuovi maestri del cinema romeno.
Dragon’s Return, di Eduard Grečner

Al Linea d’Ombra, la proiezione restaurata di Dragon’s Return (1967) si è trasformata in un rito audiovisivo grazie alla performance live di Oren Ambarchi con Fredrik Rasten. Il film di Eduard Grečner è una favola austera che racconta di Martin Lepiš, un vasaio riservato e isolato, che torna al suo villaggio dopo anni di esilio, ma non riesce a ricucire il rapporto con gli abitanti che lo accusavano di eventi calamitosi. Nonostante il suo coraggio, arriva persino a salvare il bestiame da un incendio, il suo ritorno è segnato da diffidenza e solitudine. La sonorizzazione di Ambarchi e Rasten non si limita a “riempire” gli spazi vuoti, è una conversazione tessuta con delicatezza tra suoni acustici e simboli primitivi. Ambarchi, noto per il suo approccio elettro-acustico, opta per un registro intimo e morbido, pizzica e fa vibrare la chitarra come se fosse una sezione d’archi, suona con l’arco, e utilizza conchiglie per aggiungere respiro e texture organica. Rasten, con la sua chitarra e la voce soffusa, costruisce trame sonore che sfumano e si trasformano, evocando paesaggi interiori sospesi. L’interazione tra immagini e musica è ipnotica, si ha l’impressione che ogni suono nasca dallo spazio filmico, crei uno spazio rituale, e allo stesso tempo lo attraversi, senza mai imporlo. Questa composizione continua, senza momenti netti di rottura, invita lo spettatore ad abbandonarsi, a lasciarsi trasportare in un paesaggio sonoro che sembra antico e allo stesso tempo radicalmente contemporaneo. Il risultato è un’esperienza immersiva che esalta la natura mitica del film, Dragon’s Return non è solo una storia di ritorno, colpa e espiazione, ma diventa un rituale sensoriale. La musica “parla attraverso” le immagini, amplificando il mistero del protagonista e la distanza che lo separa dalla comunità. In questo modo, Ambarchi e Rasten danno nuova vita al film, trasformando la sua malinconica parabola in un viaggio meditativo e profondamente emozionale.
I Shall See, di Mercedes Stalenhoef

Negli ultimi anni, si è assistito ad un incremento progressivo dell’importanza del tema della disabilità visiva all’interno del cinema arthouse. Da un modello pienamente traumatico e melodrammatico, si è passati man mano ad un altro decisamente più percettivo e sensoriale. Proprio in questo secondo filone si iscrive I Shall See (2025), film d'esordio di Mercedes Stalenhoef, che racconta delle peripezie e delle difficoltà di un’adolescente dopo che quest’ultima ha perso la vista. Il film è soprattutto un dramma intimo narrato in modo delicato e sensibile, esplorando la perdita della vista come esperienza non solo fisica, ma profondamente interiore, trasformando una mancanza - in questo caso la perdita di uno dei cinque sensi fondamentali - in un percorso di rinnovamento che porta a ridefinire la propria percezione del mondo e a riaccordarla secondo il sentire interiore, che talvolta sfocia nell’onirismo - come nei sogni di Aiko Beemsterboer, che nell’impersonare la protagonista Lot offre una prova intensa di comunicazione, esponendo con la mimica il conflitto interiore del personaggio, tra rifiuto, speranza e resilienza - e che si riscopre particolarmente efficace anche dal punto di vista stilistico. Infatti, il DOP Mark van Aller sfrutta la creazione di una soggettiva visiva per portare allo scoperto e riflettere la condizione di Lot, spesso oscurando i contorni, giocando con la luce fioca, immergendo lo spettatore nella sua confusione iniziale e poi nella sua progressiva accettazione. Tecnicamente, il film della Stalenhof poggia poi su un sound design che gli permette di accentuare ulteriormente questa dimensione sospesa: il paesaggio acustico che permea i sogni e la dimensione onirica della protagonista di I Shall See diventa fondamentale per non lasciare lo spettatore nella cecità più assoluta, consegnandogli piuttosto una chiave per immergersi dapprima nella confusione iniziale di Lot e poi nella sua progressiva accettazione, in maniera tale da creare un’opera intensa e raffinata che invita lo spettatore a cogliere il modo in cui il nostro mondo interiore può trasformarsi.
Rhubarb Rhubarb, di Kate McMullen

Rhubarb Rhubarb, diretto da Kate McMullen, è ambientato nel cuore dello Yorkshire Rhubarb Triangle, dove Jo (Joanna Scanlan) e suo padre anziano continuano a raccogliere il rabarbaro rosa alla luce delle candele, seguendo una tradizione che sembra fuori dal tempo. McMullen costruisce un immaginario visivo potente, dove il rabarbaro, illuminato dalla luce tremolante delle candele, assume una dimensione quasi rituale, diventando simbolo di una pratica fragile ma resistente. L’uso sapiente della luce, dei contrasti e delle inquadrature ravvicinate trasforma gesti semplici in momenti poetici, quasi meditativi, che catturano l’attenzione dello spettatore e lo immergono nella quotidianità del luogo. Questo universo visivo trova un perfetto contrappunto nell’interpretazione di Scanlan, solida e profondamente controllata. Attraverso piccoli gesti, movimenti misurati e un’espressività trattenuta, l’attrice dà corpo a un personaggio sospeso tra l’attaccamento alle proprie radici e un’inquietudine crescente. La tensione sottile tra tradizione e cambiamento si riflette nei dettagli, dalle mani che sfiorano il rabarbaro alla cera che cola dalle candele. La bellezza delle immagini contrasta con un’atmosfera sottilmente inquieta che si intensifica fino al dialogo finale, dove un esplicito riferimento alla Brexit amplia il racconto verso una riflessione più ampia sul lavoro agricolo e su ciò che rischia di andare perduto. In pochi minuti, il corto intreccia poesia rurale, tensione sotterranea e uno sguardo dolceamaro sul presente, trasformando una storia intima in qualcosa di sorprendentemente universale.
The Spectacle, di Bálint Kenyeres

Siamo ancora capaci di meravigliarci davanti ai miracoli che vediamo nelle immagini? Per il regista ungherese Bálint Kenyeres la risposta evidentemente è no, come si evince dal suo ultimo cortometraggio presentato quest’anno al Festival di Cannes. La semplice storia di una troupe televisiva occidentale che arriva nella casa di una famiglia povera per riprendere un ragazzino nel momento in cui compie il miracolo della levitazione, diventa il pretesto per mettere in discussione lo sguardo con cui noi spettatori ci rapportiamo allo spettacolo artistico e lo sfruttamento delle classi più svantaggiate compiuto in nome dell’intrattenimento del pubblico borghese. L’esibizione del mezzo cinematografico e l’inserimento di altri filtri (come il velo che separa in un certo momento il nostro sguardo dal corpo del protagonista) manifesta come i soggetti di un film ci arrivino sempre opacizzati da un occhio esterno, incapace di replicare la vera natura dell’oggetto, ma solo una loro copia. Consapevoli di questa illusione e smaliziati rispetto ai meccanismi di costruzione dell’immagine, anche l’immagine più sensazionale ci appare come quotidiana e dallo statuto ambiguo. Pertanto, anche nel corto, lo sfruttamento dell’immagine del protagonista non riesce a soddisfare un pubblico disilluso, il quale pretende di più dallo spettacolo cinematografico. Attraverso uno sguardo empatico verso le esperienze dei più svantaggiati e con un occhio cinico nei confronti della percezione degli occidentali privilegiati, Kenyeres offre a chi guarda il corto un momento per prendere consapevolezza del proprio ruolo di spettatore e di avvicinarsi alla prospettiva del protagonista, accompagnandolo in una lunga carrellata finale verso l’alto.
Vulcan Junction, di Eran Riklis

Uno degli eventi di approfondimento al Linea d’Ombra è stata la retrospettiva dedicata a Eran Riklis, inaugurata con la versione restaurata di Vulcan Junction (1999), che porta lo spettatore indietro nel 1973, in un paesino rurale del nord d’Israele, dove un bar impregnato di rock’n’roll diventa il crocevia di sogni, disillusioni e tensioni alla vigilia della guerra del Kippur. Riklis ricrea l’atmosfera dei primi anni ’70 con grande cura; la fotografia calda, le scenografie fumose e soprattutto una colonna sonora pulsante, ricca di brani rock, originali e non, che scandiscono umori e svolte narrative, immergono lo spettatore in un’epoca di vibrazioni elettriche e fermento culturale. Le interpretazioni, asciutte e naturali, donano ai personaggi una verità immediata, come se ci si trovasse davvero dentro quel locale a osservare le loro vite intrecciarsi. Proprio su questo piano, però, emerge anche il limite principale del film, dove alcuni personaggi restano appena abbozzati, più simboli generazionali che figure pienamente esplorate. Questa parziale mancanza di profondità incide sulla progressione emotiva dell’opera, che nel suo epilogo non riesce a raggiungere la forza drammatica a cui sembra tendere. Nonostante ciò, Vulcan Junction rimane un’opera affascinante, capace di evocare con sincerità e stile un momento culturale e storico unico, sostenuta da un cast convincente e da un irresistibile spirito rock’n’roll. Avvolto da chitarre distorte, fumo di bar e sogni sospesi, il film costruisce un microcosmo dove realtà e nostalgia si sfiorano di continuo, lasciando soprattutto il ricordo di un’atmosfera viva, sensoriale e profondamente radicata nel suo tempo.
di Omar Franini, Antonio Orrico e Lorenzo Sartor
NC-365
17.11.2025
La trentesima edizione del Linea d’Ombra si è conclusa lo scorso sabato e oggi vi proponiamo una selezione dei titoli che abbiamo avuto il piacere di visionare al festival.
Tra i lungometraggi della sezione Passaggi D’Europa_30 spiccano Don’t Let Me Die di Andrei Pure, vincitore del premio Camera di Commercio, Au borde du mond di Guérin van de Vorst e Sophie Muselle, e I Shall See di Mercedes Stalenhoef. Non mancano i cortometraggi; Astronauta di Giorgio Giampà, vincitore del premio NEXSOFT, Rhubarb Rhubarb di Kate McMullen e Dieu est timore di Jocelyn Charles, entrambe menzioni speciali della giuria, e The Spectacle di Bálint Kenyeres. Chiudiamo la rassegna con due eventi speciali; la visione della versione restaurata di Vulcan Junction (1999) di Eran Riklis, che ha aperto la maratona notturna dedicata al regista, e la sonorizzazione live di Dragon’s Return (1967) di Eduard Grečner a cura di Oren Ambarchi e Fredrik Rasten, che ha trasformato l'opera in un’esperienza ipnotica da “film concerto”.
Astronauta, di Giorgio Giampà

Astronauta segna l’esordio alla regia di Giorgio Giampà e si muove con delicatezza tra finzione e documentario, raccontando una storia tanto intima quanto poetica ambientata nella giungla del Guatemala. Audely, trentanove anni, è un taglialegna che vive nelle foreste del Petén, mentre sua figlia Carol, undicenne, sogna di esplorare quel mondo verde e misterioso. Quando scopre i suoi desideri, prende una decisione sorprendente: quella di “andare sulla luna”, metafora potente sulle aspirazioni, i sacrifici e il futuro. L’uso di attori non professionisti conferisce al corto una genuinità che nasce dal vissuto reale dei protagonisti, e la giungla non è solo un paesaggio, ma diventa un personaggio a sé, con la sua bellezza e le sue tensioni, un luogo che è al contempo prigione e promessa. La regia di Giampà privilegia un ritmo misurato, quasi sospeso, che lascia ai momenti di silenzio la stessa forza delle parole. In questo spazio, il rapporto tra padre e figlia emerge con chiarezza, Audely è diviso tra il suo dovere quotidiano e il desiderio di offrire a Carol un sogno più grande di lui. Visivamente, il corto restituisce un lirismo semplice ma profondo: i dettagli naturali della foresta, i gesti del lavoro manuale e i silenzi familiari sono ritratti con grande attenzione e rispetto. L’idea di “andare sulla luna” non è solo un’ambizione astratta, ma una promessa di cambiamento e di sguardo verso l’ignoto. Essere “astronauta” non significa necessariamente viaggiare nello spazio reale, ma esplorare territori interiori e compiere un salto di speranza.
Au borde du mond, di Guérin van de Vorst e Sophie Muselle

Au bord du monde segue i primi passi di Alexia (Mara Taquin), una giovane volontaria che inizia il suo tirocinio in un reparto psichiatrico chiuso. Immersa in un ambiente complesso e spesso imprevedibile, la protagonista scopre da vicino le difficoltà del lavoro di cura, tra responsabilità, limiti personali e un carico emotivo che cresce giorno dopo giorno. La regia di van de Vorst e Muselle si distingue per un realismo sobrio, che richiama il cinema dei fratelli Dardenne; movimenti di macchina essenziali, attenzione ai gesti più che alle parole e una rappresentazione autentica delle dinamiche ospedaliere. La scelta di aderire quasi completamente al punto di vista di Alexia permette ai registi di restituire non solo la quotidianità del reparto, ma anche la progressiva confusione emotiva della protagonista, che il film registra con sensibilità senza mai indulgere nel giudizio. Il rapporto tra Alexia e Mila (Sasha Deprez), una giovane paziente che rifiuta il sistema in cui è costretta, rappresenta il cuore emotivo del film. Se a un primo sguardo potrebbe sembrare costruito secondo schemi già visti, è proprio attraversando questa apparente semplicità che emergono con forza le incertezze, le ambizioni e la crescita della protagonista. I registi si soffermano su queste reazioni minime, facendo di questa relazione una lente privilegiata sulle fragilità reciproche. Da segnalare anche Nathalie Richard, che interpreta Joëlle, l’infermiera capo che guida Alexia, una presenza discreta ma incisiva, capace di incarnare un’etica del lavoro fatta di fermezza e compassione, senza mai cadere nella figura-mentore stereotipata. Come esordio, il film mostra una solidità notevole e non scivola nel melodramma, anche grazie all’interpretazione centrale di Taquin, che dà corpo all’incertezza e all’impulso idealista del personaggio. Nella parte finale, i registi evitano la tragedia facile e preferiscono una conclusione più sobria, che trasforma l’esperienza di Alexia in un passaggio difficile ma necessario per definire chi vuole diventare, lasciando allo spettatore un senso di apertura più che di chiusura narrativa.
Dieu est timide, di Jocelyn Charles

Dieu est timide, cortometraggio animato di Jocelyn Charles, è un viaggio ipnotico e inquietante nel mondo della paura e della fantasia. La storia si svolge su un treno, dove i bambini Ariel e Paul disegnano le proprie paure per passare il tempo. L’arrivo di Gilda, passeggera misteriosa, trasforma questa routine in un confronto con un terrore più profondo e sfaccettato, che va oltre l’innocenza infantile. L’aspetto visivo del corto è il suo punto di forza; Charles combina rotoscopia e disegno tradizionale, creando figure deformi, instabili e spesso inquietanti. Le immagini oscillano tra il reale e il mostruoso, trasformando i disegni dei bambini in presenze quasi viventi, capaci di insinuarsi nella realtà del treno e nello spettatore stesso. Questa deformazione costante amplifica la tensione, conferendo al corto un’aura horror sottile ma potente, dove la paura nasce dall’ambiguità e dalla sospensione tra innocenza e minaccia. L’animazione risalta ogni deformazione visiva, rendendo tangibile l’instabilità emotiva dei personaggi e la precarietà del loro mondo. L’uso della luce, dei colori e delle ombre accentua la sensazione di sospensione tra sogno e realtà, rendendo ogni scena visivamente magnetica. Questa attenzione all’immagine rafforza la dimensione ipnotica e quasi rituale del film, trasformando il semplice gesto di disegnare in un atto di confronto con l’inconscio. Le figure deformi e i movimenti ipnotici catturano lo sguardo, e la costante ambiguità tra innocenza e minaccia crea un’atmosfera sospesa. Un’opera breve, ma capace di imprimere un senso di inquietudine e stupore che persiste oltre lo schermo.
Don’t Let Me Die, di Andrei Epure

Negli ultimi due decenni la Romania si è distinta come una delle cinematografie più rilevanti del contemporaneo. I lavori di registi come Radu Jude, Cristian Mungiu e Cristi Puiu hanno ricevuto numerosi riconoscimenti nei festival più importanti del settore e, in tutti questi anni, il loro cinema non ha mai smesso di rappresentare una fotografia attuale e provocatoria del mondo moderno, influenzando così una nuova generazione di autori. Infatti, quest’anno Locarno ha proposto in concorso internazionale l’opera Sorella di clausura (Ivana Madenović) e nella sezione Cineasti del presente l’esordio di Andrei Epure, Don’t Let Me Die (Nu mă lăsa să mor), vincitore del premio come miglior film alla XXX edizione del Linea D’Ombra Festival. La narrazione dell’opera parte dal ritrovamento di una donna morta di ipotermia da parte di Maria (Cosmina Stratan), la quale viene licenziata nei giorni seguenti. Il pretesto sociale del disagio economico e della disoccupazione, che nei film della nuova scuola romena avrebbe rappresentato il perno delle vicende, diventa qui un mero meccanismo attraverso cui si annulla il libero arbitrio della protagonista, costretta così a vagare tra i rigidi cortocircuiti della burocrazia cittadina e i richiami sovrannaturali che arrivano dall’esterno della sua casa. Quella che parte come una commedia nera in linea con lo stile di Puiu - distinto da desolanti campi lunghi e da piani medi in shallow focus in cui si annulla la profondità di campo - avanzando diventa una ghost story dagli echi kurosawani, uno studio sugli spazi in cui i rumori fuori campo e i movimenti della macchina da presa suggeriscono la presenza spettrale senza quasi mai esibirla esplicitamente. Quella che sembra una macchina da presa puramente extradiegetica spesso si comporta come se rappresentasse la soggettiva di un personaggio e il nostro sguardo, di fronte a tali ambiguità, ne esce senza una risposta precisa. Epure riesce così a realizzare un’opera prima radicale, segnata da silenzi, lunghe inquadrature fisse, spazi liminali e ribaltamenti degli stilemi che hanno fatto la fortuna dei nuovi maestri del cinema romeno.
Dragon’s Return, di Eduard Grečner

Al Linea d’Ombra, la proiezione restaurata di Dragon’s Return (1967) si è trasformata in un rito audiovisivo grazie alla performance live di Oren Ambarchi con Fredrik Rasten. Il film di Eduard Grečner è una favola austera che racconta di Martin Lepiš, un vasaio riservato e isolato, che torna al suo villaggio dopo anni di esilio, ma non riesce a ricucire il rapporto con gli abitanti che lo accusavano di eventi calamitosi. Nonostante il suo coraggio, arriva persino a salvare il bestiame da un incendio, il suo ritorno è segnato da diffidenza e solitudine. La sonorizzazione di Ambarchi e Rasten non si limita a “riempire” gli spazi vuoti, è una conversazione tessuta con delicatezza tra suoni acustici e simboli primitivi. Ambarchi, noto per il suo approccio elettro-acustico, opta per un registro intimo e morbido, pizzica e fa vibrare la chitarra come se fosse una sezione d’archi, suona con l’arco, e utilizza conchiglie per aggiungere respiro e texture organica. Rasten, con la sua chitarra e la voce soffusa, costruisce trame sonore che sfumano e si trasformano, evocando paesaggi interiori sospesi. L’interazione tra immagini e musica è ipnotica, si ha l’impressione che ogni suono nasca dallo spazio filmico, crei uno spazio rituale, e allo stesso tempo lo attraversi, senza mai imporlo. Questa composizione continua, senza momenti netti di rottura, invita lo spettatore ad abbandonarsi, a lasciarsi trasportare in un paesaggio sonoro che sembra antico e allo stesso tempo radicalmente contemporaneo. Il risultato è un’esperienza immersiva che esalta la natura mitica del film, Dragon’s Return non è solo una storia di ritorno, colpa e espiazione, ma diventa un rituale sensoriale. La musica “parla attraverso” le immagini, amplificando il mistero del protagonista e la distanza che lo separa dalla comunità. In questo modo, Ambarchi e Rasten danno nuova vita al film, trasformando la sua malinconica parabola in un viaggio meditativo e profondamente emozionale.
I Shall See, di Mercedes Stalenhoef

Negli ultimi anni, si è assistito ad un incremento progressivo dell’importanza del tema della disabilità visiva all’interno del cinema arthouse. Da un modello pienamente traumatico e melodrammatico, si è passati man mano ad un altro decisamente più percettivo e sensoriale. Proprio in questo secondo filone si iscrive I Shall See (2025), film d'esordio di Mercedes Stalenhoef, che racconta delle peripezie e delle difficoltà di un’adolescente dopo che quest’ultima ha perso la vista. Il film è soprattutto un dramma intimo narrato in modo delicato e sensibile, esplorando la perdita della vista come esperienza non solo fisica, ma profondamente interiore, trasformando una mancanza - in questo caso la perdita di uno dei cinque sensi fondamentali - in un percorso di rinnovamento che porta a ridefinire la propria percezione del mondo e a riaccordarla secondo il sentire interiore, che talvolta sfocia nell’onirismo - come nei sogni di Aiko Beemsterboer, che nell’impersonare la protagonista Lot offre una prova intensa di comunicazione, esponendo con la mimica il conflitto interiore del personaggio, tra rifiuto, speranza e resilienza - e che si riscopre particolarmente efficace anche dal punto di vista stilistico. Infatti, il DOP Mark van Aller sfrutta la creazione di una soggettiva visiva per portare allo scoperto e riflettere la condizione di Lot, spesso oscurando i contorni, giocando con la luce fioca, immergendo lo spettatore nella sua confusione iniziale e poi nella sua progressiva accettazione. Tecnicamente, il film della Stalenhof poggia poi su un sound design che gli permette di accentuare ulteriormente questa dimensione sospesa: il paesaggio acustico che permea i sogni e la dimensione onirica della protagonista di I Shall See diventa fondamentale per non lasciare lo spettatore nella cecità più assoluta, consegnandogli piuttosto una chiave per immergersi dapprima nella confusione iniziale di Lot e poi nella sua progressiva accettazione, in maniera tale da creare un’opera intensa e raffinata che invita lo spettatore a cogliere il modo in cui il nostro mondo interiore può trasformarsi.
Rhubarb Rhubarb, di Kate McMullen

Rhubarb Rhubarb, diretto da Kate McMullen, è ambientato nel cuore dello Yorkshire Rhubarb Triangle, dove Jo (Joanna Scanlan) e suo padre anziano continuano a raccogliere il rabarbaro rosa alla luce delle candele, seguendo una tradizione che sembra fuori dal tempo. McMullen costruisce un immaginario visivo potente, dove il rabarbaro, illuminato dalla luce tremolante delle candele, assume una dimensione quasi rituale, diventando simbolo di una pratica fragile ma resistente. L’uso sapiente della luce, dei contrasti e delle inquadrature ravvicinate trasforma gesti semplici in momenti poetici, quasi meditativi, che catturano l’attenzione dello spettatore e lo immergono nella quotidianità del luogo. Questo universo visivo trova un perfetto contrappunto nell’interpretazione di Scanlan, solida e profondamente controllata. Attraverso piccoli gesti, movimenti misurati e un’espressività trattenuta, l’attrice dà corpo a un personaggio sospeso tra l’attaccamento alle proprie radici e un’inquietudine crescente. La tensione sottile tra tradizione e cambiamento si riflette nei dettagli, dalle mani che sfiorano il rabarbaro alla cera che cola dalle candele. La bellezza delle immagini contrasta con un’atmosfera sottilmente inquieta che si intensifica fino al dialogo finale, dove un esplicito riferimento alla Brexit amplia il racconto verso una riflessione più ampia sul lavoro agricolo e su ciò che rischia di andare perduto. In pochi minuti, il corto intreccia poesia rurale, tensione sotterranea e uno sguardo dolceamaro sul presente, trasformando una storia intima in qualcosa di sorprendentemente universale.
The Spectacle, di Bálint Kenyeres

Siamo ancora capaci di meravigliarci davanti ai miracoli che vediamo nelle immagini? Per il regista ungherese Bálint Kenyeres la risposta evidentemente è no, come si evince dal suo ultimo cortometraggio presentato quest’anno al Festival di Cannes. La semplice storia di una troupe televisiva occidentale che arriva nella casa di una famiglia povera per riprendere un ragazzino nel momento in cui compie il miracolo della levitazione, diventa il pretesto per mettere in discussione lo sguardo con cui noi spettatori ci rapportiamo allo spettacolo artistico e lo sfruttamento delle classi più svantaggiate compiuto in nome dell’intrattenimento del pubblico borghese. L’esibizione del mezzo cinematografico e l’inserimento di altri filtri (come il velo che separa in un certo momento il nostro sguardo dal corpo del protagonista) manifesta come i soggetti di un film ci arrivino sempre opacizzati da un occhio esterno, incapace di replicare la vera natura dell’oggetto, ma solo una loro copia. Consapevoli di questa illusione e smaliziati rispetto ai meccanismi di costruzione dell’immagine, anche l’immagine più sensazionale ci appare come quotidiana e dallo statuto ambiguo. Pertanto, anche nel corto, lo sfruttamento dell’immagine del protagonista non riesce a soddisfare un pubblico disilluso, il quale pretende di più dallo spettacolo cinematografico. Attraverso uno sguardo empatico verso le esperienze dei più svantaggiati e con un occhio cinico nei confronti della percezione degli occidentali privilegiati, Kenyeres offre a chi guarda il corto un momento per prendere consapevolezza del proprio ruolo di spettatore e di avvicinarsi alla prospettiva del protagonista, accompagnandolo in una lunga carrellata finale verso l’alto.
Vulcan Junction, di Eran Riklis

Uno degli eventi di approfondimento al Linea d’Ombra è stata la retrospettiva dedicata a Eran Riklis, inaugurata con la versione restaurata di Vulcan Junction (1999), che porta lo spettatore indietro nel 1973, in un paesino rurale del nord d’Israele, dove un bar impregnato di rock’n’roll diventa il crocevia di sogni, disillusioni e tensioni alla vigilia della guerra del Kippur. Riklis ricrea l’atmosfera dei primi anni ’70 con grande cura; la fotografia calda, le scenografie fumose e soprattutto una colonna sonora pulsante, ricca di brani rock, originali e non, che scandiscono umori e svolte narrative, immergono lo spettatore in un’epoca di vibrazioni elettriche e fermento culturale. Le interpretazioni, asciutte e naturali, donano ai personaggi una verità immediata, come se ci si trovasse davvero dentro quel locale a osservare le loro vite intrecciarsi. Proprio su questo piano, però, emerge anche il limite principale del film, dove alcuni personaggi restano appena abbozzati, più simboli generazionali che figure pienamente esplorate. Questa parziale mancanza di profondità incide sulla progressione emotiva dell’opera, che nel suo epilogo non riesce a raggiungere la forza drammatica a cui sembra tendere. Nonostante ciò, Vulcan Junction rimane un’opera affascinante, capace di evocare con sincerità e stile un momento culturale e storico unico, sostenuta da un cast convincente e da un irresistibile spirito rock’n’roll. Avvolto da chitarre distorte, fumo di bar e sogni sospesi, il film costruisce un microcosmo dove realtà e nostalgia si sfiorano di continuo, lasciando soprattutto il ricordo di un’atmosfera viva, sensoriale e profondamente radicata nel suo tempo.